Categoria: Brasile

Quando il Brasile serviva Hitler e le memorie di Anita Prestes

Sua madre era Olga Benario, ebrea tedesca che Getulio Vargas espulse dal Brasile alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Anita Prestes, che oggi ha 81 anni e nacque in una prigione della Gestapo, storica e studiosa autrice di molti libri, racconta la vicenda che coinvolse suo padre Luis Carlos Prestes e la madre, una storia avventurosa e tragica che non bisogna dimenticare.
La mia intervista su “Il Venerdì di Repubblica”

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«Il prezzo dei fagioli non entra nella poesia». Addio a Ferreira Gullar, poeta della vita inventata

gullar

Ferreira Gullar (1930-2016)

E’ morto a Rio de Janeiro Ferreira Gullar, il maggior poeta brasiliano, aveva 86 anni.
Nato nello stato tropicale del Maranhão, ha vissuto gran parte della sua vita a Rio, tranne un periodo, negli anni Settanta, quando preferì esiliarsi per non essere catturato dal regime militare (1964-1985), sette anni in cui girovagò tra Argentina, Cile e Russia.

Gullar era un grande poeta, un raffinato critico d’arte, un prolifico saggista e un pittore che si dilettava a rifare, copiare quadri celebri. Nel suo appartamento di Copacabana, nella Rua Duvivier, ce n’erano parecchi, di quadri suoi. Raccontavano, secondo me, il suo lato ludico, uno spirito tutto rivolto all’invenzione, all’epifania della scintilla poetica.

Gullar è stato un poeta civile, che prese posizione contro i militari, e per questo finì sulla lista nera (insieme a tanti altri, da Jorge Amado a Oscar Niemeyer a Chico Buarque: scrittori, poeti, architetti, musicisti, i militari non facevano distinzione).
Fu un altro poeta, molto in vista, a spendersi per facilitare il suo ritorno in patria: Vinicius de Moraes. Quando uscì la raccolta forse più celebre di Gullar, Poema sujo (Poema sporco), scritto in esilio, Vinicius nel recensirla chiederà formalmente l’amnistia per il collega, che di fatto in breve rientrerà.

Di Gullar è una delle più belle poesie brasiliane sulla libertà minacciata:

Agosto 1964
(…)
Dico addio all’illusione

ma non al mondo. Ma non alla vita,
mio rifugio e mio regno.
Del salario ingiusto
della punizione ingiusta
dell’umiliazione, della tortura
del terrore,
conserviamo qualcosa e con esso costruiamo un artefatto
un poema
una bandiera.

Ma Gullar era poeta soprattutto dell’esperienza interiore, vissuta però come riflesso inevitabile del mondo, un mondo nel quale spendersi e del quale caricarsi sulla spalle (forse imprimersi sulla pelle) il peso; ma non solo, del quale registrare, in forma poetica, la forza vitale (la vita, mio rifugio e mio regno).
Uomo nato in una delle regioni più povere e insieme più belle del Brasile, figlio di un quitandeiro, un fruttivendolo e droghiere, Gullar amava la realtà urbana, da cui era affascinato e in qualche modo sedotto: scappò ancora giovane verso Rio, che vedeva al cinema e immaginava attraverso le canzoni della radio. Come poeta, è stato molto vicino all’universo della musica e ai musicisti: suoi poemi sono stati musicati, tra altri, da Caetano Veloso (Onde andaras) e alcuni singoli versi da Adriana Calcanhotto, mentre è stato grazie a una melodia (e alla voce) di Raimundo Fagner che tutto il Brasile ha conosciuto forse una delle sue poesie più belle:

Traduzir-se (Tradursi)

Una parte di me
È tutto il mondo
L’altra parte è nessuno
Fondo senza fondo.

Una parte di me
È moltitudine:
L’altra parte estraneità
E solitudine.

(…)

Una parte di me
È solo vertigine:
L’altra parte,
Linguaggio.

