Categoria: Cultura

Franco Piersanti: «La musica da film? Stupire con la semplicità».

La sua musica della serie tv del Commissario Montalbano è notissima, ma lui è un artigiano schivo che pure ha scritto più di cento colonne sonore. Franco Piersanti è senza dubbio uno dei più bravi e prolifici autori italiani di colonne sonore, ha firmato i primi film di Nanni Moretti (fino a Sogni d’oro e poi ha ripreso dal Caimano), lunghissimo il suo sodalizio con Gianni Amelio (suo capolavoro Porte Aperte), e ha collaborato con Daniele Luchetti, Margarethe Von Trotta, Marco Tullio Giordana, Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci, Alberto Sironi, Carlo Lizzani e tanti altri.
In questa intervista per “Il Venerdì” svela i segreti del suo lavoro.
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Storia di Sandro Penna, il poeta che visse (e scrisse) dormendo

Sandro Penna (1906-1977) è stato uno dei più grandi poeti italiani e anche uno dei più appartati. Per questo, forse, è meno noto di quanto invece meriterebbe: adesso sta per uscire l’opera completa nei Meridiani Mondadori, un’occasione per riscoprire una figura singolarissima del nostro panorama letterario, che nonostante la sua posizione “marginale” ha fortemente influenzato la poesia successiva.  Ne parlo sul “Venerdì di Repubblica” di questa settimana. Leggilo qui

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La Milano segreta di Alberto Vigevani, tra memoria, invenzione (e tanti libri).

Sul “Venerdì di Repubblica” di questa settimana parlo di Alberto Vigevani (1918-1999), libraio, bibliofilo, romanziere e poeta, di cui Sellerio riporta il libreria il bellissimo L’invenzione, romanzo che nel 1970 vinse il Premio Bagutta. Ma sono molti i libri dello scrittore milanese che l’editore di Palermo sta mano a mano riportando alla luce, come Estate al lago e La febbre dei libri, tra memoria e, appunto, invenzione.

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Libri: Storia di David Lazzaretti, che visse da santo e morì da sovversivo

Simone Cristicchi ripercorre in un libro e in uno spettacolo teatrale la vita (e la morte) di David Lazzaretti, “il Cristo dell’Amiata”. Si intitola Il secondo figlio di Dio e ci racconta una pagina poco nota della Storia italiana, lontana nel tempo ma ancora molto attuale. Su “Il Venerdì di Repubblica” intervisto il cantautore, attore e autore romano.

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Anche i romanzi dialogano? La risposta in due capolavori di Camilleri e Amado

La Sicilia a cavallo tra Sei e Settecento assomiglia molto al Brasile di inizio Novecento. “Tocaia Grande” di Jorge Amado e “Il Re di Girgenti” di Andrea Camilleri sembrano parlare una lingua comune. Ecco perché (secondo me).

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E se anche i romanzi dialogassero tra loro? E’ l’impressione che mi ha lasciato la lettura, casualmente in sequenza, dei due bellissimi romanzi di Camilleri e Amado. Sebbene separate da quasi duecento anni, le storie che raccontano sono simili: da una parte i signori della terra e dall’altra i contadini, i braccianti: giornatanti e stascionali in Sicilia, alugados a Bahia. In una vicenda troviamo i baroni Tuttolomondo, Tomasi, Boscofino, nell’altra i coroneis Robustiano de Araujo, Brigido Barbuda, Prudencio de Aguiar. In mezzo, sempre e comunque la terra, i suoi frutti – cacao a Bahia, grano in Sicilia – e la sanguinosa lotta tra privilegio e lavoro, tra diritto e sopruso.

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Andrea Camilleri

Le due storie sono state scritte entrambe in età matura: Jorge Amado torna al tema iniziale della sua opera, la terra, lavorando al romanzo dal 1982 al 1984, cioè quando ha una settantina d’anni.

Camilleri pubblica “Il Re di Girgenti” nel 2001, vale a dire a settantasei anni (ma ha cominciato a lavorarci nel 94, dopo aver scoperto in una libreria di Roma cenni della storia, vera, di un contadino che si fece Re a Girgenti).

