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Bollani: un hangar, il Brasile e il puro sentimento del jazz

Stefano Bollani a Rio nel 2006, foto©AlbertoRiva

Stefano Bollani a Rio nel 2006, foto©AlbertoRiva

Sono sospetto, mi rendo conto, per dirlo: ma la massiccia dose di Brasile nel doppio concerto di Stefano Bollani di ieri all’Hangar Bicocca mi riempie francamente il cuore. Per tante ragioni: la prima è perché c’erano, secondo gli organizzatori, circa duemila persone che in religioso silenzio hanno assistito allo show. Seduto e in piedi, distribuito intorno alle installazioni torreggianti di Kiefer, il pubblico ha seguito la prima parte in solo di Bollani e poi la seconda, quando il pianista è stato affiancato dai danesi Jesper Bodilsen (contrabbasso) e Morten Lund (batteria). Oltre due ore di musica durante le quali Bollani ha ribadito la sua versione della faccenda: vestito come a un pranzo domenicale in famiglia, ha cominciato liberamente suonando Ligia di Antonio Carlos Jobim e continuando con Chega de Saudade: e io ero felice. Soprattutto percependo, nell’energia della gente seduta intorno, il piacere di ascoltare questa musica meravigliosa che non tramonta mai e il continuo omaggio che Bollani rende a Tom Jobim (lo farà anche nel secondo tempo, con Retrato em branco e preto, che alcuni chiamano Zingaro). Il trio di Bollani è senza dubbio figlio di Bill Evans, Paul Motian e Scott La Faro, se proprio volessimo inquadrarlo dal punto di vista critico. Ciò significa che le parti sono quasi irrilevanti, ma tutto si fonda sul dialogo continuo, sul gioco, sull’improvvisazione che significa innanzitutto ascolto, intuizione, generosità, aprirsi all’idea del prossimo, e ascoltare ancora. Per questo ha ragione Bollani quando dice che, quando funziona, il gruppo jazz è “la società ideale”. Perché dal buio si entra nella luce, ci si ascolta, e si da vita a qualcosa che prima non esisteva. Non importa che Jobim abbia scritto Ligia nel suo appartamento di Ipanema cinquant’anni fa: nell’hangar di Sesto San Giovanni quella canzone d’amore contrariato e bugiardo (Non ti ho mai sognata, non sono mai andato al cinema, non mi piace il samba non vado a Ipanema, non mi piace la pioggia non mi piace il sole) quella canzone si affaccia per la prima volta al mondo, ed è la magia del jazz. Il jazz che torna come in una epoca d’oro: duemila persone in silenzio le faceva Duke Ellington, le faceva Frank Sinatra con Liza Minnelli e Sammy Davis Jr. E proprio Sinatra fu uno dei primi a percepire la grandezza della musica di Jobim, quel respiro di swing monumentale, una sorta di immensa casa (il Brasile, in fondo) nella quale si può entrare da infinite porte, uscirne quando si vuole, immaginarla da lontano, arrivarci attraverso un bosco, abitarla, o raggiungerla per mare, ripartire, e morire di saudade.
Nello stesso modo la interpreta Bollani e la porge delicatamente al pubblico: come sul palco di Sanremo, anche ieri ha suonato – ma in modo completamente diverso, in trio – il vecchio “choro” di Ernesto Nazareth, Apanhei-te cavaquinho, un brano del 1914, e poco dopo Roma nun fa’ la stupida di Armando Trovajoli, e poi Come prima, più di prima, canzoni che resistono al tempo come fossero classici di Cole Porter. E il pubblico trattiene il respiro. L’arte di Bollani: attraversare una grande casa di stanza in stanza, di vento in vento. Il jazz non ha più bisogno di essere spiegato. Il jazz, lo dice sempre lui, è come la vita. Tutti sappiamo, in fondo, cos’è.

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Lo Choro a Sanremo, così canta l’anima brasiliana

Ernesto Nazareth

Ernesto Nazareth

Fu scritta nel 1914 e dedicata dal compositore Ernesto Nazareth «ao particular e distinto amigo» Juracy Nazareth de Araujo. Ha dunque quasi cento anni di vita Apanhei-te cavaquinho, lo choro che Stefano Bollani ha suonato sul palco di Sanremo in apertura del suo numero nella serata dedicata alla storia del festival, sebbene con la storia del festival lo “choro” non c’entri, credo, quasi nulla. Ma l’effetto che questa musica meravigliosa provoca sul pubblico è sempre lo stesso: grande sorpresa. Soprattutto quando la si accompagna dicendo che si tratta di musica brasiliana (ohhhhh!) e persino degli anni Trenta (doppio ohhhh!). Colpo di scena! Si, in Brasile esisteva musica anche prima de La ragazza di Ipanema (1962), che pure è un capolavoro, così come Samba de uma nota so di Tom Jobim, ricordato dal Elio nella sua didattica “canzone mono-nota”. Esisteva tantissima musica, anzi si può dire che la ex-colonia del Portogallo sia stata, fin dalla sua scoperta nel Sedicesimo secolo, il laboratorio permanente di una continua evoluzione musicale in virtù del suo ricco meticciato. Nello choro, la musica che vede la luce a Rio de Janeiro nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, convergono infatti le polke, le mazurche e i valzer europei che si innestano sui ritmi brasiliani di origine africana, come il samba e il maxixe. La fusione funzionò bene alla temperatura di Rio, in quel milieu di suonatori virtuosi immersi in un clima culturale ricco e che avevano affinato l’uso sincopato degli strumenti ritmici e il modo di toccare le corde del bandolim e poi del cavaquinho, proprio quello del titolo del pezzo: una chitarrina a quattro corde e dal timbro acuto. Insieme a chitarre e flauti, di solito, completavano l’insieme strumentale.
Ernesto Nazareth (1863-1934), figlio di un funzionario portuale di Rio, crebbe proprio in quell’area arci-popolare dove si miscelavano tutti i suoni e le culture in arrivo nell’allora capitale brasiliana: la zona del porto, dei quartieri umili e delle prime favelas del centro. Lo choro era una musica che si suonava dapprima nelle case private, in feste del sabato e della domenica, tra impiegati, piccoli commercianti, intellettuali e musicisti magari classici che però, come faceva il colto e cosmopolita Heitor Vila-Lobos, trovavano nello choro la voce di una autentica cultura viva, ricca di pieghe e sfumature, di umori, dello humor e delle allusioni della strada, ma che pretendeva però una tecnica e una padronanza musicali fortissime. Mix seducente, unico, di popolare e raffinato, di cantabile eppure mai banale, di struggente e vitalistico (non a caso, negli anni Venti e Trenta lo choro era chiamato “il tango di Rio de Janeiro”). Ingredienti che caratterizzano tutta la cultura musicale brasiliana, dove il canto dei deserti aridi, delle montagne, delle foreste e dei fiumi, del pellegrino che attraversa il paese in cerca di fortuna, si incontrano con la storia delle città e delle sue tante anime. Choro letteralmente significa “pianto” ma, come dice un celebre samba di Noel Rosa, è un “pianto che si ride” e quanto sia vero non si può spiegare: tutti noi sappiamo che spesso è così.