Categoria: Politica

Le promesse appese sulla calce viva. A Rio tornano i gruppi di sterminio

Lunedì sera, 13 ottobre: è più o meno l’ora in cui in tv passa il cosiddetto “orario elettorale”. Una lunga sequenza di spot in cui i candidati promettono, e il montaggio fa il resto. Più il partito è grande più minuti ha a disposizione. Ad ogni elezione, il Brasile vi assiste stancamente, tra il Tg delle venti e la telenovela delle nove. Come davanti a una costrizione, un obbligo. Come il voto, che è obbligatorio. In quel momento, nella periferia di Rio, a Duque de Caxias, in una di quelle strade dove le case sono torri di mattoni a vista, calce scadente, finestre come buchi, sei ragazzi chiacchieravano, se ne stavano per strada. A Rio in questi giorni ci sono quaranta gradi e nella baixada, la vasta periferia da cui non si vede né si sente il mare, fa ancora più caldo, si muore. Letteralmente. Da due macchine scendono cinque tizi incappucciati e fanno fuoco. Uccidono cinque ragazzi. Hanno quattordici, quindici, diciotto anni. Ne sopravvive uno di dodici, ferito all’addome. Chi sono? Milicias (cioè poliziotti corrotti)? Fazioni rivali di trafficanti? Non è importante: è un gruppo di sterminio. Un fantasma che torna ciclicamente, nel vuoto che la politica appesa ai muri, impegnata a promettere in tv, non sa vedere, non ha mai saputo (voluto) vedere. E con lei gran parte della società.

Propaganda elettorale in una favela di Rio. Foto ©A.Riva

Propaganda elettorale in una favela di Rio. Foto ©A.Riva

Mi ha colpito un fatto, che ne richiama un altro. Il sopravvissuto. Il ragazzino che un’arma scarica ha risparmiato. Chi ha visto il formidabile documentario di José Padilha intitolato Onibus 174, che racconta la storia di un autobus di linea urbana che nel 2000 fu sequestrato da un ragazzo di nome Sandro Barbosa do Nascimento, ricorderà che il sequestro finì male. Malissimo. Sandro prese degli ostaggi. La polizia fece irruzione. Morì una giovane insegnante e Sandro non uscì vivo dal Suv della polizia, dopo che fu caricato e portato via. Ebbene, anche Sandro era un sopravvissuto. Era scampato a uno dei più orrendi massacri di un gruppo di sterminio avvenuti a Rio, quello della chiesa della Candelaria, del 1993. Quella notte otto ragazzi senza casa, meninos de rua, furono assassinati a freddo, mentre dormivano, da un gruppo di poliziotti militari. Poi identificati e quasi tutti condannati. Tra i sopravvissuti della Candelaria c’era Sandro, che sette anni dopo, alla fine della sua disperata parabola finì con il sequestrare un autobus e provocare la morte di una giovane, oltre alla sua. Mi colpiscono le date: 1993, 2000, 2014. Vent’anni. Che non sono passati. L’altra notte, Rio de Janeiro ha partorito un nuovo sopravvissuto. Le campagne elettorali passano e i morti restano.

©Alberto Riva

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Suspense alla brasiliana. Le elezioni e le sue incognite

Pubblico qui l’articolo uscito l’11 ottobre su «Pagina99», una riflessione sui risultati del primo turno delle elezioni brasiliane, in attesa del ballottaggio che si svolgerà domenica 26 ottobre. La domanda era: la sconfitta di Marina Silva, il ridimensionamento di Dilma Rousseff e il ritorno in gioco di Aecio Neves significano un sussulto della destra brasiliana? E cosa vuol dire, “destra”, oggi in Brasile? Inoltre, è di ieri la notizia che, dopo lunga riflessione, Marina Silva ha dichiarato il suo appoggio a Neves, appoggio vincolato a una serie di impegni programmatici. Decisione che solleva, tra chi ha seguito il lungo percorso politico di Silva, non poche perplessità. Nel pezzo, un riassunto delle puntate precedenti e gli interrogativi sul tappeto. 

