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Samba, fantasmi e una leggenda: buon compleanno Bossa Nova

La Bossa Nova compie sessant’anni e Georges Gachot, regista franco-svizzero, ha girato un film sul Joao Gilberto e la sua leggenda. Lo intervisto su “Il Venerdì di Repubblica”.

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Gilberto Gil, samba e filosofia: «Bisogna ancora imparare a “essere”»

Pubblico qui nella sua versione integrale l’intervista con Gilberto Gil uscita oggi su «Il Venerdì di Repubblica» che, come sempre, per ragioni di spazio, è stata assai ridimensionata. Ho riportato soprattutto le risposte che attengono alla musica e alla nuova tournée italiana che comincia stasera da Roma, rimaste quasi tutte fuori dal testo. 

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Come nasce questa nuova tournée?
È una tournée eccezionale. Nasce dal desiderio mio e di mia moglie di viaggiare nei luoghi che amiamo di più in Italia e Francia in special modo. Lione, Lille, Parigi, Roma, Venezia, Firenze. Andiamo anche a Vienna e Zurigo, siamo stati a Montreaux. Dunque mettendo insieme il viaggio e alcuni concerti molto semplici, voce e chitarra, con cui affronto un repertorio molto ampio di tanti momenti della mia carriera: lieve, sciolto, per mostrare al pubblico la forza dell’intimità che c’è tra il repertorio, la mia voce e la mia maniera di suonare la chitarra. Siamo soli io e Flora, e lei si occupa di tutta l’organizzazione del tour, comprese le luci degli show, una cosa che le piace molto fare.

Lo show includerà anche pezzi del suo ultimo disco, «Gilbertos Samba»?
Alcune cose del disco faranno parte dei concerti. L’anno prossimo farò invece proprio il tour di Gilbertos Samba, tranne che sul palco in quel caso ci saranno anche mio figlio Ben, Domenico Lancellotti e Mestrinho, un giovane fisarmonicista molto talentuoso.

Il disco è un omaggio alla Bossa Nova e a João Gilberto. Cosa ha rappresentato per lei João?
João ha inaugurato una visione dell’espressività musicale completamente sua, originale. João ha scelto di esprimersi con quella sua soavità e tranquillità, e nello stesso tempo dando enfasi nella ricchezza dei ritmi brasiliani a cominciare dal samba. Il tutto, fatto con una modernità che all’epoca veniva definita “cool”, influenzato dal cool jazz americano. E una grande apertura al repertorio della canzone brasiliana: cominciò cantando cose importantissime dell’epoca che lo aveva preceduto, anni Trenta e Quaranta, e insieme fu interprete delle novità a lui contemporanee: Tom Jobim, Vinicius de Moraes, Carlos Lyra, Roberto Menescal e Ronaldo Boscoli. Insomma, tutta la generazione della Bossa Nova. La sua profondità nella relazione tra il canto e l’accompagnamento della chitarra sono stati determinanti per una intera generazione. C’è molto della chitarra di João nel mio modo di suonare la chitarra, è l’influenza principale, sono un suo oriundo! E poi l’attenzione acutissima alle nuances ritmiche, alle nuances armoniche, alla visione modernista dell’armonia. La sua poetica modernizzatrice ha influenzato me, Chico, Caetano e tanti altri.

A quando risale esattamente la sua amicizia con Caetano Veloso?
Con Caetano ci siamo conosciuti a vent’anni a Salvador, siamo entrambi del 1942. Fu proprio l’interesse comune per la Bossa Nova e João Gilberto ad avvicinarci.

Vorrei sapere qualcosa di alcune sue canzoni. Come sono nate. Partiamo da «Soy loco por ti America».
«Soy loco por ti America» è mia e di Capinam, ed è stata interpretata la prima volta proprio da Caetano. La scrissi a San Paolo nel periodo in cui stava venendo alla luce il repertorio di Tropicalia ou Panis et Circensis. La vera ispirazione di questa canzone è la saga di Che Guevara, espressa nella frase è «el nombre de l’hombre muerto».

«Aquele abraço»?
«Aquele abraço» è una musica d’addio. La scrissi quando stavo lasciando il Brasile per andare in esilio a Londra. Ho sentito per la prima volta questa espressione quando ero stato imprigionato dai militari, a Rio, nel 1969. In realtà la usava un umorista della tv ed era molto usata dai soldati.

Aveva mai pensato che la musica l’avrebbe portata al carcere e all’esilio?
Fu una specie di shock. Non avrei mai immaginato che i cammini della musica e della poesia, la mia dimensione letteraria e poetica mi avrebbero portato a confrontarmi in modo così duro con la vita politica. Ma, a ben pensarci, il momento in cui io emergo come musicista corrisponde al momento in cui in Brasile si installa la dittatura. Io ero studente, come lo erano Chico Buarque, Caetano e tanti altri, e noi dovemmo impegnarci in una militanza contro la dittatura. A Bahia, a Rio, a San Paolo, e ciò finì per includere la nostra arte che irritò i militari.

Ebbe paura di non tornare?
Io temevo, avevo il sospetto che poteva passare molto tempo senza poter tornare in Brasile. Non si capiva come poteva finire quella storia. Per fortuna dopo tre anni invece potemmo tornare dal momento che sebbene ancora ci fosse il regime cominciava ad esserci una distensione, i militari capivano che non potevano intervenire pienamente nella vita repubblicana.

