Categoria: Brasile

Vita e miracoli di Jorge Amado, l’uomo che ha inventato l’anima brasiliana

E’ uscita in Brasile una corposa e utile biografia di Jorge Amado (1912-2001), il maggior scrittore brasiliano e uomo le cui idee sono ancora importanti. La biografia firmata dalla giornalista e studiosa Joselia Aguiar, analizza a fondo la storia dello scrittore baiano, tracciando nel contempo una storia sociale, politica, culturale del Novecento brasiliano.
Ne parlo su “Il Venerdì di Repubblica”

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Quando il Brasile serviva Hitler e le memorie di Anita Prestes

Sua madre era Olga Benario, ebrea tedesca che Getulio Vargas espulse dal Brasile alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Anita Prestes, che oggi ha 81 anni e nacque in una prigione della Gestapo, storica e studiosa autrice di molti libri, racconta la vicenda che coinvolse suo padre Luis Carlos Prestes e la madre, una storia avventurosa e tragica che non bisogna dimenticare.
La mia intervista su “Il Venerdì di Repubblica”

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«Il prezzo dei fagioli non entra nella poesia». Addio a Ferreira Gullar, poeta della vita inventata

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Ferreira Gullar (1930-2016)

E’ morto a Rio de Janeiro Ferreira Gullar, il maggior poeta brasiliano, aveva 86 anni.
Nato nello stato tropicale del Maranhão, ha vissuto gran parte della sua vita a Rio, tranne un periodo, negli anni Settanta, quando preferì esiliarsi per non essere catturato dal regime militare (1964-1985), sette anni in cui girovagò tra Argentina, Cile e Russia.

Gullar era un grande poeta, un raffinato critico d’arte, un prolifico saggista e un pittore che si dilettava a rifare, copiare quadri celebri. Nel suo appartamento di Copacabana, nella Rua Duvivier, ce n’erano parecchi, di quadri suoi. Raccontavano, secondo me, il suo lato ludico, uno spirito tutto rivolto all’invenzione, all’epifania della scintilla poetica.

Gullar è stato un poeta civile, che prese posizione contro i militari, e per questo finì sulla lista nera (insieme a tanti altri, da Jorge Amado a Oscar Niemeyer a Chico Buarque: scrittori, poeti, architetti, musicisti, i militari non facevano distinzione).
Fu un altro poeta, molto in vista, a spendersi per facilitare il suo ritorno in patria: Vinicius de Moraes. Quando uscì la raccolta forse più celebre di Gullar, Poema sujo (Poema sporco), scritto in esilio, Vinicius nel recensirla chiederà formalmente l’amnistia per il collega, che di fatto in breve rientrerà.

Di Gullar è una delle più belle poesie brasiliane sulla libertà minacciata:

Agosto 1964
(…)
Dico addio all’illusione

ma non al mondo. Ma non alla vita,
mio rifugio e mio regno.
Del salario ingiusto
della punizione ingiusta
dell’umiliazione, della tortura
del terrore,
conserviamo qualcosa e con esso costruiamo un artefatto
un poema
una bandiera.

Ma Gullar era poeta soprattutto dell’esperienza interiore, vissuta però come riflesso inevitabile del mondo, un mondo nel quale spendersi e del quale caricarsi sulla spalle (forse imprimersi sulla pelle) il peso; ma non solo, del quale registrare, in forma poetica, la forza vitale (la vita, mio rifugio e mio regno).
Uomo nato in una delle regioni più povere e insieme più belle del Brasile, figlio di un quitandeiro, un fruttivendolo e droghiere, Gullar amava la realtà urbana, da cui era affascinato e in qualche modo sedotto: scappò ancora giovane verso Rio, che vedeva al cinema e immaginava attraverso le canzoni della radio. Come poeta, è stato molto vicino all’universo della musica e ai musicisti: suoi poemi sono stati musicati, tra altri, da Caetano Veloso (Onde andaras) e alcuni singoli versi da Adriana Calcanhotto, mentre è stato grazie a una melodia (e alla voce) di Raimundo Fagner che tutto il Brasile ha conosciuto forse una delle sue poesie più belle:

Traduzir-se (Tradursi)

Una parte di me
È tutto il mondo
L’altra parte è nessuno
Fondo senza fondo.

Una parte di me
È moltitudine:
L’altra parte estraneità
E solitudine.

(…)

Una parte di me
È solo vertigine:
L’altra parte,
Linguaggio.

Tradurre una parte
Nell’altra parte
– che è una questione
di vita o morte –
sarà arte?

