Etichettato: Dilma Rousseff

Suspense alla brasiliana. Le elezioni e le sue incognite

Pubblico qui l’articolo uscito l’11 ottobre su «Pagina99», una riflessione sui risultati del primo turno delle elezioni brasiliane, in attesa del ballottaggio che si svolgerà domenica 26 ottobre. La domanda era: la sconfitta di Marina Silva, il ridimensionamento di Dilma Rousseff e il ritorno in gioco di Aecio Neves significano un sussulto della destra brasiliana? E cosa vuol dire, “destra”, oggi in Brasile? Inoltre, è di ieri la notizia che, dopo lunga riflessione, Marina Silva ha dichiarato il suo appoggio a Neves, appoggio vincolato a una serie di impegni programmatici. Decisione che solleva, tra chi ha seguito il lungo percorso politico di Silva, non poche perplessità. Nel pezzo, un riassunto delle puntate precedenti e gli interrogativi sul tappeto. 

Diciamo che nella costruzione del buon thriller sulle elezioni brasiliane era stata ideata una variazione di trama. Dilma Rousseff correva (e corre) per la rielezione contro Aecio Neves, leader del partito che da dodici anni è il maggiore avversario del PT di Lula, cioè il PSDB, Partito della Socialdemocrazia Brasiliana. Sulla scelta della variazione gli sceneggiatori sono stati, è vero, un po’ drastici: prendere il jet privato del terzo candidato, il socialista Eduardo Campos, e farlo precipitare sulla città di Santos (patria di Pelé e di Neymar). A quel punto, l’unica conseguenza di una variazione del genere era per forza l’entrata in gara di Marina Silva (vice di Campos), carismatica ex-ministra luliana, ecologista, che nel 2010 aveva preso, da sola, venti milioni di voti. Di colpo, lo scenario elettorale cambia. Marina scalza Aecio nei sondaggi e si piazza al secondo posto dietro Dilma. Ma l’infatuazione dura poco: a differenza dei colleghi, Marina non finge di ignorare il voto dei milioni e milioni di evangelici (è lei stessa praticante) e si mostra vacillante sui temi etici: omofobia, aborto, eccetera. Inoltre ha sempre fatto e fa molta paura all’establishment petista, in quanto il suo profilo indio e la quasi monastica coerenza ne fanno una specie di Lula ante-litteram. È presa di mira da tutti. Dilma l’attacca come una lupa a cui minacciano la prole. Così, ricade al terzo posto in un crescendo verdiano al contrario.

Si arriva a domenica 5 ottobre: Dilma al primo posto (41%) e Aecio che riconquista il secondo, e meglio di quanto sperasse (33%). Marina non ha vinto, ma (con il 21%) ha frantumato la solidità del centro-sinistra.

elezioni pagina99Aecio, oggi come oggi, è la destra, che in Brasile si traduce in un pensiero rimasto alle ormai nebbiose ricette di Fernando Henrique Cardoso, predecessore di Lula, che mentre implementava qualche timido programma sociale (d’altra parte era ed è un sociologo) spingeva massicciamente sulle privatizzazioni, e in aeree strategiche come petrolio e risorse minerali, alcune riuscite del tutto altre a metà (vedi la Petrobras, rimasta in mano al governo). Lula, giunto al potere il primo gennaio 2003 inverte la rotta: acceleratore pigiato sui programmi sociali (Borsa FamigliaLuce per tutti,La mia casa la mia vita, etc) e rafforzamento dello Stato nella politica economica e finanziaria. Non c’era la crisi mondiale, all’inizio. Dilma ha ereditato queste direttrici e la crisi. E infatti la votano i poveri. Però il modello si è piegato sotto il peso di una coscienza sociale più robusta. Lula e Dilma hanno latitato su salute, sicurezza, giustizia. E oggi c’è fame di cambiamento.

Su questo appetito adesso affila le posate Aecio Neves, 54 anni, ex-governatore del grande Minas Gerais, nipote di quel Tancredo Neves che fu eletto presidente nel 1984 ma morì improvvisamente (altro colpo di scena) prima di prendere possesso dello scranno. Tancredo Neves che, nel lontano 1953 fu ministro della giustizia di Getúlio Vargas, il dittatore populista che guardava con ammirazione a Mussolini, tentò di allearsi con Hitler ma fu rimesso in riga da Roosevelt.

