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Carlo Cassola, non solo “Bube”. Le molte vite di un grande scrittore

Cento anni fa nasceva Carlo Cassola (1917-1987), uno dei più grandi scrittori italiani, autore di La ragazza di Bube (Premio Strega 1960), di cui Mondadori sta per rieditare negli Oscar due romanzi tra i meno noti e da riscoprire, Una relazione e Paura e Tristezza. Lo ricordo su “Il Venerdì di Repubblica” di questa  settimana.

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Vogliamo davvero essere liberi? Torna «L’uomo e il cane» di Carlo Cassola

cassolaNon mi stanco di riscoprire Carlo Cassola. Dico riscoprire perché di Cassola avevamo letto, a scuola, La ragazza di Bube e Il taglio del bosco. Due grandi romanzi inseriti a forza nelle categoria della letteratura del dopoguerra o addirittura resistenziale (Bube ha fatto la resistenza e tutto quello che si porta dietro nel suo nuovo amore deriva da quella esperienza; la guerra e la resistenza lo hanno formato, cambiato, definito).
Carlo Cassola, nato a Roma nel 1917 e poi vissuto quasi tutta la vita in Maremma, a Grosseto, scrisse prima e dopo di quelli moltissimi altri romanzi che, terminati i gli studi, nessuno della mia generazione ha particolarmente frequentato. Qualche anno prima che io nascessi il Gruppo 63 – un insieme di scrittori e intellettuali impegnati nel definire le neo-avanguardie dell’epoca – aveva scelto Cassola e qualche altro scrittore affermato quale bersaglio delle proprie rimostranze. Erano, in sostanza, contro il conservatorismo in letteratura, un certo perbenismo e soprattutto il grande delitto di piacere al pubblico. Purtroppo per lui Cassola piaceva molto all’Italia che, anche grazie al boom economico, allargava il proprio bacino di lettori. Così come piacevano Piero Chiara e Giovanni Arpino, ma anche Natalia Ginzburg, Leonardo Sciascia, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani.

La fortuna di Cassola presso i lettori – sebbene infinitamente minore rispetto al suo periodo d’oro, quello a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta (è morto nel 1987) – non è scemata però del tutto se ancora oggi è possibile incontrare in libreria ristampe recentissime, come quella appena uscita de L’uomo e il cane (Mondadori, Scrittori Moderni, pag 168, 11 Euro). Fortuna longeva che non è toccata ad altri della sua epoca: penso proprio a Pratolini, per esempio, ma anche ad autori più recenti, oggi completamente dimenticati o quantomeno spariti dagli scaffali. Cassola, come Piero Chiara, invece, piace ancora. E non è difficile capire perché.
Finiti i doveri scolastici, nella felice epoca della libertà e della riscoperta, mi sono imbattuto per esempio ne La casa di via Valadier, o in quell’assoluto capolavoro che è Il cacciatore. Un romanzo che avrebbe tranquillamente potuto scrivere John Steinbeck, se solo fosse nato a Cecina.

Fa sorridere, oggi, ripensare ai rimproveri dei neo-avanguardisti dinnanzi a uno scrittore universale come Cassola. Uno scrittore che non solo non invecchia ma anzi è ancora in grado di sintonizzarsi sulle bruciature e i dolori della nostra epoca; che, nella sua maniera solo apparentemente “tradizionale” (un romanzo con una storia e dei personaggi) resta un esempio di composizione formale, di controllo stilistico, il che vuol dire decisioni stilistiche. La scelta consapevole di una voce, delle angolazioni, dei tempi. Insomma, la scrittura. La suprema scrittura di fiction.
Cassola era, ed è, un maestro insuperato.

carlo cassolaPer chi volesse cominciare dalla ghiotta occasione di questa recentissima ristampa, L’uomo e il cane è un ennesimo esempio della sua arte.
Cosa dire di questo breve romanzo? Innanzitutto il mondo che decide di ritrarre: quello degli animali o, per meglio dire, quello della natura. Mondo caro a Cassola (gli dedicò più libri) soprattutto per il fatto di essere consapevole di quanto sia, classicamente, metaforico dell’universo umano. Attenzione però, Jack, il cane di Cassola – questo cane che fugge dalla cascina – non è un cane che parla e si comporta da uomo. Jack è un cane. E nel suo girovagare libero, in una libertà nuova che è anche una scoperta misteriosa, ci racconta degli uomini solo perché su di lui si posa lo sguardo umano.

Jack è uno specchio. E addirittura forse lo sa. Ragiona come un cane, e come un cane ha i suoi “protocolli” (direbbe Corman McCarthy). Jack attraversa il paesaggio tanto caro a Cassola, tra Maremma e mare, alla scoperta di un mondo senza più padroni. Euforico, e dolente, Jack dovrà scoprire, tra i filari, lungo i cigli, sotto i muri a secco, se questo mondo lui sa dominare o ne sarà dominato.