Diciamo che nella costruzione del buon thriller sulle elezioni brasiliane era stata ideata una variazione di trama. Dilma Rousseff correva (e corre) per la rielezione contro Aecio Neves, leader del partito che da dodici anni è il maggiore avversario del PT di Lula, cioè il PSDB, Partito della Socialdemocrazia Brasiliana. Sulla scelta della variazione gli sceneggiatori sono stati, è vero, un po’ drastici: prendere il jet privato del terzo candidato, il socialista Eduardo Campos, e farlo precipitare sulla città di Santos (patria di Pelé e di Neymar). A quel punto, l’unica conseguenza di una variazione del genere era per forza l’entrata in gara di Marina Silva (vice di Campos), carismatica ex-ministra luliana, ecologista, che nel 2010 aveva preso, da sola, venti milioni di voti. Di colpo, lo scenario elettorale cambia. Marina scalza Aecio nei sondaggi e si piazza al secondo posto dietro Dilma. Ma l’infatuazione dura poco: a differenza dei colleghi, Marina non finge di ignorare il voto dei milioni e milioni di evangelici (è lei stessa praticante) e si mostra vacillante sui temi etici: omofobia, aborto, eccetera. Inoltre ha sempre fatto e fa molta paura all’establishment petista, in quanto il suo profilo indio e la quasi monastica coerenza ne fanno una specie di Lula ante-litteram. È presa di mira da tutti. Dilma l’attacca come una lupa a cui minacciano la prole. Così, ricade al terzo posto in un crescendo verdiano al contrario.

Si arriva a domenica 5 ottobre: Dilma al primo posto (41%) e Aecio che riconquista il secondo, e meglio di quanto sperasse (33%). Marina non ha vinto, ma (con il 21%) ha frantumato la solidità del centro-sinistra.

elezioni pagina99Aecio, oggi come oggi, è la destra, che in Brasile si traduce in un pensiero rimasto alle ormai nebbiose ricette di Fernando Henrique Cardoso, predecessore di Lula, che mentre implementava qualche timido programma sociale (d’altra parte era ed è un sociologo) spingeva massicciamente sulle privatizzazioni, e in aeree strategiche come petrolio e risorse minerali, alcune riuscite del tutto altre a metà (vedi la Petrobras, rimasta in mano al governo). Lula, giunto al potere il primo gennaio 2003 inverte la rotta: acceleratore pigiato sui programmi sociali (Borsa FamigliaLuce per tutti,La mia casa la mia vita, etc) e rafforzamento dello Stato nella politica economica e finanziaria. Non c’era la crisi mondiale, all’inizio. Dilma ha ereditato queste direttrici e la crisi. E infatti la votano i poveri. Però il modello si è piegato sotto il peso di una coscienza sociale più robusta. Lula e Dilma hanno latitato su salute, sicurezza, giustizia. E oggi c’è fame di cambiamento.

Su questo appetito adesso affila le posate Aecio Neves, 54 anni, ex-governatore del grande Minas Gerais, nipote di quel Tancredo Neves che fu eletto presidente nel 1984 ma morì improvvisamente (altro colpo di scena) prima di prendere possesso dello scranno. Tancredo Neves che, nel lontano 1953 fu ministro della giustizia di Getúlio Vargas, il dittatore populista che guardava con ammirazione a Mussolini, tentò di allearsi con Hitler ma fu rimesso in riga da Roosevelt.

Aecio Neves ha masticato politica fin da ragazzo all’ombra del nonno. Si affilia al PSDB, partito che nasce nel 1988 (anno della nuova Costituzione post-regime militare) in uno scenario all’epoca dominato dal PMDB (oggi diffusissimo partito moderato) e il PT (dei lavoratori) emerso dalle battaglie sindacali di San Paolo.

Il PSDB, il partito dei Tucanos (è il loro simbolo) è quello che porta F.H.Cardoso alla presidenza ed è il partito che, ormai da tempo immemore, guida lo Stato di San Paolo, vale a dire la maggiore e più inquinata economia del Sud America, regione che da sola ha le dimensioni, il Pil e il traffico d’auto di uno Stato di medie dimensioni.

