Etichettato: Rio de Janeiro

Nei misteri di Rio con Luiz Eduardo Soares. «Bisogna finirla con i cliché».

Su «Il Venerdì di Repubblica» di questa settimana intervisto Luiz Eduardo Soares, antropologo e autore di Rio de Janeiro. La furia e la danza (Feltrinelli), bellissimo reportage per riflettere sui cliché che nascondono la vera essenza di Rio e del Brasile.

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In libreria dal 21 aprile

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La trama
Franco Scarlatti, ex poliziotto mezzo milanese e mezzo napoletano, vive da molti anni a Rio dove guida, con successo, un’agenzia immobiliare affacciata sulla spiaggia di Copacabana. Amante della buona cucina e della musica, in rapporti non facili con la ex moglie Carol, Scarlatti vede la sua routine messa in crisi quando, all’alba di un bollente sabato grasso, viene ritrovato un cadavere vestito da Mandrake: è il famoso giornalista Gigi Fossati… In breve l’inchiesta della polizia giunge fino a lui, e così Scarlatti decide di intraprendere un’indagine parallela. Non ci mette molto a scoprire che le cose sono diverse da come sembrano, a cominciare dalla comunità di italiani transfughi che si muovono tra l’abbagliante luce tropicale del presente e le ombre del passato. Chi ha potuto volere la morte di Gigi Fossati? Ma non solo: le domande cominciano a farsi pressanti, e inaspettate, anche nel cerchio più intimo della sua vita, che inizia a correre al ritmo di questo noir che è una commedia, una storia d’amore, e insieme un inno appassionato a Rio de Janeiro, “una città facile da amare”. Struggente, ironica, lontana dalle cartoline, la Copacabana di Riva, come la Belleville di Daniel Pennac, è pronta a entrare nel cuore dei lettori, popolata dai personaggi indimenticabili che animano le pagine di questo “samba”. Il primo è Franco Scarlatti, un po’ eroe un po’ truffatore, che dietro all’apparenza cinica, le battute taglienti e l’amore per il guadagno nasconde un cervello velocissimo e un animo quanto mai nobile.


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Alberto Riva, Il Samba di Scarlatti, Mondadori 2015

Vent’anni senza Tom Jobim, l’uomo della foresta. E la foresta brucia

tom Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via. 
E’ il verso che apre Passarim, una delle canzoni più belle di Antonio Carlos Jobim, che morì a New York esattamente vent’anni fa, l’8 dicembre 1994 (era nato a Rio nel 1927). Passarim, “uccellino”, è forse la canzone che racconta meglio l’arte del più grande compositore brasiliano e certamente uno dei più amati della nostra epoca. Il quale, è vero, è ricordato soprattutto per essere l’autore di classici della Bossa Nova, dalla Garota de Ipanema a Desafinado, da Corcovado a One note Samba, solo per citarne alcuni (ma sono decine le sue canzoni famose).

Però Jobim era soprattutto un uomo profondamente legato alla natura. L’osservazione, il contatto, l’amore per la natura erano la sua fonte di ispirazione. Si tratta di qualcosa che va al di là della sensibilità ecologica. Si tratta di un rapporto molto stretto, una specie di parentela che il carioca, come Jobim, il cittadino di Rio, intrattiene con il banano che ha nel cortile di casa, con il ramo di avocado che sbatte contro la sua finestra, con la bromelia che si riempie di pioggia come un bicchiere d’acqua e va controllata, accarezzata, semmai svuotata di tanto in tanto. In questo universo dove il verde domina, dove il silenzio è spesso motivo di brividi e di pensieri; in questo scenario dove le rocce intarsiano le strade e la sabbia entra neghi uffici e nelle chiese, dove lo smog porta con sé una traccia di salsedine, in questo quadro nasce la migliore musica brasiliana. E così pure la poesia. passarim

Jobim era artefice di entrambe le cose e le trovava in quello che il Brasile ha di più prezioso e sconvolgente: la forza della natura. I suoi eredi, oggi, mantengono viva questa passione attraverso l’Instituto Antonio Carlos Jobim, con sede nel cuore del Jardim Botanico di Rio, dove le memorie e gli archivi del compositore e di illustri colleghi, da Dorival Caymmi a Paulo Moura, sono conservati in una specie di linfatica osmosi tra arte e mondo naturale.

