Etichettato: razzismo

La signora delle contumelie. Ovvero: recitare in una tragedia e non saperlo neppure

Troppe telenovelas possono fare un certo effetto. Lei, anziana per bene del quartiere bene di San Paolo, a passaggio nel caos multicolore della metropoli più delirante del cono sud, oilà, chi ti incontra sul suo cammino? Un mendicante paralitico mezzo nudo. E cosa fa? Chiaro, chiama la polizia: ordina agli agenti di levarle “questa spazzatura, questo macaco” dal cammino. Gli agenti non ci possono credere: la dichiarano in arresto. Ovvio: è colta in flagranza di reato. Fattispecie? Razzismo, preconcetto, e altre specificazioni minori. Reato grave: in Brasile si viene spediti in guardina senza cauzione. Non sembra vero neanche a lei: son cose, dal suo punto di vista, che si vedono in televisione, magari nelle novelas delle 18, quelle in cui tragedia e commedia si miscelano in un sulfureo susseguirsi di gag incipriate, dove si gioca sottilmente con la società iperclassista: dove non c’è bacio gay (rimandato dopo le 22), dove la governante è nera e veste in uniforme carta da zucchero, dove c’è l’autista che parla male, e dove il figlio della famiglia povera fa innamorare la figlia dei ricchi (o arricchiti) dell’Avenida Paulista. Ed ecco che realtà e finzione si sono mischiate come caffé e latte. Ed ecco lei, in tutto il suo splendore, che, all’annuncio dell’arresto, reagisce: analfabeti! Un telefonino, come sempre, ha ripreso tutto.

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Caso Wabara: mandiamoli al reparto “grandi razzisti”

Come esiste il reparto “grandi ustionati” che, normalmente, si occupa di prestare soccorso medico alle vittime di bruciature particolarmente gravi della pelle, dovrebbe esistere anche il reparto “grandi razzisti” dedicato invece alle immense ustioni del cervello. Lì, in trattamento sanitario obbligatorio, noto anche come Tso, dove spesso vengono sbattuti, tra muri ammuffiti, letti arruginiti e infermieri incazzati, coloro che danno un’urlata di fila alle poste, dovrebbero essere ricoverati invece quei tifosi della Pool Comense che l’altro giorno hanno insultato con epiteti razzisti l’altleta italiana Abiola Wabara. Insieme a loro, in fila indiana, nel padiglione intitolato a qualche padre del razzismo, dovrebbero essere ricoverati in primis l’arbitro (di cui si fatica a trovare il nome sulla stampa) che non ha sospeso la partita, dunque chiaramente d’accordo con gli insulti, quindi il presidente della squadra di basket, che ha minimizzato l’episodio tacciandolo di “ignoranza” rivolgendo persino un rimprovero all’atleta che non si sarebbe “saputa comportare”. Nessun problema, nel padiglione Grandi Razzisti questi disturbi vengono normalmente trattati e, spesso, risolti, con un mesetto di ricovero, pasti regolari, dosi da cavallo di tranquillanti e inibitori della demenza, lunghe sessioni di lettura della storia mondiale e anche qualche numero di playboy, film di Eddy Murphy e Will Smith, musica jazz e raggae, letteratura brasiliana, nigeriana, sudafricana e gay americana, mostre d’arte haitiana, dischi di Richard Bona e Fela Kuti, dvd delle olimpiadi e del calcio brasiliano degli ultimi cinquantanni. I mentecatti, come li ha definiti con acume il presidente della Federazione Dino Meneghin, e poi l’arbitro e il presidente della quadra ne usciranno perfettamente guariti e saranno felici: perché avranno scoperto un mondo che non conoscevano, quello reale, dove la pelle di colore diverso esiste solo nel loro cervello, nelle nascoste pieghe delle loro paure irrisolte e frustrazioni incancrenite. Che da quel momento non esisteranno più. Se poi, come ha detto il ministro Mara Carfagna, il razzismo è un reato, allora che a loro si applichi anche la legge. Sarà una nuova fruttuosa occasione di cura.