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Maurensig: «In un romanzo deve esserci sempre una parte oscura».

Paolo Maurensig, autore dell’indimenticabile La variante di Luneburg, torna con un nuovo romanzo, Il diavolo nel cassetto (Einaudi). Ironica parabola sul successo e sull’ambiente letterario. Ho intervistato lo scrittore per “Il Venerdì di Repubblica” nella sua casa di Udine.

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Tutto quello che gli uomini non dicono

steffeUna sera di dicembre, nel cuore di Milano. Manca poco a Natale. Il corpo di un celebre e anziano regista è steso nella neve. Morto. È piombato giù dalla finestra di una clinica. L’uomo che era andato a visitarlo, lo scrittore Antonio Lopez, amico da tre decadi, viene fermato e interrogato dalla polizia. Cosa è successo negli ultimi istanti di vita di Santiago Conte? Cosa si sono detti i due amici? Perché Lopez è tanto reticente? Chi è Clara, la donna che continua a inviargli sms e a chiedergli: «Come è andata, tutto ok?»

Sembra fin troppo chiaro che l’ultimo romanzo di Antonio Steffenoni, Il silenzio sulle donne, che esce nella nuova collana dell’editore Barion, è ispirato al suicidio di Mario Monicelli, avvenuto a Roma il 29 novembre 2010.

Milanese di origine ispano/cubana, autore di numerosi romanzi (il primo, Una sola paura, uscì da Rizzoli nel 76), Steffenoni torna oggi con un breve, fulminante noir intriso di struggimento, e che tiene incollati fino all’ultima pagina.
Se, come è stato detto più volte, ogni scrittore passa la sua vita, in fondo, a riscrivere lo stesso libro, questo è ancora più vero per Steffenoni, un narratore fedele ai suoi temi fino allo spasimo: l’anima divisa tra due mondi (nel suo caso l’Italia e la Spagna), l’amicizia, il passato come “terra straniera” dove ritornare e perdersi, le donne spesso inseguite come ombre fuggevoli, e spesso perse. A un certo punto, il protagonista Lopez dice, riferendosi a suo padre e ai suoi innumerevoli ritorni in Spagna: “Andava in cerca di qualcosa che là non avrebbe mai trovato: il se stesso che era stato. E ogni volta rientrava da quei grotteschi pellegrinaggi più avvilito e più silenzioso”.  (Molte volte, mi vien di pensare, noi tutti intraprendiamo uno di questi grotteschi pellegrinaggi, con una aggravante: non ci muoviamo di un passo).

Il romanzo sarà presentato a Milano martedì 5 marzo alle 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte.

Pubblico qui di seguito il testo intero dell’intervista con Steffenoni uscita oggi su Il Venerdì di Repubblica e che ragioni di spazio hanno parzialmente sacrificato.

Cosa l’ha colpita così tanto in quel fatto da ispirarle addirittura un romanzo?

«Apprezzavo Monicelli per la sua ironia e lo stile. E la sua fine mi è rimasta dentro a lungo. Un uomo che a 95 anni ha voluto decidere della sua vita, mettere la sua firma anche sull’ultimo atto. Ci vuole un bel coraggio, secondo me. Un coraggio che merita rispetto».

Come già in L’ultima lettera e Meglio andare lontano al centro dei suoi libri c’è l’amicizia tra uomini, amicizia che a volte travalica tutto. Dove nasce questo pallino?

«Forse perché sono metà italiano e metà spagnolo, e nel machismo ispanico l’amicizia tra uomini è un valore assoluto: il patto di fedeltà, l’impegno affettivo, i non detti…».

Anche tra il regista e lo scrittore il silenzio sembra più importante di qualsiasi parola. Conta davvero così tanto, ciò che non si dice?

«Certo, è quasi una condizione necessaria: se uno dei due amici avesse parlato chiaramente il triangolo amoroso non sarebbe mai scattato. D’altra parte, gli uomini sono incapaci di parlare d’amore tra loro, di usare la fantasia nei racconti amorosi e invece l’amicizia, anche maschile, dovrebbe essere il tentativo di conciliare le diversità».

Lei, come il suo protagonista Lopez, non ha mai lasciato la professione del pubblicitario. Una maniera di tenersi aperta una via di fuga?

«Da giovane avevo un’idea alta della letteratura e mi sono presto accorto che non potevo vivere solo con la scrittura. A trent’anni, dopo i primi due libri, il mio editore di allora mi disse: caro Steffenoni, hai scritto due libri bellissimi, ma ora facciamo qualcosa che venda, voglio un colpo di scena ogni venti pagine! Io mi sono arrabbiato e non ho più scritto per dieci anni. Finché ho capito che un po’ di sano realismo non guasta e facendo un altro lavoro potevo scrivere liberamente».

E ha funzionato?

«Direi di si. Siamo tutti fatti di tasselli diversi e la sfida è cercare di tenerli insieme con un minimo di armonia».

Il vecchio regista, ormai cieco, lascia all’amico più giovane Il Grande Gasby di Fitzgerald e un libro John Irving. Perché ha scelto questi?

«Considero Fitzgerald, Hemingway e Graham Greene i maggiori autori del Novecento. E John Irving lo sento vicino perché è uno scrittore diviso tra una vitalità straordinaria e il terrore della vita. La vita può essere pericolosissima»