E’ vero, esiste una parte fondamentale della sua attività che è fondamentalmente urbana: la nascita della Bossa Nova, una musica che è espressione della modernità di Rio nel suo aprirsi per incontrare il jazz e le sue radici: il samba. Però esiste una parte, che io chiamerei la seconda, della vita artistica di Jobim, dove il compositore incontra se stesso, il nipote di fazendeiros e addirittura di bandeirantes, vale a dire i pionieri che senza risparmiare crudeltà aprirono le frontiere dell’interno, partendo da San Paolo e dalle coste. Nascono in questa seconda fase, che si verifica negli anni Settanta, dischi che hanno dunque i nomi degli uccelli più amati da Jobim: Matita PerêUrubu e, appunto, Passarim.

matitaIl primo, disco nel 1972 che si apre per altro con una delle pietre miliari del compositore, la lunga ovazione alla natura intitolata Aguas de Março, prende il titolo da un uccello dai molti nomi, e che presumibilmente è il Saci Pererê, o Matinta Pereira (Saci è anche il nome di un personaggio leggendario del folclore afro-brasiliano). E’ tutto un disco pensato intorno a una rilettura delle radici, basti pensare alla suite Crônica da casa assassinada. 

Il secondo, Urubu, del quale esistono per altro diverse specie, è il grande avvoltoio che è facile veder volteggiare intorno ai rifiuti nelle periferie delle città. Jobim prediligeva il Jereba, che per la sua grande apertura alare e il suo ampio volo planante era considerato alla stregua di un’aquila. Sulla copertina del disco è ritratto in una fotografia che lo stesso Jobim contribuì a realizzare insieme a Jannuario Garcia: partirono all’alba e lo incontrano volando a sud di Rio. Jobim diceva che il Jereba era, tra gli Urubu, il più coraggioso: assaggiava i veleni. Quello che non taccava lui era intoccabile. Il suo canto imita il vento, nei suoi occhi si specchiava la cordigliera quando, scrive Jobim, «la vita era per un momento. Non era regalata. Era prestata…». Nel disco, del 1975, un capolavoro assoluto (contiene tra le altre lo splendido samba lento Ligia) non esiste una canzone dedicata al grande uccello, ma la sua presenza è ben udibile nel poema strumentale chiamato Saudade do Brasil. La musica di Jobim, raramente così appassionata, traduce perfettamente il suo titolo. Jobim, già allora, avvertiva il pericolo. Nel volo, all’alba, dell’Urubu cacciatore, dell’Urubu controllore, come talvolta era chiamato, Jobim avvisa della minaccia. La foresta, là in basso, era in pericolo.

urubuIn questi anni, il grido di allarme per l’Amazzonia ha rischiato di trasformarsi una specie di trito luogo comune. Non lo è. E oggi l’accanimento nel distruggere un ecosistema dove ogni elemento ha una funzione precisa, dai vermi della terra alla ronda che gli urubu e i falchi compiono instancabilmente, è ancora peggiore che in passato. Si è fatto più sofisticato e più mirato. Non è più solo il commercio illegale del legno a radere al suolo ettari di foresta ogni giorno: sono anche il pascolo intensivo e la produzione della soia. In questi mesi il Brasile vive la peggior siccità degli ultimi cento anni, e non dove il Paese è abituato ad avere sete, cioè nel deserto semi-arido del nordest, bensì a sud, nella regione sud-est, che va dal Minas Gerais passando per Rio e lo Stato di San Paolo. Nella metropoli da venti milioni di abitanti l’acqua è diventata un bene raro e costoso: in molti quartieri ogni notte i rubinetti sono a secco, in altre ore è razionata. Camion cisterna, intorno ai quali gravita un business colossale, raggiungono periferie, industrie, case rimaste senza acqua. Che viene venduta porta a porta.

Molti studiosi addebitano questo brutale cambiamento di clima alle mutazioni dell’ecosistema amazzonico, le correnti umide che il polmone del pianeta esala sono oggi sempre più scarse, fanno più fatica a scendere lungo la dorsale del continente. Che sia questa la ragione è verosimile; ma anche non fosse l’unica, è ovvio che la pervicace volontà dell’uomo di ridurre un ambiente di natura così peculiare e così vasto ha e avrà conseguenze terribili.