Scrivono dunque alla stessa età: e infatti si tratta di due opere mature, due libri magistralmente orchestrati (e compiuti) a partire dalla scelta di usare il dialetto: il siciliano camilleriano che i lettori del commissario Montalbano già conoscono, qui però ben più vasto e sapido, e il portoghese/brasiliano/baiano più “basso” e nello stesso tempo più “ricco” che Amado abbia mai utilizzato.

La scelta della lingua fa in modo che entrambi i romanzi, prima ancora che racconti d’avventura, siano due favolose cronache. Leggendo, si avverte la palpitazione degli scrittori che tornano, felici, alla lingua della loro infanzia: Camilleri tra Agrigento e Porto Empedocle, e Amado tra Itabuna e Ilheus (e sia Porto Empedocle che Ilheus erano, e sono, due scali marittimi, due finestre sul mare dove si affacciano i paesi e gli scenari agricoli dell’interno).

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Jorge Amado (1912-2001)

Si tratta, inoltre, di due storie di colonialismo e post-colonialismo. Amado inquadra la sua narrazione nei primi decenni della Repubblica (fine Otto primi Novecento) dove però i lasciti della corona portoghese, tra cui la fine della schiavitù, sono ancora ben visibili; Camilleri ha invece sullo sfondo la dominazione spagnola in Sicilia e poi la breve parentesi savoiarda seguita alla pace di Utrecht (1714). Ma non sono, a mio parere, solo romanzi storici: si tratta piuttosto di due romanzi picareschi sulla scia di Alexandre Dumas.

Amado narra la nascita di una città, la Tocaia Grande del titolo, espressione che significa “imboscata”, la Grande Imboscata: la prima capanna sorgerà infatti nel luogo dove i jagunços del coronel hanno ammazzato quelli di un fazendeiro rivale: luogo straordinariamente bello, immerso tra piantagioni di cacao, fiumi e colline fertili. A voler far nascere la città è l’uomo che ha guidato l’imboscata, il pistolero Natário da Fonseca, infallibile braccio armato del padrone: un servo, in definitiva, che prefigura il proprio futuro da uomo libero, da piccolo proprietario.

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Porto Empedocle antica

Anche Camilleri racconta la storia di un figlio di contadini, il viddrano Zosimo, ex-senza terra diventato a sua volta piccolo proprietario, che per un brevissimo periodo, dopo aver guidato una rivolta di popolo contro i Savoia a Montelusa (Agrigento/Girgenti), si farà incoronare Re della città.

Nonostante l’uso che entrambi fanno del “fantastico popolare” e del serbatoio di leggende tratte dal folclore, si tratta di due romanzi realistici. Realistici ma certamente non veristi: poiché l’uso che Camilleri fa del “siciliano” ha una funzione tutta diversa da quella, mettiamo, di un Verga, il quale “registra” mentre il papà di Montalbano “inventa” e “improvvisa” variazioni sul dialetto inseguendo un “suono” (come farebbe un jazzista sul tema di una canzone).

Jorge Amado, da par suo, assorbe tutta la dimensione del “magico” di cui è innervata la cultura afro-brasiliana (e lo fa attraverso un uso della prosa che segue un ritmo di ballata, fatta di piccoli ritornelli, di reiterazioni, di forza, come per Camilleri, in definitiva “sonora”). Se non fosse una categoria altamente abusata e per certi versi arbitraria, potremmo dire che entrambi i romanzi rientrano nell’ampia corrente del “realismo magico” sudamericano.

Di fatto, Tocaia Grande, città immaginaria, assomiglia alla Macondo di Gabriel Garcia

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Ilheus antica

Marquez: e cioè luogo non di invenzione, bensì luogo allegorico. Non diversamente, Montelusa e Vigata, sebbene siano null’altro che Agrigento e Porto Empedocle, posseggono una qualità in più, che è proprio quella dimensione “fantastica” capace di ospitare il nostro immaginario, il fertile, euforico esercizio dell’immaginazione che le rende topograficamente più vaste.

È vero che, oltre i figli e i seguaci di Zosimo e Natário, queste città sono abitate da bestie parlanti, fantasmi, sogni, allucinazioni, dèi pagani, predicatori minacciosi e folli, oltre – ed è un ulteriore tratto comune ai due autori – una massiccia dose di eros, ma a ben osservare si tratta dello stesso effetto che Pablo Picasso ottiene con Guernica: la città basca, flagellata dalle bombe, è certamente assente dal quadro del pittore, eppure è molto più presente di quanto lo sarebbe se fosse stata fotografata.