Aecio Neves ha masticato politica fin da ragazzo all’ombra del nonno. Si affilia al PSDB, partito che nasce nel 1988 (anno della nuova Costituzione post-regime militare) in uno scenario all’epoca dominato dal PMDB (oggi diffusissimo partito moderato) e il PT (dei lavoratori) emerso dalle battaglie sindacali di San Paolo.

Il PSDB, il partito dei Tucanos (è il loro simbolo) è quello che porta F.H.Cardoso alla presidenza ed è il partito che, ormai da tempo immemore, guida lo Stato di San Paolo, vale a dire la maggiore e più inquinata economia del Sud America, regione che da sola ha le dimensioni, il Pil e il traffico d’auto di uno Stato di medie dimensioni.

Aecio si prepara alla presidenza da anni. La crisi del Pt e la frantumazione politica sono la sua grande occasione. Gli effetti già si vedono. Quello eletto domenica è il parlamento più conservatore degli ultimi dodici anni. Cosa significa? Significa la presenza di numerosi deputati evangelici nel vero senso della parola, cioè pastori di chiese. E una settantina di deputati “ruralisti”, cioè rappresentati degli interessi dei proprietari terrieri (e in Brasile per la terra non si scherza, si muore). Destra in Brasile significa questo: contrasto alle leggi per legalizzare aborto e liberalizzazione delle droghe leggere (il problema del narcotraffico in Brasile è una piaga sociale), e acerrime resistenze alle riforme per la salvaguardia della terra, della foresta, delle riserve indigene. Questi settori sono trasversali ai partiti e hanno più o meno forza a seconda delle alleanze. L’incognita riguarda quale spazio e quali nuove alleanze potrebbero formarsi con un governo formato da Aecio Neves. E sulla base delle alleanze, pragmatiche (non programmatiche), quali idee rendere vincenti.

©Alberto Riva

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Gestione ambientale in Brasile: il governo fa (volutamente) marcia indietro

Quando era solo a un passo dall’approvazione della riforma del Codice forestale, data per certa a inizio settimana, ieri la maggioranza di governo in Brasile ha fatto un clamoroso passo indietro e ha rimandato la votazione a data da destinarsi. Vittoria secca dello schieramento politico che si opponeva alla polemica riforma (leggi post), capitanato dai Verdi di Marina Silva (nella foto). Lo scontro sulle nuove regole di gestione ambientale in Brasile aveva raggiunto un livello molto alto e rischiava di essere approvato con pesanti modifiche o addirittura non passare. Proprio la paura di fallire la votazione ha spinto la maggioranza di Dilma Rouseff (che in questo voto contava anche sull’appoggio di parte dell’opposizione) a fare dietrofront per non incorrere nella prima vera sconfitta della sua presidenza cominciata lo scorso gennaio. Su un tema, quello della gestione ambientale e soprattutto della produzione agricola in aree protette (leggi Amazzonia e dintorni) , che è di primissimo piano. Delusi, a questo punto, i settori ruralisti, potenti e presenti in gran forze al parlamento e che spingevano per la “flessibilizzazione” del Codice, inclusa la controversa amnistia per chi ha sfruttato eree protette di foresta, cerrado, mata altlantica fino al 2008. Secondo un articolo del quotidiano Valor, però è stata la stessa presidente Dilma a imporre, in una lungimirante mossa politica, il passo indietro ai settori più duri dell’agrobusiness, favorendo così la sua base elettorale e il suo partito, il PT. La questione e il peso delle forze in gioco sono spiegati bene anche da questo articolo di Carta Capital. Nonostante siano volate anche accuse e mezzi insulti tra personaggi per altro non distanti idelogicamente (almeno un tempo…), come il relatore del progetto Aldo Rebello del Partido Comunista do Brasil e Alfredo Sirkis dei Verdi, quello di ieri è sembrato un buon giorno di dialettica parlamentare, dove i voti e le posizioni non giungono al congresso così blindati e precostituiti da non lasciare spazio a sorprese. Farà scuola? Speriamo.

