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Carlo Castellaneta: pagine di un cronista tra Storia e sentimenti

Con il romanzo Notti e nebbie, uscito nel 1975, l’editore Interlinea comincia la ripubblicazione di alcuni tra i più importanti titoli di Carlo Castellaneta (1930-2013), scrittore milanese che si divideva tra impegno e romanzi più “sentimentali”, come emerge da questa chiacchierata con alcune delle persone che lo hanno conosciuto.
Ne parlo su “Il Venerdì di Repubblica”.

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Il giorno in cui Castellaneta dedicò un libro a Fusco

A Giancarlo Fusco, cronista di “rabbie” milanesi, con viva amicizia.
Carlo Castellaneta.
Milano, 8/5/61

2013-01-07_13-58-36_183La dedica è scritta di pugno con un inchiostro blu. Io l’ho vista subito.
Sono ancora sulla scala, la scala di ferro che al Libraccio di via Vittorio Veneto porta ai piani alti dello scaffale tra libri usati e rarità. Era tempo che volevo rileggere Castellaneta, rileggere nel senso di riscoprire uno scrittore che mi era piaciuto molto quando, molti anni fa, avevo letto Gli incantesimi e Notti e nebbie. E poi Castellanta è il primo scrittore che ho visto in vita mia: abitavamo nello stesso palazzo di via Muratori, io avevo meno di dieci anni e lui era un signore elegante, con una faccia indimenticabile, aveva una voglia color fragola proprio in mezzo alla fronte. Mio padre mi diceva: quello è un famoso scrittore. E la cosa mi sembrava terribilmente affascinante. E lo era. In qualche modo, credo, ero sicuro fosse un bravo scrittore, ne aveva tutto l’aspetto. E infatti…
Carlo Castellaneta (di padre pugliese) è uno di quei narratori che hanno profondamente amato Milano e l’hanno raccontata (penso a Renato Olivieri, ma anche a Giovanni Testori) cogliendone l’aspetto più lirico e disperato, anche negli improvvisi sprazzi di sole, nelle giornate terse di novembre o nei tramonti che in autunno incendiano i giardini pubblici fino a Piazzale Loreto. E poi l’hanno raccontata come una città aperta: aperta nel senso di misteriosa. In fondo, la colossale indifferenza di Milano lascia qualche possibilità a chi la abita: di sparire, di ricomparire, di andarsene e poi tornare senza troppo clamore. Spesso, dopo anni, ritrovi la stessa gente nello stesso bar: e ti salutano con quella finta gentilezza che consola più di quella autentica. Ma veniamo alla dedica in blu.2013-01-07_13-58-17_283
Il romanzo viene citato di rado, deve essere il secondo della sua produzione, dopo Viaggio col padre (1958) che Vittorini volle per Mondadori. Questo si intitola Una lunga rabbia, come allude la dedica, ed è un bellissimo romanzo di formazione, la storia di Rico che, svogliatamente, un po’ per sfuggire alla madre, un po’ seguendo il profumo della vita adulta, cambia mille lavori e incontra solo gente che lo sfrutta. Letto oggi, questo romanzo uscito nel 1961 per Feltrinelli colpisce per il realismo che non concede sconti a nessuno e lo stile sapientemente scarno e rapido. Nel 1961 Castellaneta aveva trent’anni e si procurava da vivere come giornalista: Giancarlo Fusco, a cui la copia che ho in mano fu regalata, ne aveva invece quarantasei, era già un giornalista affermato, una figura per certi versi leggendaria (una leggenda personale minuziosamente ordita).
Trapiantato da La Spezia, Fusco, un po’ come Luciano Bianciardi, con Milano ebbe un rapporto sofferente. Milano o la subisci o la cavalchi. Bianciardi la subì, e credo anche Fusco. Castellaneta, invece, credo, la cavalcò. E provoca una strana emozione ritrovare oggi per caso questa dedica del giovane Carlo al “cronista di rabbie milanesi”. Scrittori di enorme valore, nei primi anni Sessanta, con i loro inchiostri, i loro libri (che sono sempre pezzi di vita) e la città intorno. Notti e nebbie.