In quella magnifica orazione in forma di melodia che è Passarim, Jobim scrive:
La foresta che è buona, il fuoco ha bruciato.
Dov’è il fuoco, l’acqua l’ha spento.
E dov’è l’acqua? Il bue l’ha bevuta.
Dov’è l’amore? Il gatto se l’è mangiato.
E la cenere si è sparsa, e la pioggia se l’è portata.
Dov’è il mio amore che il vento ha portato via?

(Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via.)

Nella descrizione del mondo perduto dell’Urubu, dove avvertiva che la vita non è regalata, bensì prestata, Jobim concludeva con un verso solo apparentemente misterioso:« tutto è testamento».
Il suo è fondamentale. Teniamolo vivo.

©Alberto Riva

Gilberto Gil, samba e filosofia: «Bisogna ancora imparare a “essere”»

Pubblico qui nella sua versione integrale l’intervista con Gilberto Gil uscita oggi su «Il Venerdì di Repubblica» che, come sempre, per ragioni di spazio, è stata assai ridimensionata. Ho riportato soprattutto le risposte che attengono alla musica e alla nuova tournée italiana che comincia stasera da Roma, rimaste quasi tutte fuori dal testo. 

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Come nasce questa nuova tournée?
È una tournée eccezionale. Nasce dal desiderio mio e di mia moglie di viaggiare nei luoghi che amiamo di più in Italia e Francia in special modo. Lione, Lille, Parigi, Roma, Venezia, Firenze. Andiamo anche a Vienna e Zurigo, siamo stati a Montreaux. Dunque mettendo insieme il viaggio e alcuni concerti molto semplici, voce e chitarra, con cui affronto un repertorio molto ampio di tanti momenti della mia carriera: lieve, sciolto, per mostrare al pubblico la forza dell’intimità che c’è tra il repertorio, la mia voce e la mia maniera di suonare la chitarra. Siamo soli io e Flora, e lei si occupa di tutta l’organizzazione del tour, comprese le luci degli show, una cosa che le piace molto fare.

Lo show includerà anche pezzi del suo ultimo disco, «Gilbertos Samba»?
Alcune cose del disco faranno parte dei concerti. L’anno prossimo farò invece proprio il tour di Gilbertos Samba, tranne che sul palco in quel caso ci saranno anche mio figlio Ben, Domenico Lancellotti e Mestrinho, un giovane fisarmonicista molto talentuoso.

Il disco è un omaggio alla Bossa Nova e a João Gilberto. Cosa ha rappresentato per lei João?
João ha inaugurato una visione dell’espressività musicale completamente sua, originale. João ha scelto di esprimersi con quella sua soavità e tranquillità, e nello stesso tempo dando enfasi nella ricchezza dei ritmi brasiliani a cominciare dal samba. Il tutto, fatto con una modernità che all’epoca veniva definita “cool”, influenzato dal cool jazz americano. E una grande apertura al repertorio della canzone brasiliana: cominciò cantando cose importantissime dell’epoca che lo aveva preceduto, anni Trenta e Quaranta, e insieme fu interprete delle novità a lui contemporanee: Tom Jobim, Vinicius de Moraes, Carlos Lyra, Roberto Menescal e Ronaldo Boscoli. Insomma, tutta la generazione della Bossa Nova. La sua profondità nella relazione tra il canto e l’accompagnamento della chitarra sono stati determinanti per una intera generazione. C’è molto della chitarra di João nel mio modo di suonare la chitarra, è l’influenza principale, sono un suo oriundo! E poi l’attenzione acutissima alle nuances ritmiche, alle nuances armoniche, alla visione modernista dell’armonia. La sua poetica modernizzatrice ha influenzato me, Chico, Caetano e tanti altri.

A quando risale esattamente la sua amicizia con Caetano Veloso?
Con Caetano ci siamo conosciuti a vent’anni a Salvador, siamo entrambi del 1942. Fu proprio l’interesse comune per la Bossa Nova e João Gilberto ad avvicinarci.

Vorrei sapere qualcosa di alcune sue canzoni. Come sono nate. Partiamo da «Soy loco por ti America».
«Soy loco por ti America» è mia e di Capinam, ed è stata interpretata la prima volta proprio da Caetano. La scrissi a San Paolo nel periodo in cui stava venendo alla luce il repertorio di Tropicalia ou Panis et Circensis. La vera ispirazione di questa canzone è la saga di Che Guevara, espressa nella frase è «el nombre de l’hombre muerto».