Aecio si prepara alla presidenza da anni. La crisi del Pt e la frantumazione politica sono la sua grande occasione. Gli effetti già si vedono. Quello eletto domenica è il parlamento più conservatore degli ultimi dodici anni. Cosa significa? Significa la presenza di numerosi deputati evangelici nel vero senso della parola, cioè pastori di chiese. E una settantina di deputati “ruralisti”, cioè rappresentati degli interessi dei proprietari terrieri (e in Brasile per la terra non si scherza, si muore). Destra in Brasile significa questo: contrasto alle leggi per legalizzare aborto e liberalizzazione delle droghe leggere (il problema del narcotraffico in Brasile è una piaga sociale), e acerrime resistenze alle riforme per la salvaguardia della terra, della foresta, delle riserve indigene. Questi settori sono trasversali ai partiti e hanno più o meno forza a seconda delle alleanze. L’incognita riguarda quale spazio e quali nuove alleanze potrebbero formarsi con un governo formato da Aecio Neves. E sulla base delle alleanze, pragmatiche (non programmatiche), quali idee rendere vincenti.

©Alberto Riva

Brasile 2014, non solo calcio. Al voto per le presidenziali

Sul Venerdì di Repubblica di oggi racconto la vicenda politica di Marina Silva che, dopo aver visto bocciato dal tribunale elettorale il suo nuovo partito Rede Sustentabilidade, ha rinunciato alla corsa come candidata presidente ma, alleandosi con i socialisti, scompagina ugualmente uno scenario politico quasi immobile. Ne avevamo parlato qui nelle settimane scorse. E’ evidente però che la sua (ormai quasi probabile) scelta di non correre più in prima persona lascia campo libero alla rielezione forse già al primo turno di Dilma Rousseff. Tuttavia, da qui al prossimo ottobre, potrebbero verificarsi altri colpi di scena. Nello stesso tempo, la strategia attendista di Marina guarda lontano: fossi nei suoi avversari, cioè il Pt di Lula e Dilma, comincerei a preoccuparmi per il 2018.

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Chi ha paura di Marina Silva? Il suo nuovo partito, «Rede», rischia di non partecipare alle presidenziali 2014

MarinaUn thriller politico sta andando in scena in queste ore nei palazzi di Brasilia, tranne che non è un film. Marina Silva, ex-senatrice ed ex-ministro dei governi Lula, leader di battaglie ecologiste, dopo un anno dedicato a raccogliere firme per la creazione della nuova formazione politica Rede Sustentabilidade (Rete Sostenibilità) ha ricevuto ieri la peggiore notizia immaginabile dai piani alti del Supremo Tribunale Elettorale che, nella figura del Pubblico Ministero Elettorale ha dato parere contrario alla creazione della Rede.
In un Paese, il Brasile, dove in ogni città e paesucolo, in vista delle elezioni amministrative nasce e si afferma un partito, il movimento della Silva viene considerato, nelle parole dei vertici dell’organo competente, «non rappresentativo del volere popolare».
Le ragioni del diniego sarebbero tecniche: mancano circa 50mila firme al numero legale, che è di 500mila, da depositare entro il prossimo venerdì. Peccato che circa 75mila firme siano state invalidate e giudicate irregolari dagli appositi organi di controllo. Nonostante ciò, Marina Silva, ieri si è detta fiduciosa sul positivo esito del braccio di ferro tra il suo movimento e la burocrazia.

E’ lecito a questo punto fare qualche riflessione. L’anno prossimo in Brasile non ci saranno solo i Mondiali di calcio, ma anche, in ottobre, le elezioni Presidenziali dove le certezze di una facile rielezione di Dilma Rousseff sono state messe in crisi negli ultimi tempi dal cattivo andamento dell’economia brasiliana e dallo scontento della piazza. Tanto che, dietro le quinte, il Partido dos Trabalhadores ha rispolverato la possibilità di una ricandidatura dell’ex-presidente Lula.