Tradurre una parte
Nell’altra parte
– che è una questione
di vita o morte –
sarà arte?

Andai a casa di Ferreira Gullar un pomeriggio, dopo avergli semplicemente telefonato perché, scrivendo su Rio, stavo cercando di capire Copacabana e lui, di Copacabana, era una tipica creatura. Pressoché indifferente al caos orrendo di quella città nella città, ne assaporava insieme il fascino segreto e il mondo di occasioni, di brutture, di odori dispersi. A Copacabana in fondo si perdona tutto, in virtù dell’oceano sullo sfondo, con la sua possibilità di vento e di illusoria fuga. Gullar parlò molto, della saggezza dei brasiliani e della loro permissività: di entrambi gli aggettivi non capii se si trattava di un giudizio positivo o negativo. Probabilmente era entrambe le cose (una parte di me è solo vertigine, l’altra parte è linguaggio).

Citava spesso Vinicius de Moraes, «inventore di una vita felice» come qualcosa che pur essendogli prossima gli sfuggiva, misteriosa. Se de Moraes infatti era poeta arcade, elegiaco, dei sentimenti ideali, Gullar dei sentimenti indagava l’elemento umano, l’elemento mortale, “sporco”, come il suo poema magistrale. Nella sua poesia Gullar registrava la carnalità e la vertigine della vita, in una dimensione però metafisica che fa pensare, talvolta, alla pittura di Giorgio De Chirico.

Non c’è posto

Il prezzo dei fagioli
non entra nella poesia. Il prezzo
del riso
non entra nella poesia.

Non entrano nella poesia il gas
la luce il telefono
il furto
del latte
della carne
dello zucchero
del pane.

(…)

Perché la poesia, signori
è al completo: «non c’è posto»
Soltanto vi entra
l’uomo senza stomaco
la donna di nuvole
la frutta senza prezzo.

La poesia, signori,
non puzza
né profuma.

Era convinto di questo, Ferreira Gullar, un po’ come Seneca (e Vinicius): che la vita è esattamente come la poesia, ossia un’invenzione. A noi decidere quale.

©Alberto Riva

Vent’anni senza Tom Jobim, l’uomo della foresta. E la foresta brucia

tom Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via. 
E’ il verso che apre Passarim, una delle canzoni più belle di Antonio Carlos Jobim, che morì a New York esattamente vent’anni fa, l’8 dicembre 1994 (era nato a Rio nel 1927). Passarim, “uccellino”, è forse la canzone che racconta meglio l’arte del più grande compositore brasiliano e certamente uno dei più amati della nostra epoca. Il quale, è vero, è ricordato soprattutto per essere l’autore di classici della Bossa Nova, dalla Garota de Ipanema a Desafinado, da Corcovado a One note Samba, solo per citarne alcuni (ma sono decine le sue canzoni famose).

Però Jobim era soprattutto un uomo profondamente legato alla natura. L’osservazione, il contatto, l’amore per la natura erano la sua fonte di ispirazione. Si tratta di qualcosa che va al di là della sensibilità ecologica. Si tratta di un rapporto molto stretto, una specie di parentela che il carioca, come Jobim, il cittadino di Rio, intrattiene con il banano che ha nel cortile di casa, con il ramo di avocado che sbatte contro la sua finestra, con la bromelia che si riempie di pioggia come un bicchiere d’acqua e va controllata, accarezzata, semmai svuotata di tanto in tanto. In questo universo dove il verde domina, dove il silenzio è spesso motivo di brividi e di pensieri; in questo scenario dove le rocce intarsiano le strade e la sabbia entra neghi uffici e nelle chiese, dove lo smog porta con sé una traccia di salsedine, in questo quadro nasce la migliore musica brasiliana. E così pure la poesia. passarim

Jobim era artefice di entrambe le cose e le trovava in quello che il Brasile ha di più prezioso e sconvolgente: la forza della natura. I suoi eredi, oggi, mantengono viva questa passione attraverso l’Instituto Antonio Carlos Jobim, con sede nel cuore del Jardim Botanico di Rio, dove le memorie e gli archivi del compositore e di illustri colleghi, da Dorival Caymmi a Paulo Moura, sono conservati in una specie di linfatica osmosi tra arte e mondo naturale.