Quella de L’uomo e il cane è una parabola, dolorosissima, sulla libertà. Non perché ci mostra quanto essa sia fragile, ma perché pone una domanda cruciale: vogliamo davvero essere liberi come i nostri ideali sembrano suggerirci? O non c’è invece, da qualche parte dentro di noi, un istinto che ci spinge a incatenarci al palo?
Quello che mi intriga, di fronte a un libro del genere, è provare a capire se l’autore si sia prefisso un tale esito – felice – sin dall’inizio. Non so dirlo, ma temo di sì. E ciò fa di Cassola uno scrittore ancora più indispensabile.

©Alberto Riva

L’Italia in tre grandi romanzi: Cassola, Sciascia, Arpino

Darsi da soli i compiti delle vacanze: non c’è niente di meglio. E visto che avevo deciso così, mi sono letto tre libri nelle edizioni originali del tempo della scuola, che son belli già a partire dalla carta: Il taglio del bosco di Carlo Cassola; A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia e Il fratello italiano di Giovanni Arpino. La scelta è stata più o meno casuale. I primi due li avevo sullo scaffale, già letti. Il terzo l’ho comprato usato a 4,50 Euro. Quest’ultimo, come quello di Cassola, è una Bur Rizzoli tascabile, mentre Sciascia è nei Coralli di Einaudi. Cassola non lo ricordavo per niente: ricordavo, vagamente, il clima malinconico del racconto di questo tagliaboschi, Guglielmo, lacerato dal ricordo della giovane moglie morta e che, nel lavoro, faticoso, difficile, affidato alla forza, all’amicizia dei compagni, al clima turbolento della Maremma, solo nel lavoro trova un po’ di pace. Non ricordavo la scrittura limpida, lo stile volutamente piatto, scarnificato, magistrale di Cassola. Un romanzo magnifico, di uno scrittore immenso.
Di Sciascia ricordavo qualcosa di più ma avevo la certezza che, letto intorno ai vent’anni, non l’avessi capito: e infatti, rileggendolo, non solo è stato come leggerlo per la prima volta, ma ho trovato un romanzo tra i più attuali dello scrittore siciliano. Certi romanzi invecchiano male, ma non questo. Il tono quasi farsesco con il quale Sciascia traveste i delitti del suo anonimo paese siciliano è lo specchio di un più vasto Paese, l’Italia, consumato dal veleno dell’ipocrisia, la falsa fede religiosa, la corruzione, il familismo (un cancro) e l’esercizio politico come occupazione della cosa pubblica. Un romanzo tragico, non per il destino infame del professore (la cui inadeguatezza è anch’essa una colpa imperdonabile) ma per la data di pubblicazione: 1966. In quasi cinquant’anni è cambiato ben poco, qui da noi.
Il fratello italiano di Arpino non l’avevo mai letto e qui, devo dire, la sorpresa è stata di quelle impagabili. Una storia dura, commovente, acida, cattiva. Lo scrittore piemontese gioca volutamente con un che di parossistico: i due vecchi che si incontrano per mettere insieme, per caso, le loro vendette, sono qualcosa di dolorosamente magnifico.
E poi un fatto: solo a lettura ultimata mi sono reso conto che i tre romanzi hanno seguito una linea cronologica quasi perfetta. Quello di Cassola uscì nel 1950: l’Italia montagnosa, provinciale, ancora innocente del dopoguerra. A ciascuno il suo vide la luce nel’66: e vi si respira una sorta di vento che porta tempesta. Non è qualcosa che si è rotto – tutto era già rotto sotto la pelle, sotto le pietre siciliane e nazionali, tutto già imputridiva ma restava nascosto. Sciascia era uno scrittore, al pari di Pasolini, che si era dato il compito di sollevare il tappeto, di raccontare – con i mezzi dell’inchiesta filosofica – l’Italia che entrava in cancrena. In fine Il fratello italiano: premiato nel 1980 con il Campiello il romanzo di Arpino registrava ormai la metastasi: l’ex-maestro Botero e il suo gatto Stalin, e l’ex-operaio Cardoso con i suoi 25 milioni cuciti nella giacca, sono cellule impazzite alla ricerca di una qualche catarsi, di una quale soluzione terminale, benché limpida, benché a testa alta. Siamo a Torino nel 1979, e l’Italia questi due cittadini li ha già persi per strada. Botero e Cardoso ne sono consapevoli e, in qualche modo, ne percepiscono le ragioni, e presentono le future disgrazie. Per questo progettano l’atto indicibile, e sta qui la grandezza del romanzo.
Quanto alla scrittura, tutti e tre sono costruttori di uno stile altamente romanzesco, altamente sofisticato, eppure mai ricercatamente letterario: Cassola nel suo parlato che aderisce alle cortecce; Sciascia nella lingua sardonica, ambigua della congiura e Arpino che è in grado di dare voce alle intemperie interiori di gente che ha sempre avuto poca lingua, poco spazio d’espressione.

Abbiamo avuto, credo come pochi altri, contemporaneamente in attività, scrittori di un talento, di una originalità, di una forza universali: da riscoprire, da leggere, da divulgare.