Categoria: Diritti civili

Quando il Brasile serviva Hitler e le memorie di Anita Prestes

Sua madre era Olga Benario, ebrea tedesca che Getulio Vargas espulse dal Brasile alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Anita Prestes, che oggi ha 81 anni e nacque in una prigione della Gestapo, storica e studiosa autrice di molti libri, racconta la vicenda che coinvolse suo padre Luis Carlos Prestes e la madre, una storia avventurosa e tragica che non bisogna dimenticare.
La mia intervista su “Il Venerdì di Repubblica”

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L’amara commedia di Madame Politica e Mr Profitto

Come ormai tutti sanno, la presidenta della Repubblica Dilma Rousseff ha pronunciato ieri un discorso televisivo con l’obiettivo di riportare il Brasile alla calma nel momento in cui il Paese ha tutte le tv del mondo puntate addosso a causa del gioco del calcio. 

Dilma ha dedicato i primi tre minuti del suo discorso (lungo 9 minuti, dunque un terzo) a condannare gli atti di violenza della solita minoranza che cerca di screditare le manifestazioni pacifiche. 
Come si sa, nessun discorso televisivo alla nazione è mai stato pronunciato per condannare la violenza che tutti i giorni si abbatte sui brasiliani delle periferie, gli indios, i contadini, gli estrattori di caucciù, i preti giurati di morte dai disboscatori, che spesso sono padroni di terre e talvolta hanno loro rappresentanti nei governi locali o in quello centrale. 

Questi brasiliani muoiono nel silenzio e nell’indifferenza generale: prima di tutto della politica. La politica non si pronuncia, perché la politica dimostra di non avere più risposte da dare. Chi comanda è il l’interesse economico. In questo caso ne abbiamo un esempio lampante.
Qualche non ipocrita ha detto: il calcio è più importante delle manifestazioni. Parole assai criticate, ma io penso che siano state finalmente (paradossalmente?) parole non ipocrite.
Poiché è davvero così: è più importante. Non succede anche con il razzismo negli stadi italiani? Quando accadrà sul serio che una partita di calcio di serie A verrà interrotta e mai più ripresa a causa degli insulti razzisti? Per ora non è mai accaduto.

Il calcio è una metafora. E’ la metafora di ciò che non può essere fermato. C’è chi obbietta che non è vero, perché le manifestazioni di questi giorni hanno provocato la retromarcia degli aumenti dei prezzi dei mezzi pubblici. Il problema è che i mezzi pubblici in Brasile sono già, da anni, ben oltre, molto più cari di quanto dovrebbero essere, lo sono in maniera surreale: il biglietto dovrebbe costare un terzo meno di quello che costa, per essere in linea con le condizioni di vita di chi lo usa, cioè i lavoratori e gli studenti (gli anziani non pagano, ma finiscono stritolati nei convogli pieni fino all’inverosimile, fino allo svenimento collettivo).
Tra parentesi: i mezzi pubblici non sono pubblici, in Brasile: sono compagnie private che vendono il servizio in nome pubblico, ma il lucro è privato. 

Rousseff promette ora di prelevare risorse dal petrolio e versarle alla salute pubblica. Ma tutti sanno che in Brasile sono decenni che le assicurazioni private beneficiano di grande spazio di manovra per limitare gli investimenti al settore pubblico, a cui vanno gli avanzi. Promette medici stranieri: ma il Brasile ci sono già migliaia di medici boliviani, colombiani, argentini, uruguaiani, che lavorano in ospedali sperduti in Amapà, Tocantins, Parà, Bahia, Pernambuco, Roraima, in strutture fatiscenti dove gli aghi delle siringhe si spezzano al primo contatto con la pelle e i lacci emostatici si rompono appena gli si fa il nodo. Tutti sanno che a San Paolo, o Rio, o Salvador, esistono aree dismesse dove sono ammassate centinaia di ambulanze ricoperte di polvere, scassate, mai usate: comprate a prezzi gonfiati e poi lasciate marcire per assenza di investimenti per farle circolare. Anni fa – al governo c’era Lula – venne istituita una commissione d’inchiesta proprio su questo. Si chiamava CPI (Commissione parlamentare d’inchiesta) “das sanguessugas”, delle sanguisughe. Un nome piuttosto azzeccato e se vogliamo drammaticamente allegorico. L’allegoria ha strabordato nella realtà: adesso la gente in Brasile è scesa in strada perché si è raggiunto il limite del sangue che gli può essere succhiato.