E’ vero, esiste una parte fondamentale della sua attività che è fondamentalmente urbana: la nascita della Bossa Nova, una musica che è espressione della modernità di Rio nel suo aprirsi per incontrare il jazz e le sue radici: il samba. Però esiste una parte, che io chiamerei la seconda, della vita artistica di Jobim, dove il compositore incontra se stesso, il nipote di fazendeiros e addirittura di bandeirantes, vale a dire i pionieri che senza risparmiare crudeltà aprirono le frontiere dell’interno, partendo da San Paolo e dalle coste. Nascono in questa seconda fase, che si verifica negli anni Settanta, dischi che hanno dunque i nomi degli uccelli più amati da Jobim: Matita PerêUrubu e, appunto, Passarim.

matitaIl primo, disco nel 1972 che si apre per altro con una delle pietre miliari del compositore, la lunga ovazione alla natura intitolata Aguas de Março, prende il titolo da un uccello dai molti nomi, e che presumibilmente è il Saci Pererê, o Matinta Pereira (Saci è anche il nome di un personaggio leggendario del folclore afro-brasiliano). E’ tutto un disco pensato intorno a una rilettura delle radici, basti pensare alla suite Crônica da casa assassinada. 

Il secondo, Urubu, del quale esistono per altro diverse specie, è il grande avvoltoio che è facile veder volteggiare intorno ai rifiuti nelle periferie delle città. Jobim prediligeva il Jereba, che per la sua grande apertura alare e il suo ampio volo planante era considerato alla stregua di un’aquila. Sulla copertina del disco è ritratto in una fotografia che lo stesso Jobim contribuì a realizzare insieme a Jannuario Garcia: partirono all’alba e lo incontrano volando a sud di Rio. Jobim diceva che il Jereba era, tra gli Urubu, il più coraggioso: assaggiava i veleni. Quello che non taccava lui era intoccabile. Il suo canto imita il vento, nei suoi occhi si specchiava la cordigliera quando, scrive Jobim, «la vita era per un momento. Non era regalata. Era prestata…». Nel disco, del 1975, un capolavoro assoluto (contiene tra le altre lo splendido samba lento Ligia) non esiste una canzone dedicata al grande uccello, ma la sua presenza è ben udibile nel poema strumentale chiamato Saudade do Brasil. La musica di Jobim, raramente così appassionata, traduce perfettamente il suo titolo. Jobim, già allora, avvertiva il pericolo. Nel volo, all’alba, dell’Urubu cacciatore, dell’Urubu controllore, come talvolta era chiamato, Jobim avvisa della minaccia. La foresta, là in basso, era in pericolo.

urubuIn questi anni, il grido di allarme per l’Amazzonia ha rischiato di trasformarsi una specie di trito luogo comune. Non lo è. E oggi l’accanimento nel distruggere un ecosistema dove ogni elemento ha una funzione precisa, dai vermi della terra alla ronda che gli urubu e i falchi compiono instancabilmente, è ancora peggiore che in passato. Si è fatto più sofisticato e più mirato. Non è più solo il commercio illegale del legno a radere al suolo ettari di foresta ogni giorno: sono anche il pascolo intensivo e la produzione della soia. In questi mesi il Brasile vive la peggior siccità degli ultimi cento anni, e non dove il Paese è abituato ad avere sete, cioè nel deserto semi-arido del nordest, bensì a sud, nella regione sud-est, che va dal Minas Gerais passando per Rio e lo Stato di San Paolo. Nella metropoli da venti milioni di abitanti l’acqua è diventata un bene raro e costoso: in molti quartieri ogni notte i rubinetti sono a secco, in altre ore è razionata. Camion cisterna, intorno ai quali gravita un business colossale, raggiungono periferie, industrie, case rimaste senza acqua. Che viene venduta porta a porta.