Lula torna alle origini: guiderà la riforma politica e la strategia per le amministrative del 2012

Le elezioni amministrative del 2012 sono uno dei principali motivi del ritorno sulla scena politica nazionale di Luiz Inacio Lula da Silva. L’ex-presidente della Repubblica, infatti, impegnato attualmente come conferenziere negli Stati Uniti e in Europa, pur non aspirando ad alcun incarico effettivo, è stato chiamato dalla dirigenza del Partito dei Lavoratori (Pt) a coordinare le alleanze in vista del prossimo appuntamento elettorale, dal momento che il partito sia della presidente Dilma Rousseff che dell’ex-Lula è seriamente intenzionato a vincere, innanzitutto nella città di San Paolo, storicamente baluardo dell’opposizione. Già entro il prossimo ottobre, dovrebbe essere reso noto il nome del candidato petista, che correrà o da solo o come capo di una stretta alleanza. Inoltre, sul tavolo, c’è da tempo la cosiddetta “riforma politica” che dovrebbe essere affrontata dal congresso, nella quale è inclusa anche la riforma delle regole elettorali e altre importanti declinazioni della macchina politica nazionale, tra cui le regole per il finanziamento pubblico delle campagne. Secondo la Folha de S.Paulo, l’intervento di Lula è fondamentale per Dilma, libera così di proseguire il suo impegno al governo senza doversi occupare della “bassa cucina”, articolazione delle alleanze e programmi, dove il carisma e le capacità di Lula sono solide come il marmo.

Nel frattempo c’è chi governa. Dilma in Cina

Mentre in Italia la classe politica è fondamentalmente impegnata a decidere da chi andare ospite in tv, nel resto del mondo governano. In Brasile, per esempio, la presidente Dilma Rousseff è atterrata oggi in Cina per la sua prima visita ufficiale in Asia. E non ha iniziato dai compiti facili, bensì visitando il suo maggior partner commerciale e collega di Bric’s, gigante similiare con il quale le relazioni sono forti ma non mancano i problemi, con una bilancia commerciale che pende pesantemente in favore dei cinesi. Il Brasile esporta infatti soprattutto commodities, materie prime come ferro e soia, di cui è il maggior produttore mondiale. Per la verità quello dei prodotti finiti è un po’ il problema brasiliano: ne produce pochi, e quei pochi, sono cari. Mentre altri Paesi si beneficiano con le materie prime brasiliane, tantissime, e poi vendono i prodotti finiti guadagnandoci bene. Ciò detto, ci sono aziende brasiliane, come la Embraer, terzo costruttore al mondo di aereoplani, che hanno nel mercato cinese un cliente fondamentale, tanto che uno degli obiettivi del viaggio di Dilma è formalizzare la produzione di una parte della flotta Embraer sul territorio cinese, in special modo dei jet executive modello Legacy. Oltre alla vendita di nuovi modelli 190, già in servizio in Cina, come in Europa, sotto l’insegna di molte compagnie. Altro settore strategico è quello della carne suina, di cui la Cina è il maggior consumatore al mondo: il Brasile ne produce moltissima e cerca un rafforzamento della domanda. Dilma cerca anche investitori per le infrastrutture, che in Brasile non sono all’altezza dell’attuale momento di crescita. C’è un interesse da parte dei cinesi per entrare come dominatori nel progetto del treno ad alta velocità che dovrà collegare Rio a San Paolo. Se ne parla da tempo, doveva essere pronto per il Mondiale di calcio del 2014, ma appare già in grande ritardo. Al seguito di Dilma viaggiano circa 200 imprenditori dei più svariati settori.

Il business delle miniere: Brasile all’attacco

Cambio al vertice della multinazionale brasiliana Vale do Rio Doce, la seconda impresa estrattiva del mondo, e la prima nel settore del ferro, un colosso da 15 miliardi di euro di profitti nel 2010. Creata dal governo brasiliano nel 1942, nel 1997 la Vale è stata privatizzata. Sotto il governo Lula (2003-2010), la perdita di controllo statale su una azienda così strategica è stata poco tollerata. Già dal 2008 si sono avuti screzi tra l’ex-presidente Lula e il presidente della Vale, il super manager Roger Agnelli. Ques’ultimo, dopo dieci anni al comando, si prepara a  lasciare il posto a un altrettanto giovane executive, Murilo Ferreira, 58 anni, un passato già nell’azienda e poi incarichi in imprese di consulenza strategica e, si dice, vicino alla presidente della Repubblica Dilma Rouseff, che prima di assumere la guida del paese è stata ministra del settore, al dicastero di Minas e Energia. Il nome di Ferreira è stato indicato dagli azionisti e deve essere approvato dal consiglio di amministrazione.
La Vale è una mega impresa con un indotto di 120 mila posti di lavoro, 94 mila in Brasile, il resto nei cinque continenti. Nel 2010 ha fatto investimenti per 7 miliardi di dollari in Brasile e una cifra analoga all’estero. Estrae potassio in Argentina, Nichel in Canada, ferro in Guinea, Rame in Zambia, fosfato in Perù, eccetera eccetera. E’ presente in 30 paesi. (fonte O Globo e Folha).