Eppure Madame Politica era impreparata anche su questo. La politica è ormai una specie di robot cieco usato dal capitale, parola che taluni giudicano ideologiaca, e allora diciamo: usato dal profitto, mandato dal profitto, diciamo persino da Mr Profitto, a interpretare il suo scomodo ruolo in prima linea – mentre, come ha scritto benissimo John Berger, “il capitale tiranneggia dall’off-shore”. 

E così la politica è diventata cieca sia verso le esigenze dei cittadini ma anche verso le loro eventuali reazioni. La politica si è talmente rintronata con le sue stesse parole vuote, “crescita”, “crisi”, “riforme”, da non saper più distinguere, come è accaduto in Brasile, tra un corpo inerte e uno invece pronto a reagire.   

Brasile: il biglietto del bus come gli alberi turchi?

Quasi duecento arresti, manganellate e soprattutto proiettili di gomma anche contro i giornalisti. Un fotografo è in ospedale e rischia di perdere un occhio e sette giornalisti, tra cui Giuliana Vallone della della Folha de S.Paulo sono rimasti feriti ieri a San Paolo.

E’ in momenti come questo, quando da almeno una settimana in grandi città come Rio, San Paolo, Porto Alegre, la popolazione protesta per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, e viene massacrata dalla polizia, che si capisce come in Brasile ci sia un grosso problema alla base delle fondamenta democratiche.

Ora la questione si ripresenta ma in maniera ancora più grave: le proteste di questi giorni sono dovute a un bubbone che prima o poi doveva esplodere. Il costo della vita e dei beni fondamentali per una esistenza dignitosa. Non solo delle classi più povere, ma ormai anche della classe media.

Un mese e mezzo fa, in un supermercato di Rio, mi sono a lungo intrattenuto con una anziana signora, pensionata a 800 reais al mese (350 Euro), la quale spingeva, a fatica, un carrello mezzo vuoto. Eravamo in uno dei supermercati più popolari, il Mundial, e si parlava di prezzi: allucinanti. Burro a 2 euro, latte (1 litro) a 1 euro, olio di semi a 2 euro e mezzo. Con un dettaglio: il Brasile è tra i primi due produttori al mondo di soia, vacche, e materie prime alimentari.
Come può essere possibile che il posto che ha più vacche che cristiani (210 milioni di mucche contro 195 milioni di persone) metta sul mercato un litro di latte a quel prezzo? Ci deve essere qualcosa che non va. I casi sono due: o qualcuno ruba, o qualcuno ruba. Gli economisti la risolvono spiegando che ci sono troppe tasse indirette. Motivo? La crescita che doveva essere “cinese” ormai sembra un mito del passato, l’inflazione è gonfiata e bisogna tener su il Pil come fosse un vecchio DC3 che sta precipitando.
Ma fin lì, come la signora del Mundial, la gente si metteva mestamente in fila e pagava il litro di latte in tre comode rate.
30 centesimi di Real al mese. Le banche brasiliane sono tra le più solide e ricche al mondo proprio grazie a questo trucchetto.

Ma quando la gente delle grandi e medie città si è vista aumentare ancora una volta il prezzo dell’autobus non ci ha visto più. L’autobus in Brasile è più importante del pane. Senza pane puoi stare, senza autobus sei fottuto, non ti sposti dalla tua periferia che dista due ore di strada dal posto di lavoro, come se uno vivesse a Buccinasco e lavorasse a Nervi. E il governo reagisce con una violenza inaudita.

Gli scontri più violenti sono avvenuti ieri a San Paolo: 192 arresti e decine di manifestanti feriti. La polizia ha sparato proiettili di gomma a tutto spiano, anche contro un gruppo di giornalisti che sono dovuti fuggire. Molti di loro sono feriti e in ospedale. Un sondaggio di Datafolha dice che il 55% della popolazione è a favore delle proteste, ma la Folha de S.Paulo ci tiene a precisare che il 78% condanna la violenza: non si capisce però di chi. Mi auguro della polizia, ma sicuramente ho capito male il sondaggio…

L’altro ieri, com tanto del solito Pelé e pure i nostri calciatori in trasferta, a Rio hanno festeggiato il conto alla rovescia iniziato: – 365 giorni al fischio di inizio dei Mondiali. Il governo di Dilma Roussef dovrebbe cominciare a capire che esiste un vero problema di ordine pubblico, ma dalla parte loro, nelle forze dell’ordine. Tranne che hanno talmente da fare con la criminalità, violenza minorile, traffico di droga e di armi, che è facile nascondervisi dietro, e non risolvere mai il vero cancro: l’impunità di chi dovrebbe rappresentare la legge. Il cosidetto boom brasiliamo ha intensificato gli indici di violenza nelle città, non l’ha diminuito.