«Aquele abraço»?
«Aquele abraço» è una musica d’addio. La scrissi quando stavo lasciando il Brasile per andare in esilio a Londra. Ho sentito per la prima volta questa espressione quando ero stato imprigionato dai militari, a Rio, nel 1969. In realtà la usava un umorista della tv ed era molto usata dai soldati.

Aveva mai pensato che la musica l’avrebbe portata al carcere e all’esilio?
Fu una specie di shock. Non avrei mai immaginato che i cammini della musica e della poesia, la mia dimensione letteraria e poetica mi avrebbero portato a confrontarmi in modo così duro con la vita politica. Ma, a ben pensarci, il momento in cui io emergo come musicista corrisponde al momento in cui in Brasile si installa la dittatura. Io ero studente, come lo erano Chico Buarque, Caetano e tanti altri, e noi dovemmo impegnarci in una militanza contro la dittatura. A Bahia, a Rio, a San Paolo, e ciò finì per includere la nostra arte che irritò i militari.

Ebbe paura di non tornare?
Io temevo, avevo il sospetto che poteva passare molto tempo senza poter tornare in Brasile. Non si capiva come poteva finire quella storia. Per fortuna dopo tre anni invece potemmo tornare dal momento che sebbene ancora ci fosse il regime cominciava ad esserci una distensione, i militari capivano che non potevano intervenire pienamente nella vita repubblicana.

Chi vi aiutò in quella circostanza?
Innanzitutto la famiglia e gli amici stretti e i militanti. Ma poi c’era una rete di esiliati brasiliani in varie città europee, esiliati e auto esiliati, cioè gente che se n’era andata di sua spontanea volontà. Parigi, Londra, Roma, Zurigo.

Mi parli di «Cerebro Eletronico».
Ah, sì, questa l’ho scritta proprio mentre ero in prigione nel 69 a Rio.

Sul serio? Lei scriveva «Cerebro eletronico» e Caetano, nella sua cella, scriveva «Terra», un altra canzone storica. Con un po’ di cinismo si potrebbe dire che la prigione fa molto bene alla musica brasiliana!
(Ride) Molte volte sì!

Ma meglio evitare, no?
Certo.

Poi Gil aggiunge.
Sono le cose della vita, come diciamo noi in Brasile: con un limone fai una limonata.

Torniamo alla canzone…
Mi è venuta in un momento di aspettativa per la rivoluzione tecnologica che sarebbe avvenuta qualche anno dopo. Si riferiva ai primi computer, alla cibernetica, che lasciava la scienza per approdare nella tecnologia. Mi pare profetica.

Lei usa le nuove tecnologie?
Osservo a distanza. Faccio parte di una generazione pre-tecnologica. Personalmente non sono un utente delle reti sociali, ma in qualche modo le promuovo attraverso le mie canzoni o anche azioni, a cominciare da quando ero ministro. Sono trasformazioni sociali interessanti, direi anche psicosociali: nuove forme di comunicazioni tra individui e gruppi sociali, dalle moltitudini a una sola persona, mi paiono interessanti. D’altra parte ho dedicato a questo universo un intero lavoro di due o tre anni, con il disco Banda Larga Cordel. Dove invitavo il pubblico a filmare i concerti, metterli in rete, condividere, scaricare gratuitamente le canzoni, a fotografare e fotografarsi durante gli show: mi pare, a pensarci adesso, una anticipazione di Instagram, visto che accadeva ormai dieci anni fa!

Un’altra canzone che trovo molto interessante è «Preciso aprender a só ser». Come nacque?
Era il momento in cui cominciavo a interessarmi molto alla sfera spirituale della vita e le relazioni tra oriente e occidente, filosofie greca e orientale. Leggevo Burroughs, mi interessava la cultura hippy, i guru indiani. Così ho approfittato del samba di Marcos Valle (Preciso aprender a ser só) e l’ho risvoltato al contrario: invece di imparare a stare “soli”, bisogna imparare a “essere”, cioè integralmente presenti nell’essere. È il riciclaggio di una canzone popolare ed è il procedimento più comune nell’arte contemporanea: il riciclaggio.

Parliamo dell’immagine che il Brasile ha nel mondo. Sente un mutamento di percezione nel mondo?
Il Brasile è diventato più chiaramente un paese importante, per le sue dimensioni, la formazione della gente, la pluralità della sua cultura e a causa della globalizzazione, che esige che i paesi in qualche modo si parifichino in una sorta di attenzione reciproca, un processo di interesse mondiale. Il mondo è più attento al Brasile, anche solo a partire dalla sua economia. Resiste tuttavia una insistenza in una serie di cliches, fotografie classiche, ma credo che non come una volta: samba, carnevale, cioè la dimensione folclorica. Oggi non è più solo così.

