Vent’anni senza Tom Jobim, l’uomo della foresta. E la foresta brucia

tom Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via. 
E’ il verso che apre Passarim, una delle canzoni più belle di Antonio Carlos Jobim, che morì a New York esattamente vent’anni fa, l’8 dicembre 1994 (era nato a Rio nel 1927). Passarim, “uccellino”, è forse la canzone che racconta meglio l’arte del più grande compositore brasiliano e certamente uno dei più amati della nostra epoca. Il quale, è vero, è ricordato soprattutto per essere l’autore di classici della Bossa Nova, dalla Garota de Ipanema a Desafinado, da Corcovado a One note Samba, solo per citarne alcuni (ma sono decine le sue canzoni famose).

Però Jobim era soprattutto un uomo profondamente legato alla natura. L’osservazione, il contatto, l’amore per la natura erano la sua fonte di ispirazione. Si tratta di qualcosa che va al di là della sensibilità ecologica. Si tratta di un rapporto molto stretto, una specie di parentela che il carioca, come Jobim, il cittadino di Rio, intrattiene con il banano che ha nel cortile di casa, con il ramo di avocado che sbatte contro la sua finestra, con la bromelia che si riempie di pioggia come un bicchiere d’acqua e va controllata, accarezzata, semmai svuotata di tanto in tanto. In questo universo dove il verde domina, dove il silenzio è spesso motivo di brividi e di pensieri; in questo scenario dove le rocce intarsiano le strade e la sabbia entra neghi uffici e nelle chiese, dove lo smog porta con sé una traccia di salsedine, in questo quadro nasce la migliore musica brasiliana. E così pure la poesia. passarim

Jobim era artefice di entrambe le cose e le trovava in quello che il Brasile ha di più prezioso e sconvolgente: la forza della natura. I suoi eredi, oggi, mantengono viva questa passione attraverso l’Instituto Antonio Carlos Jobim, con sede nel cuore del Jardim Botanico di Rio, dove le memorie e gli archivi del compositore e di illustri colleghi, da Dorival Caymmi a Paulo Moura, sono conservati in una specie di linfatica osmosi tra arte e mondo naturale.

E’ vero, esiste una parte fondamentale della sua attività che è fondamentalmente urbana: la nascita della Bossa Nova, una musica che è espressione della modernità di Rio nel suo aprirsi per incontrare il jazz e le sue radici: il samba. Però esiste una parte, che io chiamerei la seconda, della vita artistica di Jobim, dove il compositore incontra se stesso, il nipote di fazendeiros e addirittura di bandeirantes, vale a dire i pionieri che senza risparmiare crudeltà aprirono le frontiere dell’interno, partendo da San Paolo e dalle coste. Nascono in questa seconda fase, che si verifica negli anni Settanta, dischi che hanno dunque i nomi degli uccelli più amati da Jobim: Matita PerêUrubu e, appunto, Passarim.

matitaIl primo, disco nel 1972 che si apre per altro con una delle pietre miliari del compositore, la lunga ovazione alla natura intitolata Aguas de Março, prende il titolo da un uccello dai molti nomi, e che presumibilmente è il Saci Pererê, o Matinta Pereira (Saci è anche il nome di un personaggio leggendario del folclore afro-brasiliano). E’ tutto un disco pensato intorno a una rilettura delle radici, basti pensare alla suite Crônica da casa assassinada. 

Il secondo, Urubu, del quale esistono per altro diverse specie, è il grande avvoltoio che è facile veder volteggiare intorno ai rifiuti nelle periferie delle città. Jobim prediligeva il Jereba, che per la sua grande apertura alare e il suo ampio volo planante era considerato alla stregua di un’aquila. Sulla copertina del disco è ritratto in una fotografia che lo stesso Jobim contribuì a realizzare insieme a Jannuario Garcia: partirono all’alba e lo incontrano volando a sud di Rio. Jobim diceva che il Jereba era, tra gli Urubu, il più coraggioso: assaggiava i veleni. Quello che non taccava lui era intoccabile. Il suo canto imita il vento, nei suoi occhi si specchiava la cordigliera quando, scrive Jobim, «la vita era per un momento. Non era regalata. Era prestata…». Nel disco, del 1975, un capolavoro assoluto (contiene tra le altre lo splendido samba lento Ligia) non esiste una canzone dedicata al grande uccello, ma la sua presenza è ben udibile nel poema strumentale chiamato Saudade do Brasil. La musica di Jobim, raramente così appassionata, traduce perfettamente il suo titolo. Jobim, già allora, avvertiva il pericolo. Nel volo, all’alba, dell’Urubu cacciatore, dell’Urubu controllore, come talvolta era chiamato, Jobim avvisa della minaccia. La foresta, là in basso, era in pericolo.

urubuIn questi anni, il grido di allarme per l’Amazzonia ha rischiato di trasformarsi una specie di trito luogo comune. Non lo è. E oggi l’accanimento nel distruggere un ecosistema dove ogni elemento ha una funzione precisa, dai vermi della terra alla ronda che gli urubu e i falchi compiono instancabilmente, è ancora peggiore che in passato. Si è fatto più sofisticato e più mirato. Non è più solo il commercio illegale del legno a radere al suolo ettari di foresta ogni giorno: sono anche il pascolo intensivo e la produzione della soia. In questi mesi il Brasile vive la peggior siccità degli ultimi cento anni, e non dove il Paese è abituato ad avere sete, cioè nel deserto semi-arido del nordest, bensì a sud, nella regione sud-est, che va dal Minas Gerais passando per Rio e lo Stato di San Paolo. Nella metropoli da venti milioni di abitanti l’acqua è diventata un bene raro e costoso: in molti quartieri ogni notte i rubinetti sono a secco, in altre ore è razionata. Camion cisterna, intorno ai quali gravita un business colossale, raggiungono periferie, industrie, case rimaste senza acqua. Che viene venduta porta a porta.

Molti studiosi addebitano questo brutale cambiamento di clima alle mutazioni dell’ecosistema amazzonico, le correnti umide che il polmone del pianeta esala sono oggi sempre più scarse, fanno più fatica a scendere lungo la dorsale del continente. Che sia questa la ragione è verosimile; ma anche non fosse l’unica, è ovvio che la pervicace volontà dell’uomo di ridurre un ambiente di natura così peculiare e così vasto ha e avrà conseguenze terribili.

In quella magnifica orazione in forma di melodia che è Passarim, Jobim scrive:
La foresta che è buona, il fuoco ha bruciato.
Dov’è il fuoco, l’acqua l’ha spento.
E dov’è l’acqua? Il bue l’ha bevuta.
Dov’è l’amore? Il gatto se l’è mangiato.
E la cenere si è sparsa, e la pioggia se l’è portata.
Dov’è il mio amore che il vento ha portato via?

(Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via.)

Nella descrizione del mondo perduto dell’Urubu, dove avvertiva che la vita non è regalata, bensì prestata, Jobim concludeva con un verso solo apparentemente misterioso:« tutto è testamento».
Il suo è fondamentale. Teniamolo vivo.

©Alberto Riva

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