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La guerra di Rio: meglio un fotografo vivo oggi che uno morto domani

Vale più un fotografo morto o un fotografo vivo? Vale di più vivo. Sempre. Senza eccezioni. E’ una riflessione a margine alla cosidetta “guerra di Rio”. Quella guerra che avviene tutti i giorni, in silenzio, nelle fasce più povere delle città brasiliane (tutte, non solo Rio); riguarda solo i poveri, non esce dai confini delle favelas e che in questi giorni è soltanto un po’ più rumorosa del solito, a causa di una concomitanza di attacchi verso la polizia ma, ripetiamo, è cosa di tutti i giorni. I vecchi, i bambini che vanno a scuola, le casalinghe, a Rio, Salvador, San Paolo, Brasilia, Recife, Belem, muoiono tutti i giorni a causa di proiettili vaganti, sparatorie indiscriminate tra polizia (in gran parte corrotta) e trafficanti. E’ una guerra loro, confinata nel loro mondo degradato, quindi, ecco una notizia: a Copacabana, in questo preciso momento, stanno facendo il bagno, a Ipanema stanno bevendo un cappuccino tiepido con crema di cannella davanti alle onde increspate. Sul Cristo, eccoli, i turisti stanno facendo la loro solita fila per ammirare il panorama da togliere il fiato. Ah, i mondiali del 2014 avverranno senza alcun problema, e così le olimpiadi del 2016, e se una “guerra” ci sarà (come d’altra parte c’è sempre), sarà ridotta al silenzio, stipata sotto il tappeto, scaricata oltre i confini periferici.
Detto questo, torniamo ai fotografi. Vi invito a cliccare sui siti dei quotidiani O Globo, Folha de S.Paulo, O Dia, per ammirare una serie di immagini della “guerra” e soprattutto memorizzare i nomi dei fotografi: attenzione, non sono eroi, non sono “fotografi di guera”, non sono spericolati avventurieri dell’informazione, ma sono dei semplicissimi dipendenti di quei giornali (hanno dei colleghi, invece, che scrivono: gli autori dei testi). Il pubblico dei lettori brasiliani conoscene bene i loro nomi, perché le loro bellisime fotografie (il loro lavoro quotidiano, come quello del panettiere che produce il loro pane) sono sempre accompagnate dalla firma. Si chiamano Marcia Foletto, Domingos Peixoto, Alexandre Cassiano, Marcelo Piu, Marcelo Sayao, Severino Silva, Felipe Dana e sono tutti nomi che i lettori di questi giornali conoscono bene, perché le loro foto sono sempre accompa gnate dal loro nome: ovvio, sono gli autori di quella notizia (qualcuno è pronto a negare che una immagine di quelle non è una notizia?). Vorrei vedere se l’articolo del loro collega non fosse accompagnato dalla firma. Ve lo immaginate? Succede? No, non succede mai. Bene. Due giorni fa ho visto le notizie della “guerra di Rio” sui giornali italiani, e come sempre le immagini (alcuni prese proprio dalle agenzie di quei giornali) non avevano assolutamente il nome del loro autore. Erano immagini senza autore. Non è una novità: sui nostri quotidiani è rarissimo ci sia il nome dell’autore di una foto. Al massimo, a volte, c’è il credito dell’agenzia. Ma non è la stessa cosa.
Domanda: quella foto si è scattata da sola? E’ stata avvistata una Nikon avanzare solitaria nella favela di Vila Cruzeiro, improvvisamente alzarsi da terra, posizionarsi e scattare la foto? Ho chiesto in giro, ma no: c’era anche il fotografo. L’autore di quella notizia. Domanda: perché i quotidiani e i siti italiani non scrivono i nomi dei fotografi? Perchè il lettore non deve essere informato su chi è l’autore di quelle notizie, il nome di quel giornalista che, spesso più dell’autore del testo, è effettivamente nel centro del fatto, in prima linea? E’ una domanda ancora senza risposta, per ora. E non solo i fotografi di “guerra”, ma anche quelli che fotografano la conferena stampa di un politico, il comizio di un sindacalista, un medico in corsia, un campione di scherma. Tutti i fotografi. Autori di notizie. Se proprio volessimo, ancora di più quelli che si mettono in una situazione rischiosa per dare il vero senso del fatto, come il fotografo brasiliano Paulo Whitaker, che lavora per l’agenzia Reuters a Rio, il quale ieri è stato ferito da un proiettile al collo durante l’orario di lavoro. Ma il suo nome non deve saltarci all’occhio solo perché è stato ferito in azione e quindi entra d’ufficio nel novero delle notizie esotiche, come, qualcuno forse se lo ricorderà, l’italiano Fabio Polenghi ucciso a Bangkok alcuni mesi fa. In altre parole i fotografi ci interessano da vivi, non da morti e nemmeno da feriti. Da vivi, come autori al pari dei loro colleghi articolisti. Meglio un fotografo vivo oggi che uno morto domani. Purché il suo nome compaia.
(In alto, foto di Felipe Dana, da Folha de S.Paulo)

