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Suicidi per legge: gli indios brasiliani nel loro labirinto

170 indios Guaranì-Kaiowà hanno scritto e consegnato una lettera in cui annunciano il loro suicidio collettivo. Un suicidio inesorabile e provocato, in parte, da (mala) giustizia. La notizia, da qualche giorno, tenta di farsi largo su alcuni giornali brasiliani ma soprattutto sui social network. Gli indigeni occupano una zona di foresta lungo un fiume del Mato Grosso do Sul, confine con il Paraguay. Il che significa confine del mondo. Il che significa la forza bruta dell’agro-business che in nome di un ettaro di soia transgenica in più è capace di sacrificare anche la propria madre, se la povera crista fosse di impedimento. Nel 2005, la suora americana (la povera cristiana) Dorothy Stang fu uccisa in Amazzonia per la stessa ragione, e così migliaia di contadini, indios, sindacalisti, attivisti, preti, suore, estrattori di caucciù (come Chico Mendes): uccisi per la terra. La terra che non è la terra, è il suo sfruttamento; e sopra, lo sfruttamento di alberi da segare o da bruciare, acqua per irrigare, animali da spremere come limoni, insomma quello che è pubblico, che è bene collettivo, trasformato in moneta privata, in soldo particolare. In sangue.
Fa notare Eliane Brum su Epoca che la Costituzione post-dittatatura del 1988 protegge i nativi ma lo Stato non è in grado di applicare la legge. Potremmo aggiungere: o forse non vuole? In questo caso specifico, è un tribunale che ordina ai 170 indigeni di lasciare quella terra, una terra in cui si erano istallati nel 2011, ai margini di una fazenda (perché tutto là è sempre fazenda). Ora: non bisogna immaginare la “fazenda” come una fattoria con i suoi confini, le staccionate, la casetta con il fumo che sale verso il cielo, il recinto con gli animali, i maiali col nasone e il contadino con la pipa di frassino. La fazenda qui è un mondo sterminato di foreste, fiumi, laghi, ettari ed ettari di terra lasciati ora volutamente allo stato brado ora alla cura intensiva dei fertilizzanti o dei semi geneticamente modificati. Eppure la legge riconosce che parte di questa terrà è tekohà, terra nativa, terra tradizionale. Nel film che Marco Bechis qualche anno fa dedicò a una storia come questa il capotribù, a un certo punto, si inginocchia e mangia un pugno di terra. Un gesto melodrammatico e commovente. Qualcuno potrà dire: ma ci sono le riserve, perché vanno via dalle riserve?
Risposta: perché le riserve sono delle fabbriche di disperazione, dove c’è un tasso di alcolismo e suicidi che non risparmia nessuno, bambini, donne, uomini. L’indigeno, per legge, è una Nazione. Vale a dire che ha un diritto di esistenza indipendente dallo Stato che lo ospita. Sappiamo bene come è andata la vicenda: faceva già caldo il giorno in cui navi ben equipaggiate da avanzi di galera e mercenari di ogni schiatta sbarcarono da questo lato del mondo e cominciarono a lavorare di machete, storie di santi e finte carte bollate.
La terra… Gli indios erano li da prima: il loro Dio era un albero ed era il fiume, con certe foglie sapevano sanare le ferite, con certe zolle friabili diluire colori fantasmagorici e dipingere, e raccontare. Li hanno cacciati come si fa con le zanzare. La caccia non è mai finita. Dura anche oggi, al tempo di internet. Non è cambiato nulla, l’uomo mangia l’uomo, più dei lupi. Dal 200o a oggi, informa il Ministero della Salute, si contano circa 555 suicidi, la maggior parte impiccati agli alberi, tra i 15 e i 29 anni, come gli “strani frutti” che cantava Billie Holiday. (Dal 1980 sono circa 1500 suicidi). Del gruppo che ora ha consegnato la lettera al Cimi (Consiglio Missionario per gli Indigeni, una costola della Conferenza dei vescovi brasiliani, CNBB ), fanno parte 50 uomini, 50 donne e 70 bambini. Scrivono di aver ormai “perso la speranza nella giustizia”, che invece di proteggere loro aiuta gli aguzzini: aguzzini che sparano e incendiano e, già diverse volte, hanno distrutto un ponte grazie al quale attraversare il fiume. Scrivono di essere certi che andare via da lì “equivale a morte e disperazione”, e che quindi, consapevoli che sotto quella terra sono sepolti molti dei loro avi, la decisione finale è quella di morire lì, non solo: chiedono che lo stato mandi “una squadra di trattori” per scavare una immensa fossa comune…
La lettera è stata consegnata l’8 ottobre. Gli indios sono attualmente asserragliati nella loro terra, circondati da gruppi di pistoleiros (sicari) armati: ne hanno già uccisi due e torturati altri due negli ultimi mesi. Oltre ad aver incendiato e disseminato il terrore. A parte la Brum, poche voci importanti si sono levate in loro difesa; tra queste quella di Marina Silva, ex-candidata alla presidenza della Repubblica ed ex-estrattrice di caucciù, che ha scritto: «Ho già detto tutto sui Guaranì-Kaiowà, e niente sembra persuadere la “civiltà brasiliana” che lo sterminio di questo popolo è un crimine imperdonabile e il sangue dei suoi figli ricadrà sulle nostre teste». Purtroppo, il sangue di questi figli dimenticati ricadrà nelle loro prime colazioni, sotto forma di merendine e cereali.