Andai a casa di Ferreira Gullar un pomeriggio, dopo avergli semplicemente telefonato perché, scrivendo su Rio, stavo cercando di capire Copacabana e lui, di Copacabana, era una tipica creatura. Pressoché indifferente al caos orrendo di quella città nella città, ne assaporava insieme il fascino segreto e il mondo di occasioni, di brutture, di odori dispersi. A Copacabana in fondo si perdona tutto, in virtù dell’oceano sullo sfondo, con la sua possibilità di vento e di illusoria fuga. Gullar parlò molto, della saggezza dei brasiliani e della loro permissività: di entrambi gli aggettivi non capii se si trattava di un giudizio positivo o negativo. Probabilmente era entrambe le cose (una parte di me è solo vertigine, l’altra parte è linguaggio).

Citava spesso Vinicius de Moraes, «inventore di una vita felice» come qualcosa che pur essendogli prossima gli sfuggiva, misteriosa. Se de Moraes infatti era poeta arcade, elegiaco, dei sentimenti ideali, Gullar dei sentimenti indagava l’elemento umano, l’elemento mortale, “sporco”, come il suo poema magistrale. Nella sua poesia Gullar registrava la carnalità e la vertigine della vita, in una dimensione però metafisica che fa pensare, talvolta, alla pittura di Giorgio De Chirico.

Non c’è posto

Il prezzo dei fagioli
non entra nella poesia. Il prezzo
del riso
non entra nella poesia.

Non entrano nella poesia il gas
la luce il telefono
il furto
del latte
della carne
dello zucchero
del pane.

(…)

Perché la poesia, signori
è al completo: «non c’è posto»
Soltanto vi entra
l’uomo senza stomaco
la donna di nuvole
la frutta senza prezzo.

La poesia, signori,
non puzza
né profuma.

Era convinto di questo, Ferreira Gullar, un po’ come Seneca (e Vinicius): che la vita è esattamente come la poesia, ossia un’invenzione. A noi decidere quale.

©Alberto Riva

Vent’anni senza Tom Jobim, l’uomo della foresta. E la foresta brucia

tom Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via. 
E’ il verso che apre Passarim, una delle canzoni più belle di Antonio Carlos Jobim, che morì a New York esattamente vent’anni fa, l’8 dicembre 1994 (era nato a Rio nel 1927). Passarim, “uccellino”, è forse la canzone che racconta meglio l’arte del più grande compositore brasiliano e certamente uno dei più amati della nostra epoca. Il quale, è vero, è ricordato soprattutto per essere l’autore di classici della Bossa Nova, dalla Garota de Ipanema a Desafinado, da Corcovado a One note Samba, solo per citarne alcuni (ma sono decine le sue canzoni famose).

Però Jobim era soprattutto un uomo profondamente legato alla natura. L’osservazione, il contatto, l’amore per la natura erano la sua fonte di ispirazione. Si tratta di qualcosa che va al di là della sensibilità ecologica. Si tratta di un rapporto molto stretto, una specie di parentela che il carioca, come Jobim, il cittadino di Rio, intrattiene con il banano che ha nel cortile di casa, con il ramo di avocado che sbatte contro la sua finestra, con la bromelia che si riempie di pioggia come un bicchiere d’acqua e va controllata, accarezzata, semmai svuotata di tanto in tanto. In questo universo dove il verde domina, dove il silenzio è spesso motivo di brividi e di pensieri; in questo scenario dove le rocce intarsiano le strade e la sabbia entra neghi uffici e nelle chiese, dove lo smog porta con sé una traccia di salsedine, in questo quadro nasce la migliore musica brasiliana. E così pure la poesia. passarim

Jobim era artefice di entrambe le cose e le trovava in quello che il Brasile ha di più prezioso e sconvolgente: la forza della natura. I suoi eredi, oggi, mantengono viva questa passione attraverso l’Instituto Antonio Carlos Jobim, con sede nel cuore del Jardim Botanico di Rio, dove le memorie e gli archivi del compositore e di illustri colleghi, da Dorival Caymmi a Paulo Moura, sono conservati in una specie di linfatica osmosi tra arte e mondo naturale.