Lei crede in Dio?
Io rispetto le credenze, cioè la traduzione che ognuno fa dell’idea di Dio, dell’idea di un essere trascendente. Le religioni hanno avuto, nonostante i problemi che talvolta provocano, una indubbia importanza nella direzione che prende una società. Io non ho una preferenza. Io sono simultaneista. Sono per la simultaneità. Penso che in me abita il sentimento della fede e il sentimento del dubbio, dello scetticismo. Le due cose insieme. Non riesco a scegliere un Dio pienamente soddisfacente, al quale consegnare la mia vita intera. La mia religiosità è filosofica.

Mi pare che lei lo esprima nella canzone «Se eu quiser falar com Deus».
Esatto. Dove, oltre alle dimensioni delle credenze, parlo di un luogo vuoto, un niente, diciamo così, che merita anche lui di essere rispettato. Il nostro destino può essere il vuoto. Nei momenti di maggior debolezza, fragilità, paura, si è tentati di cedere a un credo che ci aiuti, che ci conforti, ma anche in quei momenti non sono riuscito, non mi è successo: ho continuato ad essere credente e scettico nello stesso tempo.

La sua famiglia è grande, tanti figli, tanti artisti…
Vari sono artisti, i miei figli Preta, Ben, Nara. E adesso il più piccolo, José, ha un suo gruppo musicale, nel quale, addirittura ci suonano due miei nipoti!

Sul serio?
Sì. A Rio c’è questo gruppo in cui suona mio figlio e due miei nipoti! E in futuro può essere che ci entri pure io: stiamo pensando a qualcosa da fare insieme!

©Alberto Riva

Gilberto Gil suona questa sera in “solo” a Roma, il 26 a Fabriano, 28 Cesena, 1 novembre a Trieste e il 6 a Padova.
Da ascoltare: Gilbertos Samba (Sony Music)

Le promesse appese sulla calce viva. A Rio tornano i gruppi di sterminio

Lunedì sera, 13 ottobre: è più o meno l’ora in cui in tv passa il cosiddetto “orario elettorale”. Una lunga sequenza di spot in cui i candidati promettono, e il montaggio fa il resto. Più il partito è grande più minuti ha a disposizione. Ad ogni elezione, il Brasile vi assiste stancamente, tra il Tg delle venti e la telenovela delle nove. Come davanti a una costrizione, un obbligo. Come il voto, che è obbligatorio. In quel momento, nella periferia di Rio, a Duque de Caxias, in una di quelle strade dove le case sono torri di mattoni a vista, calce scadente, finestre come buchi, sei ragazzi chiacchieravano, se ne stavano per strada. A Rio in questi giorni ci sono quaranta gradi e nella baixada, la vasta periferia da cui non si vede né si sente il mare, fa ancora più caldo, si muore. Letteralmente. Da due macchine scendono cinque tizi incappucciati e fanno fuoco. Uccidono cinque ragazzi. Hanno quattordici, quindici, diciotto anni. Ne sopravvive uno di dodici, ferito all’addome. Chi sono? Milicias (cioè poliziotti corrotti)? Fazioni rivali di trafficanti? Non è importante: è un gruppo di sterminio. Un fantasma che torna ciclicamente, nel vuoto che la politica appesa ai muri, impegnata a promettere in tv, non sa vedere, non ha mai saputo (voluto) vedere. E con lei gran parte della società.