San Paolo, polizia accusata di 150 omicidi

La polizia civile di San Paolo ha divulgato ieri un dossier nel quale rivela che, tra il 2006 e il 2010, la Polizia Militare della maggiore città brasiliana sarebbe responsabile almeno di 150 omicidi. Il 61% delle vittime era senza precedenti. Una cinquantina di poliziotti, secondo il dossier, fanno parte o hanno fatto parte di gruppi di sterminio. Alcuni sono già in carcere, altri ancora in servizio, altri sotto investigazione. Per capire cosa significano questi dati in concreto, lasciamo San Paolo e andiamo a Manaus, la capitale dello Stato di Amazonas, nel profondo nord brasiliano. Ieri un giudice ha chiesto l’arresto di sette poliziotti militari accusati di sparare a un ragazzino di quattordici anni disarmato che non è morto per un soffio, ma ha subito la perforazione di un polmone: il fatto risale allo scorso ottobre ma l’inchiesta è partita solo lo scorso febbraio. Si ha idea dei tentativi di depistaggio e interferenza alle indagini che devono essere stati tentati fin qui. Il caso ricorda da vicino quello di Marcia Jacinto che tempo fa avevo raccontato sul Riformista.
Non esistono indicatori economici positivi che possano cancellare una verità solida come pietra. Se il Brasile vuole davvero entrare nel novero delle grandi democrazie deve risolvere al più presto il problema della polizia. Deve togliere dalla strada, privarli delle uniformi, sottrarre il potere arbitrario a un esercito di delinquenti corporativi. Ovvio: stiamo parlando delle mele bacate, non di un tutto. Ma le mele bacate, purtroppo, sono una grossa fetta del raccolto. Deve riformare tutto il sistema. L’ex-presidente Lula non lo ha fatto, auguriamoci che lo faccia Dilma Rousseff.
(In alto, esercito in azione a Rio nella favela Rocinha, foto di Alberto Riva)

Lula morettiano: che dici, vengo?

Che l’ex-presidente Luiz Inacio Lula da Silva fosse un genio della comunicazione si sapeva, ma che riuscisse a polarizzare l’attenzione anche da assente, non era ancora successo. Ci è riuscito sabato scorso durante la visita di Barack Obama a Brasilia. La presidente Dilma Rousseff ha invitato a pranzo il presidente Usa chiamando a raccolta tutti gli ex-presidenti del Brasile disponibili sul mercato: dal tenebroso Fernando Collor al decano José Sarney, dal mite Itamar Franco al pensieroso Fernando Henrique Cardoso. E Lula? Lula ha declinato l’invito. Ma come, proprio lui? L’uomo che ha traghettato il Brasile dal passato al futuro senza passare da via? Il predecesseore di Dilma, che proprio Obama aveva consacrato definendolo That’s the guy! E si, Lula non c’era. E la sua assenza ha occupato sui giornali quasi più spazio del pranzo di Dilma, provocando un florilegio di congetture.
F. H. Cardoso, che lasciò nel 2002 il testimone a Lula, ha sobillato: sarà stato un po’ geloso. Itamar Franco, noto per il suo equilibrio, non si è voluto sbilanciare: avrà avuto un altro impegno, ha detto. La stampa, dal canto suo, ha visto nell’assenza di Lula l’intenzione di non rubare la scena a Dilma nella sua prima grande passerella internazionale. Parole sagge, ribadite da José Sarney, eterno protagonista della politica brasiliana. Lula non ha voluto oscurare Dilma, ha dichiarato l’ex-presidente. In ogni caso, sembra proprio che Lula abbia fatto suo il celebre dettato di Nanni Moretti: mi si nota di più, se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo?
(In alto, Dilma e Obama a Brasilia, foto di Lula Marques/Folha)