Le città brasiliane sono oggi più pericolose di un tempo, perché la nuova “ricchezza” del Paese non significa ricchezza dei singoli, ma anzi, da parte di milioni di diseredati che tutt’ora crescono ai bordi fangosi del lusso, significa frustrazione sociale.
Dieci anni di Lula e quasi quattro di Dilma non hanno sostanzialmente mutato i tre problemi fondamentali del Paese: accesso all’educazione pubblica primaria e di qualità; accesso alla salute, e accesso a un uso equilibrato della giustizia.
Joaquim Barbosa, il presidente nero della Corte Suprema, faceva notare recentemente che in parlamento siedono condannati per reati di corruzione che legiferano contro i giudici che li hanno condannati. Se ci fosse in Brasile un John Grisham avrebbe di chi scrivere.
Ma non c’è, per ora.

Anni fa un esperto di politiche dalla sicurezza, professore all’università di Rio, Inacio Cano, mi disse che la dittatura non era finita. Spiegò: quando hai gente con la divisa che non sarà mai punita per gli abusi che commette, è chiaro che non siamo in democrazia. O, come amava formulare quel genio di Nelson Rodrigues, delle due l’una: la democrazia esiste, ma per una piccola parte dei brasiliani. Quelli che stanno correndo sul lungomare di Ipanema in questo momento e che in autobus non ci vanno da trent’anni.
 