Molti studiosi addebitano questo brutale cambiamento di clima alle mutazioni dell’ecosistema amazzonico, le correnti umide che il polmone del pianeta esala sono oggi sempre più scarse, fanno più fatica a scendere lungo la dorsale del continente. Che sia questa la ragione è verosimile; ma anche non fosse l’unica, è ovvio che la pervicace volontà dell’uomo di ridurre un ambiente di natura così peculiare e così vasto ha e avrà conseguenze terribili.

In quella magnifica orazione in forma di melodia che è Passarim, Jobim scrive:
La foresta che è buona, il fuoco ha bruciato.
Dov’è il fuoco, l’acqua l’ha spento.
E dov’è l’acqua? Il bue l’ha bevuta.
Dov’è l’amore? Il gatto se l’è mangiato.
E la cenere si è sparsa, e la pioggia se l’è portata.
Dov’è il mio amore che il vento ha portato via?

(Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via.)

Nella descrizione del mondo perduto dell’Urubu, dove avvertiva che la vita non è regalata, bensì prestata, Jobim concludeva con un verso solo apparentemente misterioso:« tutto è testamento».
Il suo è fondamentale. Teniamolo vivo.

©Alberto Riva

Gilberto Gil, samba e filosofia: «Bisogna ancora imparare a “essere”»

Pubblico qui nella sua versione integrale l’intervista con Gilberto Gil uscita oggi su «Il Venerdì di Repubblica» che, come sempre, per ragioni di spazio, è stata assai ridimensionata. Ho riportato soprattutto le risposte che attengono alla musica e alla nuova tournée italiana che comincia stasera da Roma, rimaste quasi tutte fuori dal testo. 

Gil_Venerdi

Come nasce questa nuova tournée?
È una tournée eccezionale. Nasce dal desiderio mio e di mia moglie di viaggiare nei luoghi che amiamo di più in Italia e Francia in special modo. Lione, Lille, Parigi, Roma, Venezia, Firenze. Andiamo anche a Vienna e Zurigo, siamo stati a Montreaux. Dunque mettendo insieme il viaggio e alcuni concerti molto semplici, voce e chitarra, con cui affronto un repertorio molto ampio di tanti momenti della mia carriera: lieve, sciolto, per mostrare al pubblico la forza dell’intimità che c’è tra il repertorio, la mia voce e la mia maniera di suonare la chitarra. Siamo soli io e Flora, e lei si occupa di tutta l’organizzazione del tour, comprese le luci degli show, una cosa che le piace molto fare.

Lo show includerà anche pezzi del suo ultimo disco, «Gilbertos Samba»?
Alcune cose del disco faranno parte dei concerti. L’anno prossimo farò invece proprio il tour di Gilbertos Samba, tranne che sul palco in quel caso ci saranno anche mio figlio Ben, Domenico Lancellotti e Mestrinho, un giovane fisarmonicista molto talentuoso.

Il disco è un omaggio alla Bossa Nova e a João Gilberto. Cosa ha rappresentato per lei João?
João ha inaugurato una visione dell’espressività musicale completamente sua, originale. João ha scelto di esprimersi con quella sua soavità e tranquillità, e nello stesso tempo dando enfasi nella ricchezza dei ritmi brasiliani a cominciare dal samba. Il tutto, fatto con una modernità che all’epoca veniva definita “cool”, influenzato dal cool jazz americano. E una grande apertura al repertorio della canzone brasiliana: cominciò cantando cose importantissime dell’epoca che lo aveva preceduto, anni Trenta e Quaranta, e insieme fu interprete delle novità a lui contemporanee: Tom Jobim, Vinicius de Moraes, Carlos Lyra, Roberto Menescal e Ronaldo Boscoli. Insomma, tutta la generazione della Bossa Nova. La sua profondità nella relazione tra il canto e l’accompagnamento della chitarra sono stati determinanti per una intera generazione. C’è molto della chitarra di João nel mio modo di suonare la chitarra, è l’influenza principale, sono un suo oriundo! E poi l’attenzione acutissima alle nuances ritmiche, alle nuances armoniche, alla visione modernista dell’armonia. La sua poetica modernizzatrice ha influenzato me, Chico, Caetano e tanti altri.