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Brasile-Mozambico: la soia brasiliana emigra in Africa

Un ettaro di terra fertile a 21 Reais all’anno, cioé 10 euro. E’ questa l’offerta che il governo del Mozambico ha servito sul piatto all’agrobusiness brasiliano. Una concessione di 50 anni rinnovabile per altri cinquanta, per un territorio di 6 milioni di ettari, vale a dire quasi tutto il nord della Repubblica presidenziale africana, terzo paese economicamente più stabile dell’Africa, il cui Pil cresce in media del 7% all’anno (sebbene il 70% della popolazione viva sotto la soglia della povertà). Secondo quando riporta un ottimo reportage della Folha de S.Paulo, la prossima frontiera per i grandi produttori agricoli brasiliani è l’Africa. E non solo il Mozambico: secondo un progetto di sviluppo della Fondazione Getulio Vargas in Africa, produttori brasiliani esploreranno nei prossimi mesi possibilità di impiantare coltivazioni anche in Senegal, Liberia, Zambia e Guinea Bissau. In Brasile il costo della terra è cresciuto del 15% solo nell’ultimo anno: ma non è solo il prezzo esorbitante della terra a scoraggiare l’espansione in patria dei megaproduttori di soia, canna da zucchero (alcol), caffé, cotone. In Brasile le leggi ambientali, nonostante i punti deboli, rierscono a preservare certe aree che fanno gola ai produttori, come il “cerrado” del Mato Grosso, una sorta di cintura iperfertile della zona Amazzonica. In Africa questo tipo di limitazioni non esiste: il Mozambico impone però che il 90% della monodopera sia locale, mentre il Brasile dovrà importare la tecnologia, sulla quale potrà far valere l’isenzione fiscale.
Il Brasile si mette dunque in fila dietro a Cina e India che già sfruttano terra africana esportando manodopera specializzata e tecnologia. Non si tratta necessariamente di una notizia negativa per gli africani, a patto che la ricchezza prodotta sia distribuita equamente. Anzi: importare nuova tecnologia sarebbe un bene, per uscire da modelli produttivi medievali come quelli della foto in alto. Purtroppo la storia delle colonizzazioni, qualsiasi esse siano, ci dice sempre qualcosa di diverso: la ricchezza non resta dove viene prodotta, ma emigra anche lei. Spesso fa il viaggio al contrario. Un viaggio brutale e senza ritorno proprio come la carestia a cui stiamo assistendo in questi mesi.