Per questo, dicevo, Camilleri e Amado hanno scritto due romanzi che nel realismo hanno, più che il loro presupposto, un fatale esito; volevano, forse, scrivere una parabola, diciamo così, “politica”, attraverso una storia del passato; ed è noto che Amado vedeva in “Tocaia Grande” la metafora della fondazione del Brasile. Ma quello che probabilmente non si erano immaginati è la forza profetica dei loro romanzi. Ed è qui che intravedo la maggiore somiglianza: Jorge Amado e Andrea Camilleri hanno intrapreso uno scavo nella memoria, personale e storica, restituendo, paradossalmemte, un quadro (un dipinto) contemporaneo.

L’impressione è più evidente in Jorge Amado: il baiano scrive all’inizio degli anni Ottanta (cioè mentre la dittatura militare del 64 sta finendo) una storia ambientata un secolo prima, e che pare la fotografia di quanto avverrà trent’anni dopo, e cioè oggi; la resa dei conti fratricida e tutta interna al gruppo di potere cha ha governato negli ultimi quindici anni il Brasile. Ci si potrebbe spingere a una lettura ancora più nitida dell’impressionante vaticinio di Amado: gli antichi fazendeiros hanno lasciato che il giornatante (Lula) emergesse, ma quando il suo potere diventa più grande del loro (e soprattutto smette di essergli utile), allora le vecchie alleanze tra baroni tornano a rinsaldarsi e scatta la tocaia grande, “la grande imboscata”.

Jorge Amado, un po’ come Leonardo Sciascia con “Todo Modo” (1974), pareva aver rivolto lo sguardo al fantasioso, al metaforico (un albergo gestito da un prete dove i democristiani si ammazzano tra di loro), ma in realtà vedeva ben chiaro nel futuro prossimo dell’Italia.

Camilleri, in fondo, non si è mosso dal presente e gira intorno a un nodo sempre di attualità, il gattopardismo del potere nazionale: da questo punto di vista “Il Re di Girgenti” rappresenta una sorta di antefatto del romanzo di Tomasi di Lampedusa, e ne possiede pagine altrettanto luminose, come quella del dialogo tra Zosimo e il Capitano di giustizia Montaperto il quale, riferendosi ai nobili che non si sono ancora pronunciati sulla sua incoronazione, avverte: «Aspettanu, mio caru Re, pronti a tirarsi la loro convinienza. Ora comu ora, i nobili sono d’accordo con voi pirchì siete tanticchia megliu dei piamontisi. Aspettano a vidiri da indovi viene il ventu per isare le loro vele. Mi spiegai?».

Quale sia il vento, quale sia la sua direzione, e certamente i due protagonisti, uomini valenti, sono capaci di percepirne il profumo e la forza, il destino del loro popolo non cambia: la sorte del capanga Natário che volle farsi uomo libero e del viddrano Zosimo che volle farsi Re, e Re, vien da dire, solo per farsi libero anch’egli, è in fondo la stessa; per loro un certo momento arriva il confronto, terribile, con il privilegio, il privilegio che volle farsi regola, carta scritta, in una parola, potere costituito.

Il dialogo a distanza tra Jorge Amado e Andrea Cammilleri converge anche su questo punto, ma lascio al lettore il piacere di scoprire come vanno a finire le due storie.
Tuttavia per entrambe vale la medesima morale (che è destino) la cui sintesi spetta al brasiliano, anzi, a uno dei suoi personaggi, il falegname Lupiscinio: «Siamo sopravvissuti alla piena e alla peste: alla legge, no».

©Alberto Riva

Andrea Camilleri, Il Re di Girgenti, Sellerio editore Palermo, 2001
Jorge Amado, Tocaia Grande. A face obscura, Companhia das Letras, São Paulo, 2008
Edizione italiana: Tocaia Grande. La faccia nascosta, traduzione di Elena Grechi, Garzanti editore Milano, 1985.