Suicidi per legge: gli indios brasiliani nel loro labirinto

170 indios Guaranì-Kaiowà hanno scritto e consegnato una lettera in cui annunciano il loro suicidio collettivo. Un suicidio inesorabile e provocato, in parte, da (mala) giustizia. La notizia, da qualche giorno, tenta di farsi largo su alcuni giornali brasiliani ma soprattutto sui social network. Gli indigeni occupano una zona di foresta lungo un fiume del Mato Grosso do Sul, confine con il Paraguay. Il che significa confine del mondo. Il che significa la forza bruta dell’agro-business che in nome di un ettaro di soia transgenica in più è capace di sacrificare anche la propria madre, se la povera crista fosse di impedimento. Nel 2005, la suora americana (la povera cristiana) Dorothy Stang fu uccisa in Amazzonia per la stessa ragione, e così migliaia di contadini, indios, sindacalisti, attivisti, preti, suore, estrattori di caucciù (come Chico Mendes): uccisi per la terra. La terra che non è la terra, è il suo sfruttamento; e sopra, lo sfruttamento di alberi da segare o da bruciare, acqua per irrigare, animali da spremere come limoni, insomma quello che è pubblico, che è bene collettivo, trasformato in moneta privata, in soldo particolare. In sangue.
Fa notare Eliane Brum su Epoca che la Costituzione post-dittatatura del 1988 protegge i nativi ma lo Stato non è in grado di applicare la legge. Potremmo aggiungere: o forse non vuole? In questo caso specifico, è un tribunale che ordina ai 170 indigeni di lasciare quella terra, una terra in cui si erano istallati nel 2011, ai margini di una fazenda (perché tutto là è sempre fazenda). Ora: non bisogna immaginare la “fazenda” come una fattoria con i suoi confini, le staccionate, la casetta con il fumo che sale verso il cielo, il recinto con gli animali, i maiali col nasone e il contadino con la pipa di frassino. La fazenda qui è un mondo sterminato di foreste, fiumi, laghi, ettari ed ettari di terra lasciati ora volutamente allo stato brado ora alla cura intensiva dei fertilizzanti o dei semi geneticamente modificati. Eppure la legge riconosce che parte di questa terrà è tekohà, terra nativa, terra tradizionale. Nel film che Marco Bechis qualche anno fa dedicò a una storia come questa il capotribù, a un certo punto, si inginocchia e mangia un pugno di terra. Un gesto melodrammatico e commovente. Qualcuno potrà dire: ma ci sono le riserve, perché vanno via dalle riserve?
Risposta: perché le riserve sono delle fabbriche di disperazione, dove c’è un tasso di alcolismo e suicidi che non risparmia nessuno, bambini, donne, uomini. L’indigeno, per legge, è una Nazione. Vale a dire che ha un diritto di esistenza indipendente dallo Stato che lo ospita. Sappiamo bene come è andata la vicenda: faceva già caldo il giorno in cui navi ben equipaggiate da avanzi di galera e mercenari di ogni schiatta sbarcarono da questo lato del mondo e cominciarono a lavorare di machete, storie di santi e finte carte bollate.
La terra… Gli indios erano li da prima: il loro Dio era un albero ed era il fiume, con certe foglie sapevano sanare le ferite, con certe zolle friabili diluire colori fantasmagorici e dipingere, e raccontare. Li hanno cacciati come si fa con le zanzare. La caccia non è mai finita. Dura anche oggi, al tempo di internet. Non è cambiato nulla, l’uomo mangia l’uomo, più dei lupi. Dal 200o a oggi, informa il Ministero della Salute, si contano circa 555 suicidi, la maggior parte impiccati agli alberi, tra i 15 e i 29 anni, come gli “strani frutti” che cantava Billie Holiday. (Dal 1980 sono circa 1500 suicidi). Del gruppo che ora ha consegnato la lettera al Cimi (Consiglio Missionario per gli Indigeni, una costola della Conferenza dei vescovi brasiliani, CNBB ), fanno parte 50 uomini, 50 donne e 70 bambini. Scrivono di aver ormai “perso la speranza nella giustizia”, che invece di proteggere loro aiuta gli aguzzini: aguzzini che sparano e incendiano e, già diverse volte, hanno distrutto un ponte grazie al quale attraversare il fiume. Scrivono di essere certi che andare via da lì “equivale a morte e disperazione”, e che quindi, consapevoli che sotto quella terra sono sepolti molti dei loro avi, la decisione finale è quella di morire lì, non solo: chiedono che lo stato mandi “una squadra di trattori” per scavare una immensa fossa comune…
La lettera è stata consegnata l’8 ottobre. Gli indios sono attualmente asserragliati nella loro terra, circondati da gruppi di pistoleiros (sicari) armati: ne hanno già uccisi due e torturati altri due negli ultimi mesi. Oltre ad aver incendiato e disseminato il terrore. A parte la Brum, poche voci importanti si sono levate in loro difesa; tra queste quella di Marina Silva, ex-candidata alla presidenza della Repubblica ed ex-estrattrice di caucciù, che ha scritto: «Ho già detto tutto sui Guaranì-Kaiowà, e niente sembra persuadere la “civiltà brasiliana” che lo sterminio di questo popolo è un crimine imperdonabile e il sangue dei suoi figli ricadrà sulle nostre teste». Purtroppo, il sangue di questi figli dimenticati ricadrà nelle loro prime colazioni, sotto forma di merendine e cereali.

Amazzonia, delitto senza castigo

Continuo la pubblicazione dei post usciti sul blog QUINTO MONDO, che ho tenuto sul E-Il Mensile.