Propaganda elettorale in una favela di Rio. Foto ©A.Riva

Propaganda elettorale in una favela di Rio. Foto ©A.Riva

Mi ha colpito un fatto, che ne richiama un altro. Il sopravvissuto. Il ragazzino che un’arma scarica ha risparmiato. Chi ha visto il formidabile documentario di José Padilha intitolato Onibus 174, che racconta la storia di un autobus di linea urbana che nel 2000 fu sequestrato da un ragazzo di nome Sandro Barbosa do Nascimento, ricorderà che il sequestro finì male. Malissimo. Sandro prese degli ostaggi. La polizia fece irruzione. Morì una giovane insegnante e Sandro non uscì vivo dal Suv della polizia, dopo che fu caricato e portato via. Ebbene, anche Sandro era un sopravvissuto. Era scampato a uno dei più orrendi massacri di un gruppo di sterminio avvenuti a Rio, quello della chiesa della Candelaria, del 1993. Quella notte otto ragazzi senza casa, meninos de rua, furono assassinati a freddo, mentre dormivano, da un gruppo di poliziotti militari. Poi identificati e quasi tutti condannati. Tra i sopravvissuti della Candelaria c’era Sandro, che sette anni dopo, alla fine della sua disperata parabola finì con il sequestrare un autobus e provocare la morte di una giovane, oltre alla sua. Mi colpiscono le date: 1993, 2000, 2014. Vent’anni. Che non sono passati. L’altra notte, Rio de Janeiro ha partorito un nuovo sopravvissuto. Le campagne elettorali passano e i morti restano.

©Alberto Riva

Il narcotraffico alla guerra del “bianco”. A Rio torna la schiavitù

«Un occhio alla bibbia, l’altro alla pistola» canta Caetano Veloso in una sua bellissima canzone intitola «Heroi», l’Eroe.
Caetano è un grande osservatore della realtà del suo paese.
Religione e narcotraffico sono due forze di potere che spesso si contendono il dominio delle popolazioni più povere, in Brasile.
A Rio, sta accadendo qualcosa di paradossale.

Il narcotraffico, che domina molte favelas, ha cominciato a bandire la professione delle religioni afro-brasiliane.
Motivo? I capi delle fazioni del narcotraffico hanno abbracciato le religioni evangeliche, le nuove chiese, che in alcuni suoi settori più radicali osteggiano il culto di più schietta matrice africana, che poi è il culto più antico dei neri brasiliani. (Alcuni pastori, durante il culto, si scagliano addirittura contro la musica di matrice africana, il samba).

Come riporta un reportage di O Globo in questi giorni, ma la questione viene crescendo da qualche anno, il narcotraffico – che domina a seconda delle fazioni quasi tutte le favelas di Rio – impone ora il suo potere anche sulla vita spirituale degli abitanti delle comunità più disagiate.

I trafficanti non solo hanno fatto chiudere i terreiros, i luoghi di culto dell’umbanda e del candomblé, i due principali culti afro-brasiliani, ma proibiscono anche i segni esteriori: i tradizionali abiti bianchi e le collane afro.
Il giornale afferma che almeno quaranta leader religiosi afro sono stati costretti a lasciare le loro comunità e trasferirsi altrove. E così anche molti fedeli, raggiunti da minacce soltanto per aver lasciato gli abiti bianchi appesi ad asciugare all’aperto. Molti di loro, raccontano di essersi convertiti a qualche chiesa evangelica, per non soffrire rappresaglie e poter restare dove sono sempre vissuti.

Dicevo sopra che la questione, oltre che drammatica, è anche paradossale.

Accadeva nell’era dallo schiavismo che, nelle fazendas, gli schiavi africani dovevano professare di nascosto i loro culti portati dalla terra madre. Per questo, nelle religioni sincretiche brasiliane, alle divinità afro corrispondono santi cattolici: San Sebastiano è Oxossi, San Giorgio è Ogun, San Michele Arcangelo è Xangò, Santa Barbara è Iansà, e così via.
Gli schiavi cultuavano i santi cattolici ma in realtà erano devoti ai loro orixas africani. Era un trucco. Dovevano nascondersi. La mano di ferro dei padroni non voleva solo il loro lavoro ma anche la loro anima di credenti e li costringevano a dissimulare.
Per gli schiavi, cosa rappresentava il culto? Rappresentava due cose preziosissime: sentirsi vicini alla loro terra, a casa, e rappresentava la libertà.

La schiavitù è stata abolita nel 1888. Ma viene da chiedersi: davvero?
Oggi rinasce. Dove il paese è meno libero, nella favela, esistono ancora dei padroni in grado di vietare la libertà di culto che, in quelle terre di confine, spesso terre di nessuno (sebbene a quattro passi dagli shopping center) significa non solo partecipare a una “messa”, a un rito, ma è uno stile di vita, è un modo di vestirsi, un modo di stare insieme, di ascoltare e produrre musica, arte e modelli di convivenza. Lasciare libero campo alla piaga del narcotraffico è per il Brasile perdere una parte del suo popolo.
E’ come rinchiuderlo ancora una volta nelle stive delle navi.