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Le calze di Mankell: diario di un viaggio

Ennio Flaiano scrisse che lo stile, in uno scrittore, “è una secrezione naturale”. Gli ho sempre creduto ciecamente. Si tratta di qualcosa di simile allo stile di una persona, come l’eleganza. Ricordo una frase del critico musicale brasiliano Sergio Cabral a proposito del grande sambista Cartola, una specie di George Gerswhin di Rio de Janeiro cresciuto in una favela, dove faceva l’imbianchino. Cabral iniziava un profilo del compositore così: “(Cartola)E’ stata una delle persone più eleganti che ho conosciuto”. Questa frase mi ha sempre colpito: quando poi ho ascoltato la sua musica, ho capito quello che Cabral voleva dire. Perché questo ricordo? Perché oggi El Pais pubblica un lungo diario dello scrittore Henning Mankell (nella foto da lagruyere.ch) che qui sull’Osservatore abbiamo già nominato poiché è uno dei nostri preferiti. Mankell era a bordo di una delle navi intercettate dall’esercito di Israele una settimana fa. Qui racconta la sua avventura. E sembra di leggere le pagine di uno dei suoi bellissimi romanzi gialli, e anche di quelli non gialli… Direi che Mankell è uno scrittore e basta: un grande scrittore. E anche in queste pagine di taccuino, per certi versi scioccanti, si riconosce il suo stile. Inconfondibile. Fatto di dettagli, apparentemente insignificanti, como quello delle calze che un soldato gli regala prima dell’espulsione da Israele.
Ah, perché non aprofittarne per ascoltare anche Cartola?

Colpo di scena: il Brasile è caro

Ti basta prendere l’autobus: 2,35 Reais. Al cambio: 1 Euro. Per due fermate. O tre. Dipende da dove vai. Sali, paghi, vivi una fase della tua vita come se fossi dentro un frullatore di Stephen King, quindi scendi. Se poi sali su un altro autobus, altri 2,35. E così all’infinito. A Rio de Janeiro. A San Paolo esiste il biglietto unico, che dura tre ore. Comunque sia, è caro. Se proviamo a immaginare che una cassiera del supermercato guadagna, se è fortunata, 500 Reais al mese, allora – senza bisogno di metterci a fare il cambio con l’Euro – ci rendiamo facilemente conto che si tratta di un prezzo spropositato. Una corsa sull’autobus vale lo 0,5% del suo salario. Il settimane Epoca dedica la copertina alla questione, che diventa poi macroscopica quando si tratta di prodotti importati: fa l’esempio di una Toyota Corolla XEI 2.0: in Brasile costa 75 mila Reais, in India, per esempio 50.260, in Argentina 46.780, etc. Ma è caro anche un Bg Mac: in Brasile costa in media 8,75 Reais, fuori 7,10. Soffermiamoci: 8, 75 Reais un hamburger per qualcuno che guadagna 500 reais? Non parliamo poi dell’elettronica: l’esempio che fa più disperare la classe media brasiliana sono i computer e l’I-Pod: quello di 160 Gb costa sugli 800 Reais, quasi il doppio dei 430 Reais con i quali si compra a New York (249 dollari). Perché questa aberrazione? Secondo la rivista per un regime altissimo di tasse, tra i più elevati del mondo. Tassazione che colpisce anche prodotti nazionalissimi, come la cachaça per esempio: del prezzo pagato dal cliente l’81,87 s% se ne va in tributi. Sull’altro versante, i meno tassati sono i prodotti che finiscono tutti i giorni sulla tavola, come i fagioli: 15, 34%. Ma, a ben guardare, sono gli unici prodotti poco cari: se già si compra una scatoletta di tonno, è quasi impossibile trovarne una sotto i 5 reais: sogno impossibile per la cassiera che la vende. Domanda: come fa, questa ragazza, a non vivere stipata in una favela? (la bolletta del telefono non costa mai meno di 100 reais, compreso internet). La cassiera è naturalmente destinata alla favela, o no? Il sociologo Jesse Souza, autore del libro “A Ralé brasileira” (cioé La plebe brasiliana) afferma che i brasiliani sono conservatori perché accettano di vivere con quello che definisce “un abisso sociale”. La classe media, afferma il sociologo, vive bene perché convive con lo sfruttamento di mano d’opera a basso costo, “un esercito di domestici, motoboys, portinai, uomini di fatica, babysitter e prostitute”. Che se mettono insieme un autobus e un hamburger consumano lo 0,1% del proprio salario. Sarà questo il prezzo di vivere in uno dei “grande emergenti”?
(In alto, un bambino gioca con l’aquilone nella favela di Vidigal, Rio de Janeiro. Foto Alberto Riva)