5 aprile 2012
La solitudine di Dinhana

Da qualche giorno la seguivano in moto. Due sicari. Angeli della morte senza nulla da fare, si erano messi a pedinare Dinhana Nink, lavoratrice della terra di un comune nell’estremo est amazzonico.
La seguivano nel suo tragitto quotidiano: estraeva caucciù, come tanti in Amazzonia, e perciò si era fatta dei nemici. Gente che pretende la terra per sé, per farci un po’ quello che gli pare. Prenderne possesso illegalmente, tagliare gli alberi, rivenderla agli allevatori di animali da carne. La notte del 31 marzo i due sicari in motoclicletta si sono stancati di seguirla: hanno parcheggiato la moto davanti alla sua casa di legno, sono entrati e le hanno sparato un colpo di fucile al petto.
Dinhana aveva ventotto anni. Unico testimone del delitto: il figlio di sei.
La polizia per ora non ha sospetti sulla sua lista. Dinhana invece era sulla lista dei minacciati di morte che la Commissione Pastorale della Terra, il sindacato cattolico dei lavoratori agrari brasiliani, ha il macabro compito di aggiornare. Dinhana, nella semplicità del suo tran tran quotidiano – strade rosse, vegetazione verde menta, duro lavoro come un’ape intorno alla corteccia linfatica delle piante – Dinhana denunciava i “grilleiros”, coloro che, forgiando documenti falsi, si appropriano di terra pubblica o di piccoli proprietari. Le avevano già incendiato la casa. Era stata aggredita fisicamente. E lei aveva fatto dei nomi.
Non aveva scorta, lei. Altri lavoratori, sindacalisti, preti, invece ne hanno una. Tutta la famiglia di Dinhana aveva già abbandonato la loro cittadina, Labrea, per paura della minacce. Dinhana era rimasta, perché lì aveva il suo lavoro.
Nel Brasile nei grandi numeri, del miracolo, solo il 2% dei delitti come quello di Dinhana viene risolto e un colpevole individuato. Signfiica, in parole povere, che chi ha ucciso questa madre di ventotto anni, il cui lavoro così scomodo è un granello di sabbia in una lucente catena di delitti economici senza fine, non verrà mai punito. Dinhana è stata uccisa per soldi.
La sua solitudine non entra in nessuna statistica.

Facce di Sete: appunti da un viaggio nel Brasile profondo

I ricordi sono più contenti quando ad accompagnarli ci sono le immagini che abbiamo raccolto, che abbiamo rubato, che abbiamo cercato. Quando ho fatto un viaggio lungo le vie della sete, sulle sponde del fiume Sao Francisco, nel sertao del nordest brasiliano, cercavo come sempre di dare un senso alle mie emozioni e, nella retorica del reporter, cercare “le storie”. Invece trovai soprattutto delle facce, facce brasiliane che, per chi ha avuto l’occasione e la ventura di visitare questo Paese, sono i diamanti del Brasile, le facce sono il Brasile, la sua varietà e il suo mistero. Proprio le facce, le loro fotografie, furono scartate dal giornale per cui poi scrissi un reportage, le facce non interessavano. A me invece interessano. Anzi penso che il mio romanzo, Sete, nasca proprio da quelle facce e da alcuni di quegli uomini e donne. Eccone due, Don Flavio Cappio, vescovo della piccola città di Barra, che era in sciopero della fame. E Otacilio, novantenne che ha lavorato per tutta la vita quella terra. Ha un dito alzato, un dito forte e dritto come una spiga di grano. Spiega ai pellegrini la sua versione della storia, la sua e quella del fiume senza acqua. Don Cappio sorride. Ascolta.
(foto di Alberto Riva, fine prima puntata – continua…)

Quando dalla mensola stilla una goccia di sangue

Domenica scorsa sull’inserto culturale del Il Sole 24 Ore c’era un lungo articolo dell’indiano Amartya Sen che avvertiva dei pericoli (e degli equivoci) della corsa alla crescita dei PIL dei grandi paesi emergenti, come India appunto, ma anche Cina: e illustrava però anche alcuni lati positivi che le crescite vertiginose e massicce portanono con sé: più soldi per programmi sociali, inclusioni ai servizi di base di popolazioni in passato escluse, e via dicendo. Però, avvertiva Sen, non bisogna concentrarsi solo sulla crescita, ma tenere sempre ben in mente i limiti e il volto oscuro di questi vigorosi indici di ascesa economica. Il discorso si applica perfettamente anche al Brasile, e alla notizia riportata oggi dall’Agencia Reporter Brasil, riguardo una coltivazione di pini, nella regione del Rio Grande do Sul, sud del Brasile, una delle più sviluppate del Paese, dove in questi giorni il ministero del lavoro ha liberato da “condizioni di schiavitù” 5 adolescenti, tre dei quali sotto i sedici anni, impiegati nella coltivazione. La condizione di schiavitù si da quando i lavoratori non sono liberi di poter abbandonare il posto di lavoro e devono esercitarlo in condizioni sub-umane, come questi cinque giovani tagliatori di pini che dormivano in tende di plastica con materassi sulla terra battuta, senza servizi sanitari, dovendosi cucinare su fornelletti a gas e, da quanto constatato dagli ispettori del ministero, senza ricevere in realtà un salario, che presumibilmente veniva scalato da un immaginario debito con il datore di lavoro (debito che spesso non ha mai fine). Credo che fosse questo genere di scenario che Amartya Sen ipotizzava nella sua lunga disquisizione.