Chi vi aiutò in quella circostanza?
Innanzitutto la famiglia e gli amici stretti e i militanti. Ma poi c’era una rete di esiliati brasiliani in varie città europee, esiliati e auto esiliati, cioè gente che se n’era andata di sua spontanea volontà. Parigi, Londra, Roma, Zurigo.

Mi parli di «Cerebro Eletronico».
Ah, sì, questa l’ho scritta proprio mentre ero in prigione nel 69 a Rio.

Sul serio? Lei scriveva «Cerebro eletronico» e Caetano, nella sua cella, scriveva «Terra», un altra canzone storica. Con un po’ di cinismo si potrebbe dire che la prigione fa molto bene alla musica brasiliana!
(Ride) Molte volte sì!

Ma meglio evitare, no?
Certo.

Poi Gil aggiunge.
Sono le cose della vita, come diciamo noi in Brasile: con un limone fai una limonata.

Torniamo alla canzone…
Mi è venuta in un momento di aspettativa per la rivoluzione tecnologica che sarebbe avvenuta qualche anno dopo. Si riferiva ai primi computer, alla cibernetica, che lasciava la scienza per approdare nella tecnologia. Mi pare profetica.

Lei usa le nuove tecnologie?
Osservo a distanza. Faccio parte di una generazione pre-tecnologica. Personalmente non sono un utente delle reti sociali, ma in qualche modo le promuovo attraverso le mie canzoni o anche azioni, a cominciare da quando ero ministro. Sono trasformazioni sociali interessanti, direi anche psicosociali: nuove forme di comunicazioni tra individui e gruppi sociali, dalle moltitudini a una sola persona, mi paiono interessanti. D’altra parte ho dedicato a questo universo un intero lavoro di due o tre anni, con il disco Banda Larga Cordel. Dove invitavo il pubblico a filmare i concerti, metterli in rete, condividere, scaricare gratuitamente le canzoni, a fotografare e fotografarsi durante gli show: mi pare, a pensarci adesso, una anticipazione di Instagram, visto che accadeva ormai dieci anni fa!

Un’altra canzone che trovo molto interessante è «Preciso aprender a só ser». Come nacque?
Era il momento in cui cominciavo a interessarmi molto alla sfera spirituale della vita e le relazioni tra oriente e occidente, filosofie greca e orientale. Leggevo Burroughs, mi interessava la cultura hippy, i guru indiani. Così ho approfittato del samba di Marcos Valle (Preciso aprender a ser só) e l’ho risvoltato al contrario: invece di imparare a stare “soli”, bisogna imparare a “essere”, cioè integralmente presenti nell’essere. È il riciclaggio di una canzone popolare ed è il procedimento più comune nell’arte contemporanea: il riciclaggio.

Parliamo dell’immagine che il Brasile ha nel mondo. Sente un mutamento di percezione nel mondo?
Il Brasile è diventato più chiaramente un paese importante, per le sue dimensioni, la formazione della gente, la pluralità della sua cultura e a causa della globalizzazione, che esige che i paesi in qualche modo si parifichino in una sorta di attenzione reciproca, un processo di interesse mondiale. Il mondo è più attento al Brasile, anche solo a partire dalla sua economia. Resiste tuttavia una insistenza in una serie di cliches, fotografie classiche, ma credo che non come una volta: samba, carnevale, cioè la dimensione folclorica. Oggi non è più solo così.

Lei crede in Dio?
Io rispetto le credenze, cioè la traduzione che ognuno fa dell’idea di Dio, dell’idea di un essere trascendente. Le religioni hanno avuto, nonostante i problemi che talvolta provocano, una indubbia importanza nella direzione che prende una società. Io non ho una preferenza. Io sono simultaneista. Sono per la simultaneità. Penso che in me abita il sentimento della fede e il sentimento del dubbio, dello scetticismo. Le due cose insieme. Non riesco a scegliere un Dio pienamente soddisfacente, al quale consegnare la mia vita intera. La mia religiosità è filosofica.

Mi pare che lei lo esprima nella canzone «Se eu quiser falar com Deus».
Esatto. Dove, oltre alle dimensioni delle credenze, parlo di un luogo vuoto, un niente, diciamo così, che merita anche lui di essere rispettato. Il nostro destino può essere il vuoto. Nei momenti di maggior debolezza, fragilità, paura, si è tentati di cedere a un credo che ci aiuti, che ci conforti, ma anche in quei momenti non sono riuscito, non mi è successo: ho continuato ad essere credente e scettico nello stesso tempo.

La sua famiglia è grande, tanti figli, tanti artisti…
Vari sono artisti, i miei figli Preta, Ben, Nara. E adesso il più piccolo, José, ha un suo gruppo musicale, nel quale, addirittura ci suonano due miei nipoti!

Sul serio?
Sì. A Rio c’è questo gruppo in cui suona mio figlio e due miei nipoti! E in futuro può essere che ci entri pure io: stiamo pensando a qualcosa da fare insieme!

©Alberto Riva

Gilberto Gil suona questa sera in “solo” a Roma, il 26 a Fabriano, 28 Cesena, 1 novembre a Trieste e il 6 a Padova.
Da ascoltare: Gilbertos Samba (Sony Music)