E’ vero, esiste una parte fondamentale della sua attività che è fondamentalmente urbana: la nascita della Bossa Nova, una musica che è espressione della modernità di Rio nel suo aprirsi per incontrare il jazz e le sue radici: il samba. Però esiste una parte, che io chiamerei la seconda, della vita artistica di Jobim, dove il compositore incontra se stesso, il nipote di fazendeiros e addirittura di bandeirantes, vale a dire i pionieri che senza risparmiare crudeltà aprirono le frontiere dell’interno, partendo da San Paolo e dalle coste. Nascono in questa seconda fase, che si verifica negli anni Settanta, dischi che hanno dunque i nomi degli uccelli più amati da Jobim: Matita PerêUrubu e, appunto, Passarim.

matitaIl primo, disco nel 1972 che si apre per altro con una delle pietre miliari del compositore, la lunga ovazione alla natura intitolata Aguas de Março, prende il titolo da un uccello dai molti nomi, e che presumibilmente è il Saci Pererê, o Matinta Pereira (Saci è anche il nome di un personaggio leggendario del folclore afro-brasiliano). E’ tutto un disco pensato intorno a una rilettura delle radici, basti pensare alla suite Crônica da casa assassinada. 

Il secondo, Urubu, del quale esistono per altro diverse specie, è il grande avvoltoio che è facile veder volteggiare intorno ai rifiuti nelle periferie delle città. Jobim prediligeva il Jereba, che per la sua grande apertura alare e il suo ampio volo planante era considerato alla stregua di un’aquila. Sulla copertina del disco è ritratto in una fotografia che lo stesso Jobim contribuì a realizzare insieme a Jannuario Garcia: partirono all’alba e lo incontrano volando a sud di Rio. Jobim diceva che il Jereba era, tra gli Urubu, il più coraggioso: assaggiava i veleni. Quello che non taccava lui era intoccabile. Il suo canto imita il vento, nei suoi occhi si specchiava la cordigliera quando, scrive Jobim, «la vita era per un momento. Non era regalata. Era prestata…». Nel disco, del 1975, un capolavoro assoluto (contiene tra le altre lo splendido samba lento Ligia) non esiste una canzone dedicata al grande uccello, ma la sua presenza è ben udibile nel poema strumentale chiamato Saudade do Brasil. La musica di Jobim, raramente così appassionata, traduce perfettamente il suo titolo. Jobim, già allora, avvertiva il pericolo. Nel volo, all’alba, dell’Urubu cacciatore, dell’Urubu controllore, come talvolta era chiamato, Jobim avvisa della minaccia. La foresta, là in basso, era in pericolo.

urubuIn questi anni, il grido di allarme per l’Amazzonia ha rischiato di trasformarsi una specie di trito luogo comune. Non lo è. E oggi l’accanimento nel distruggere un ecosistema dove ogni elemento ha una funzione precisa, dai vermi della terra alla ronda che gli urubu e i falchi compiono instancabilmente, è ancora peggiore che in passato. Si è fatto più sofisticato e più mirato. Non è più solo il commercio illegale del legno a radere al suolo ettari di foresta ogni giorno: sono anche il pascolo intensivo e la produzione della soia. In questi mesi il Brasile vive la peggior siccità degli ultimi cento anni, e non dove il Paese è abituato ad avere sete, cioè nel deserto semi-arido del nordest, bensì a sud, nella regione sud-est, che va dal Minas Gerais passando per Rio e lo Stato di San Paolo. Nella metropoli da venti milioni di abitanti l’acqua è diventata un bene raro e costoso: in molti quartieri ogni notte i rubinetti sono a secco, in altre ore è razionata. Camion cisterna, intorno ai quali gravita un business colossale, raggiungono periferie, industrie, case rimaste senza acqua. Che viene venduta porta a porta.

Molti studiosi addebitano questo brutale cambiamento di clima alle mutazioni dell’ecosistema amazzonico, le correnti umide che il polmone del pianeta esala sono oggi sempre più scarse, fanno più fatica a scendere lungo la dorsale del continente. Che sia questa la ragione è verosimile; ma anche non fosse l’unica, è ovvio che la pervicace volontà dell’uomo di ridurre un ambiente di natura così peculiare e così vasto ha e avrà conseguenze terribili.

In quella magnifica orazione in forma di melodia che è Passarim, Jobim scrive:
La foresta che è buona, il fuoco ha bruciato.
Dov’è il fuoco, l’acqua l’ha spento.
E dov’è l’acqua? Il bue l’ha bevuta.
Dov’è l’amore? Il gatto se l’è mangiato.
E la cenere si è sparsa, e la pioggia se l’è portata.
Dov’è il mio amore che il vento ha portato via?

(Il passero voleva posarsi, non riuscì, volò via.)

Nella descrizione del mondo perduto dell’Urubu, dove avvertiva che la vita non è regalata, bensì prestata, Jobim concludeva con un verso solo apparentemente misterioso:« tutto è testamento».
Il suo è fondamentale. Teniamolo vivo.

©Alberto Riva