In uno scenario elettorale confuso Marina Silva conta invece su alcune sicurezze. Nelle scorse elezioni, quelle del 2010, la Silva ha raccolto quasi 21 milioni di voti pur non andando al ballottaggio finale, e oggi, secondo recenti sondaggi, rappresenterebbe il 25 per cento dell’elettorato brasiliano. L’hanno capito anche le pietre che se Marina Silva partecipasse alla disputa sarebbe più che un fastidio per i suoi avversari, che pure partono in enorme vantaggio.

Per correre alle prossime elezioni (intenzione non ancora esplicitata, ma molto probabile) Marina Silva avrebbe potuto tranquillamente affiliarsi a un partito già esistente: nel 2010 corse con il Partido Verde.
Ma no: il suo progetto politico è di radicale rinnovamento e non trova rappresentanza in alcun schieramento oggi sul tappeto. Per questo ha deciso di proporre al suo immenso bacino elettorale un partito nuovo nella forma di un movimento dal basso, la Rede, nato e cresciuto attarverso una diffusione capillare sul territorio e la partecipazione via internet (in qualche modo simile nei meccanismi, facendo le debite differenze, al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo).

Marina Silva è una figura pubblica percepita come portatrice di una fortissima carica di coerenza politica e morale. Sentimenti che oggi trovano un riscontro sensibile nei nuovi movimenti di protesta che hanno caratterizzato gli ultimi mesi.
Dopo essere stata la più giovane senatrice della storia brasiliana, e poi ministra dell’ambiente in due governi Lula, la Silva ha lasciato il secondo governo Lula quando capì che gli interessi della crescita economica (come si è visto, spesso doppata) cozzavano contro gli ideali sbandierati dall’allora compagine di governo.
Fu un distacco traumatico: Silva è cresciuta nel partito di Lula dopo la militanza al fianco degli estrattori di caucciù della sua zona d’origine, l’Acre, la stessa dell’amico, assassinato, Chico Mendes. Lei stessa viene da una famiglia di estrattori, poverissima.
Quello di Lula e del PT fu un progetto politico in cui Silva ha creduto e dal quale si distaccò proprio in contrasto con l’allora ministro della Casa Civil, il gabinetto della presidenza, Dilma Rousseff, ora sua avversaria politica.
Adesso, ostacolato da fragili questioni tecniche, il suo nuovo progetto Rede rischia di non poter partecipare alla sfida elettorale dell’anno prossimo.
La domanda è quasi fatale: chi ha paura di Marina Silva?

Gestione ambientale in Brasile: il governo fa (volutamente) marcia indietro

Quando era solo a un passo dall’approvazione della riforma del Codice forestale, data per certa a inizio settimana, ieri la maggioranza di governo in Brasile ha fatto un clamoroso passo indietro e ha rimandato la votazione a data da destinarsi. Vittoria secca dello schieramento politico che si opponeva alla polemica riforma (leggi post), capitanato dai Verdi di Marina Silva (nella foto). Lo scontro sulle nuove regole di gestione ambientale in Brasile aveva raggiunto un livello molto alto e rischiava di essere approvato con pesanti modifiche o addirittura non passare. Proprio la paura di fallire la votazione ha spinto la maggioranza di Dilma Rouseff (che in questo voto contava anche sull’appoggio di parte dell’opposizione) a fare dietrofront per non incorrere nella prima vera sconfitta della sua presidenza cominciata lo scorso gennaio. Su un tema, quello della gestione ambientale e soprattutto della produzione agricola in aree protette (leggi Amazzonia e dintorni) , che è di primissimo piano. Delusi, a questo punto, i settori ruralisti, potenti e presenti in gran forze al parlamento e che spingevano per la “flessibilizzazione” del Codice, inclusa la controversa amnistia per chi ha sfruttato eree protette di foresta, cerrado, mata altlantica fino al 2008. Secondo un articolo del quotidiano Valor, però è stata la stessa presidente Dilma a imporre, in una lungimirante mossa politica, il passo indietro ai settori più duri dell’agrobusiness, favorendo così la sua base elettorale e il suo partito, il PT. La questione e il peso delle forze in gioco sono spiegati bene anche da questo articolo di Carta Capital. Nonostante siano volate anche accuse e mezzi insulti tra personaggi per altro non distanti idelogicamente (almeno un tempo…), come il relatore del progetto Aldo Rebello del Partido Comunista do Brasil e Alfredo Sirkis dei Verdi, quello di ieri è sembrato un buon giorno di dialettica parlamentare, dove i voti e le posizioni non giungono al congresso così blindati e precostituiti da non lasciare spazio a sorprese. Farà scuola? Speriamo.