A quando risale esattamente la sua amicizia con Caetano Veloso?
Con Caetano ci siamo conosciuti a vent’anni a Salvador, siamo entrambi del 1942. Fu proprio l’interesse comune per la Bossa Nova e João Gilberto ad avvicinarci.

Vorrei sapere qualcosa di alcune sue canzoni. Come sono nate. Partiamo da «Soy loco por ti America».
«Soy loco por ti America» è mia e di Capinam, ed è stata interpretata la prima volta proprio da Caetano. La scrissi a San Paolo nel periodo in cui stava venendo alla luce il repertorio di Tropicalia ou Panis et Circensis. La vera ispirazione di questa canzone è la saga di Che Guevara, espressa nella frase è «el nombre de l’hombre muerto».

«Aquele abraço»?
«Aquele abraço» è una musica d’addio. La scrissi quando stavo lasciando il Brasile per andare in esilio a Londra. Ho sentito per la prima volta questa espressione quando ero stato imprigionato dai militari, a Rio, nel 1969. In realtà la usava un umorista della tv ed era molto usata dai soldati.

Aveva mai pensato che la musica l’avrebbe portata al carcere e all’esilio?
Fu una specie di shock. Non avrei mai immaginato che i cammini della musica e della poesia, la mia dimensione letteraria e poetica mi avrebbero portato a confrontarmi in modo così duro con la vita politica. Ma, a ben pensarci, il momento in cui io emergo come musicista corrisponde al momento in cui in Brasile si installa la dittatura. Io ero studente, come lo erano Chico Buarque, Caetano e tanti altri, e noi dovemmo impegnarci in una militanza contro la dittatura. A Bahia, a Rio, a San Paolo, e ciò finì per includere la nostra arte che irritò i militari.

Ebbe paura di non tornare?
Io temevo, avevo il sospetto che poteva passare molto tempo senza poter tornare in Brasile. Non si capiva come poteva finire quella storia. Per fortuna dopo tre anni invece potemmo tornare dal momento che sebbene ancora ci fosse il regime cominciava ad esserci una distensione, i militari capivano che non potevano intervenire pienamente nella vita repubblicana.

Chi vi aiutò in quella circostanza?
Innanzitutto la famiglia e gli amici stretti e i militanti. Ma poi c’era una rete di esiliati brasiliani in varie città europee, esiliati e auto esiliati, cioè gente che se n’era andata di sua spontanea volontà. Parigi, Londra, Roma, Zurigo.

Mi parli di «Cerebro Eletronico».
Ah, sì, questa l’ho scritta proprio mentre ero in prigione nel 69 a Rio.

Sul serio? Lei scriveva «Cerebro eletronico» e Caetano, nella sua cella, scriveva «Terra», un altra canzone storica. Con un po’ di cinismo si potrebbe dire che la prigione fa molto bene alla musica brasiliana!
(Ride) Molte volte sì!

Ma meglio evitare, no?
Certo.

Poi Gil aggiunge.
Sono le cose della vita, come diciamo noi in Brasile: con un limone fai una limonata.

Torniamo alla canzone…
Mi è venuta in un momento di aspettativa per la rivoluzione tecnologica che sarebbe avvenuta qualche anno dopo. Si riferiva ai primi computer, alla cibernetica, che lasciava la scienza per approdare nella tecnologia. Mi pare profetica.