Addio a Henning Mankell, scrittore inquieto che ha raccontato il mondo

Henning Mankell in Africa, fonte www.henningmankell.com

Henning Mankell in Africa,
fonte http://www.henningmankell.com

Uno dei miei tanti sogni non realizzati era quello di andare a Maputo a intervistare Henning Mankell, lo scrittore svedese morto ieri a sessantasette anni, l’autore de La leonessa bianca e de Il ritorno del maestro di danza, del Cervello di Kennedy e di Scarpe italiane. All’inizio del 2014 aveva rivelato di essere malato di tumore.

Mankell trascorreva una parte della sua vita nel sud della Svezia, un’altra parte in Costa Azzurra e una parte in Mozambico, dove aveva fondato tanti anni fa un teatro, il Teatro Avenida. Avrei voluto intervistarlo in Africa e in portoghese. Nella terra che aveva eletto, che aveva scelto e di cui si era innamorato. Perché di Mankell, a parte le sue storie, mi affascinava lo stare in un posto pensando a un altro, la voglia di raccontare facce lontane, diverse, storie nate da radici non sue: la curiosità, la fascinazione per l’atterraggio, lo scrivere in un posto caldo, sotto le pale di un ventilatore, davanti a una finestra affacciata su uno spazio di cui ignori i confini, di cui ignori quasi tutto.
Sul suo sito mi ha sempre toccato una fotografia che lo ritrae in taxi, probabilmente in Africa, e dalla faccia, esausta ed elettrizzata, ho sempre voluto immaginare che fosse appena atterrato e stesse correndo verso la sua seconda casa, la sua seconda o terza vita. La scrittura di Mankell era ricca, era tutto fuorché funzionale, poiché si nutriva di questo sradicamento, di una seconda nascita che, di solito, è fatta di amore, di forti innamoramenti e anche di dolore, di piccoli dolori che sono quelli che la gente si porta negli aeroporti e nelle stazioni.

Mankell era uno scrittore pressoché inesauribile. Aveva creato il commissario Kurt Wallander e gli aveva messo sulle spalle il desiderio di fare un ritratto dell’attualità svedese, la radiografia sotto la pelle fredda e cupa, nascosta sotto il concetto di “nord” che forse Mankell aveva ben chiaro, forse perché aveva capito cosa voleva dire “sud”.
Così, quello che oggi è defnito giallo nordico, ha avuto uno dei suoi maggiori interpreti, che però è diverso da tutti gli altri. Wallander è uno dei personaggi più riusciti della letteratura contemporanea: vive nella stessa casa di Maigret e Montalbano, ma anche sullo stesso pianerottolo del Fowler dell’Americano tranquillo di Graham Greene, il cui dirimpettaio è Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, che convive – in una coabitazione curiosa – con il Maqroll di Alvaro Mutis. Sono quasi tutti personaggi che, prestati a quello che spesso viene definito “genere” danno vita invece al romanzo di attualità, che significa economia, politica, criminalità, cronaca. Ben sapendo che tutte queste cose insieme fanno la Storia, e proprio con il piacere di raccontare la Storia Mankell esercitava il suo mestiere di romanziere.

Mankell è riuscito in qualcosa di molto difficile, e per questo lascia un grande vuoto. È stato uno scrittore impegnato senza volerlo essere. Con i suoi libri ha militato contro chi è responsabile del dilagare dell’Hiv in Africa, contro gli apartheid di qualsiasi latitudine, soprattutto contro una piaga che non smette di aprirsi: il razzismo. Amava ripetere una frase del mozambicano Mia Couto: “ogni essere umano è una razza”. E, ragionava Mankell, con ironia, “non si può essere razzisti, perchè non si può essere razzisti contro sei miliardi di razze diverse!”.

Ho cercato di nuovo quella fotografia, quella in cui Mankell è in taxi in Africa. Non la trovo più. Spero di non essermela immaginata. Potrebbe anche essere così. Farebbe parte del sogno. Eppure è l’immagine che, insieme ai suoi libri, mi è più cara. La vita sorpresa in un momento di personalissima, incomunicabile pienezza.

I miei consigli di lettura:
Il cinese
Il ritorno del maestro di danza
La leonessa bianca
La quinta donna
Assassino senza volto

L’uomo inquieto
Comedia infantil
Scarpe italiane
Prima del gelo
Il cervello di Kennedy
Mankell su Mankell (intervista) di Kirsten Jacobsen

Tutti editi da Marsilio, tranne Prima del gelo e Il cervello di Kennedy pubblicati da Mondadori.