Keiko Fujimori, quanto vale la forza del nome

Il Perù si avvia a eleggere alla presidenza un altro Fujimori? Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos Apoyo divulgato ieri, la figlia dell’ex-presidente Alberto Fujimori, la parlamentare trentacinquenne Keiko Fujimori, nella disputa per il ballottaggio, sarebbe avanti di due punti (al 41%) rispetto all’avversario Ollanta Humala, il nazionalista che tenta la presidenza per la seconda volta. Con un programma di impostazione conservatrice e venato di populismo, Keiko Fujimori sembra essere riuscita a far dimenticare ai peruviani la tormentata gestione di suo padre, durata dal 1990 fino alla rinuncia nel 2000 in seguito a una sostanziale bancarotta dello Stato. Scappato dal paese, Fujimori senior è poi stato arrestato in Cile ed estradato in Perù, dove è stato condannato a venticinque anni di carcere per crimini finanziari e violazione dei diritti umani commessi durante la sua presidenza. Sembrava che il nome Fujimori dovesse svanire dalle cronache politiche peruviane, ma quando nel 2006 sua figlia Keiko si è candidata al parlamento, è risultata la  più votata del Paese. Un segnale che neppure un bambino di tre anni avrebbe sottovalutato. La mala gestione del presidente uscente Alan Garcia, un social-democratico incerto e in bilico tra riforme e conservazione, ha poi aiutato l’ascesa della Fujimori, che ha pubblicamente chiesto perdono per i crimini commessi dal padre, ha promesso che non lo grazierà e ha proposto al Perù, uno dei paesi più poveri e problematici del Sud America, un mix di ordine e lotta alla povertà, mano ferma (propone l’introduzione della pena di morte contro stupri e omicidi) e carezze di madre (educazione per i poveri, sostegno alle mamme, emersione delle minoranze indigene). Sarannò questi i temi capaci di convincere i peruviani (anche i molti all’estero, emigrati, a cui Keiko si rivolge con convinzione)? O è la forza del nome? Forza che anche da questa sponda dell’oceano, per esempio in Francia con Marie Le Pen, sembra conservare i suoi poteri davvero misteriosi?

Lula torna alle origini: guiderà la riforma politica e la strategia per le amministrative del 2012

Le elezioni amministrative del 2012 sono uno dei principali motivi del ritorno sulla scena politica nazionale di Luiz Inacio Lula da Silva. L’ex-presidente della Repubblica, infatti, impegnato attualmente come conferenziere negli Stati Uniti e in Europa, pur non aspirando ad alcun incarico effettivo, è stato chiamato dalla dirigenza del Partito dei Lavoratori (Pt) a coordinare le alleanze in vista del prossimo appuntamento elettorale, dal momento che il partito sia della presidente Dilma Rousseff che dell’ex-Lula è seriamente intenzionato a vincere, innanzitutto nella città di San Paolo, storicamente baluardo dell’opposizione. Già entro il prossimo ottobre, dovrebbe essere reso noto il nome del candidato petista, che correrà o da solo o come capo di una stretta alleanza. Inoltre, sul tavolo, c’è da tempo la cosiddetta “riforma politica” che dovrebbe essere affrontata dal congresso, nella quale è inclusa anche la riforma delle regole elettorali e altre importanti declinazioni della macchina politica nazionale, tra cui le regole per il finanziamento pubblico delle campagne. Secondo la Folha de S.Paulo, l’intervento di Lula è fondamentale per Dilma, libera così di proseguire il suo impegno al governo senza doversi occupare della “bassa cucina”, articolazione delle alleanze e programmi, dove il carisma e le capacità di Lula sono solide come il marmo.