Lei usa le nuove tecnologie?
Osservo a distanza. Faccio parte di una generazione pre-tecnologica. Personalmente non sono un utente delle reti sociali, ma in qualche modo le promuovo attraverso le mie canzoni o anche azioni, a cominciare da quando ero ministro. Sono trasformazioni sociali interessanti, direi anche psicosociali: nuove forme di comunicazioni tra individui e gruppi sociali, dalle moltitudini a una sola persona, mi paiono interessanti. D’altra parte ho dedicato a questo universo un intero lavoro di due o tre anni, con il disco Banda Larga Cordel. Dove invitavo il pubblico a filmare i concerti, metterli in rete, condividere, scaricare gratuitamente le canzoni, a fotografare e fotografarsi durante gli show: mi pare, a pensarci adesso, una anticipazione di Instagram, visto che accadeva ormai dieci anni fa!

Un’altra canzone che trovo molto interessante è «Preciso aprender a só ser». Come nacque?
Era il momento in cui cominciavo a interessarmi molto alla sfera spirituale della vita e le relazioni tra oriente e occidente, filosofie greca e orientale. Leggevo Burroughs, mi interessava la cultura hippy, i guru indiani. Così ho approfittato del samba di Marcos Valle (Preciso aprender a ser só) e l’ho risvoltato al contrario: invece di imparare a stare “soli”, bisogna imparare a “essere”, cioè integralmente presenti nell’essere. È il riciclaggio di una canzone popolare ed è il procedimento più comune nell’arte contemporanea: il riciclaggio.

Parliamo dell’immagine che il Brasile ha nel mondo. Sente un mutamento di percezione nel mondo?
Il Brasile è diventato più chiaramente un paese importante, per le sue dimensioni, la formazione della gente, la pluralità della sua cultura e a causa della globalizzazione, che esige che i paesi in qualche modo si parifichino in una sorta di attenzione reciproca, un processo di interesse mondiale. Il mondo è più attento al Brasile, anche solo a partire dalla sua economia. Resiste tuttavia una insistenza in una serie di cliches, fotografie classiche, ma credo che non come una volta: samba, carnevale, cioè la dimensione folclorica. Oggi non è più solo così.

Lei crede in Dio?
Io rispetto le credenze, cioè la traduzione che ognuno fa dell’idea di Dio, dell’idea di un essere trascendente. Le religioni hanno avuto, nonostante i problemi che talvolta provocano, una indubbia importanza nella direzione che prende una società. Io non ho una preferenza. Io sono simultaneista. Sono per la simultaneità. Penso che in me abita il sentimento della fede e il sentimento del dubbio, dello scetticismo. Le due cose insieme. Non riesco a scegliere un Dio pienamente soddisfacente, al quale consegnare la mia vita intera. La mia religiosità è filosofica.

Mi pare che lei lo esprima nella canzone «Se eu quiser falar com Deus».
Esatto. Dove, oltre alle dimensioni delle credenze, parlo di un luogo vuoto, un niente, diciamo così, che merita anche lui di essere rispettato. Il nostro destino può essere il vuoto. Nei momenti di maggior debolezza, fragilità, paura, si è tentati di cedere a un credo che ci aiuti, che ci conforti, ma anche in quei momenti non sono riuscito, non mi è successo: ho continuato ad essere credente e scettico nello stesso tempo.

La sua famiglia è grande, tanti figli, tanti artisti…
Vari sono artisti, i miei figli Preta, Ben, Nara. E adesso il più piccolo, José, ha un suo gruppo musicale, nel quale, addirittura ci suonano due miei nipoti!

Sul serio?
Sì. A Rio c’è questo gruppo in cui suona mio figlio e due miei nipoti! E in futuro può essere che ci entri pure io: stiamo pensando a qualcosa da fare insieme!

©Alberto Riva

Gilberto Gil suona questa sera in “solo” a Roma, il 26 a Fabriano, 28 Cesena, 1 novembre a Trieste e il 6 a Padova.
Da ascoltare: Gilbertos Samba (Sony Music)