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«Quella volta che nascosi l’insalata a Simenon». Ovvero, le memorie (letterarie) di Ferruccio Parazzoli

Su “Il Venerdì di Repubblica” incontro Ferruccio Parazzoli, scrittore ed editore, da poco in libreria con il romanzo Il rito del saluto (Bompiani). Che ci racconta cinquant’anni di editoria:  una lunga sfilata di autori, la loro grandezza e i loro tic, e una riflessione, che è un auspicio: «Bisogna uscire dall’ipnosi del bestseller».

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La ricetta di Paolo Poli? Sempre fiori, mai un fioraio

poliFin dalle prime righe si capisce quale sarà il tono di Sempre fiori, mai un fioraio, la conversazione che Paolo Poli ha intrattenuto con Pino Strabioli, uscita da poco per Controtempo di Rizzoli. «Sono vecchio, mi piscio sulle scarpe e ancora giro l’Italia cantando. Le canzonette mi hanno sempre salvato. Bambole, balli e sgambetti sono stati la mia fortuna». Da qui in avanti, per 167 pagine, concluse da un «un lieto fine» scritto da Franca Valeri, si gode e basta. Si gode ripercorrendo, secondo il rituale di un pranzo a mezzogiorno in una trattoria di Roma, le “memorie a tavola” di questo maestro del teatro italiano, memorie che definirei senza malinconia, intessute di un grande amore per il bello, la poesia e poi il teatro, che è innanzitutto parola.

I ricordi di quando, con la famiglia, erano sfollati a Como: «Noi bambini si andava a scuola col fucilino, vestiti da soldatini. Cantavamo Giovinzezza ma comandavano solo i vecchi, come adesso. Si doveva credere, obbedire, combattere. Eppure Mussolini aveva imparato a stare a tavola da Angelica Balabanoff, la sua ganza ebrea, donna intellettuale, intelligente, che poi è dovuta scappare in America». E poi la formazione culturale, un intellettuale anti-intellettualistico: «Io recito, scrivere è un’altra cosa. Giacomo Leopardi, la terra, la guarda, mica la zappa!». Il teatro lo scopre in chiesa: «Sapevo di quella vergine e martire che, ignudata e messa sul rogo, per coprire le carni si era fatta crescere i capelli fino ai piedi e che quando le fiamme si erano alzate aveva pisciato e spento il fuoco. Mentre stiravano, le monache mi tenevano lì con loro, chiacchieravano, io ascoltavo e imparavo».

Nel ’66 fa uno spettacolo su Rita da Cascia ma viene proibito. Il sacro tuttavia continua ad essere fonte di ispirazione: «Prendi il campanile di Giotto. Nelle formelle della Genesi ce n’è una, La creazione di Eva, dove un bellissimo Dio con una mano tira su un essere uguale a lui. Cosa significa? Che siamo sorelle, noi e Dio. Siamo identiche, tutte uguali, come le Kessler».

Le pagine più belle sono i ritratti dei protagonisti del nostro Novecento che Poli ha conosciuto, frequentato, ammirato: «Anna Maria Ortese, l’ho adorata. Nei suoi romanzi c’è sempre un cardillo addolorato, un iguana che ride. Ha dato aggettivi cattivi alle cose buone». Genio. «Moravia, un grande, non ancora antico, è solo vecchio e nessuno lo legge. Voleva molto bene a mia sorella Lucia. Quando era solo la chiamava e, se lei non poteva, andavo io a trovarlo. Mi portava sul terrazzo, con un cannocchiale guardavamo le puttane del lungotevere». A casa di Fellini: «Ho voluto bene anche ai difetti della Masina. Una volta le dissi: “Che belle seggiole, signora!”. “Portate da casa mia, Poli. Sa, noi stiamo bene, siamo laureati!”. Mostrava le sue medaglie, intorno aveva troie più belle dalle quali difendersi». O quando racconta che in una commedia che Angelo Rizzoli produceva, Le due orfanelle, dovette sostituire all’ultimo Mariolino Girotti, alias Terence Hill: «Facevo Pietro Frochard e dovevo dire: “Maman, elle est aveugle”, “Mammina, lei è cieca”. Fui perfetta. Parlavo benissimo il francese, avevo trombato da poco con Pierre Cardin. E’ veneto, lo so, ma non importa: si era formato in quelle sartorie parigine».

Insomma, era dalle memorie di Dino Risi, I miei mostri, uscito una decina d’anni fa da Mondadori, che non leggevo un memoir gustoso come questo: ci ritrovo la medesima cattiveria buona, il medesimo falso cinismo (che è solo intelligenza), lo stesso sguardo d’amore per quello che uno ha fatto nella vita quasi senza accorgersene, perché era semplicemente quello che doveva fare, «balli e sgambetti».

E Sandro Penna? Il mitico, sublime poeta dei fanciulli romani. Si incontrarono a una presentazione di poesie, alla libreria Remo Croce: «Penna cattivissimo: “Ma ti sembra poesia questa orrendezza?”. “E perché allora è venuto, maestro?” gli chiedevo. “Perché dopo ci saranno i dolci. A Roma se magna”». E poi, ricorda: «Era simpatico, ma non nella maniera borghese. Una volta ci incontrammo proprio qui: io ero a mangiare con mia sorella Lucia, lui arrivò con il suo cane. Si chiamava Lupa, era bella ma dall’aspetto feroce. “E’ buonissima, non abbiate paura” ci disse. “Guardate”. S’inchinò e si mise a baciarla con la lingua in bocca. Non ho mai capito se fosse povero o ricco. Aveva una persona che lo accompagnava ogni giorno a vedere il tramonto da un punto diverso di Roma».

Con una pagina così, un libro ha già svolto la sua funzione. E’ un già un classico. Se poi, come fa Paolo Paoli, classe 1929, riflette sull’Alighieri nel modo seguente, è grasso che cola: «Dante mi consola sempre. Un uomo del Medioevo che ammette di non aver amato la moglie, ma di averla sposata e trombata perché costretto dai genitori».
Il tono è dunque un miracoloso mix di basso e sublime, cucinato nel sugo della leggerezza. Tanto che il titolo, Sempre fiori, mai un fioraio, una sua celebre frase, resta meravigliosamente sul crinale del misterioso: è un rimpianto, o una strada per la salvezza?