Anche i romanzi dialogano? La risposta in due capolavori di Camilleri e Amado

La Sicilia a cavallo tra Sei e Settecento assomiglia molto al Brasile di inizio Novecento. “Tocaia Grande” di Jorge Amado e “Il Re di Girgenti” di Andrea Camilleri sembrano parlare una lingua comune. Ecco perché (secondo me).

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E se anche i romanzi dialogassero tra loro? E’ l’impressione che mi ha lasciato la lettura, casualmente in sequenza, dei due bellissimi romanzi di Camilleri e Amado. Sebbene separate da quasi duecento anni, le storie che raccontano sono simili: da una parte i signori della terra e dall’altra i contadini, i braccianti: giornatanti e stascionali in Sicilia, alugados a Bahia. In una vicenda troviamo i baroni Tuttolomondo, Tomasi, Boscofino, nell’altra i coroneis Robustiano de Araujo, Brigido Barbuda, Prudencio de Aguiar. In mezzo, sempre e comunque la terra, i suoi frutti – cacao a Bahia, grano in Sicilia – e la sanguinosa lotta tra privilegio e lavoro, tra diritto e sopruso.

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Andrea Camilleri

Le due storie sono state scritte entrambe in età matura: Jorge Amado torna al tema iniziale della sua opera, la terra, lavorando al romanzo dal 1982 al 1984, cioè quando ha una settantina d’anni.

Camilleri pubblica “Il Re di Girgenti” nel 2001, vale a dire a settantasei anni (ma ha cominciato a lavorarci nel 94, dopo aver scoperto in una libreria di Roma cenni della storia, vera, di un contadino che si fece Re a Girgenti).

Scrivono dunque alla stessa età: e infatti si tratta di due opere mature, due libri magistralmente orchestrati (e compiuti) a partire dalla scelta di usare il dialetto: il siciliano camilleriano che i lettori del commissario Montalbano già conoscono, qui però ben più vasto e sapido, e il portoghese/brasiliano/baiano più “basso” e nello stesso tempo più “ricco” che Amado abbia mai utilizzato.

La scelta della lingua fa in modo che entrambi i romanzi, prima ancora che racconti d’avventura, siano due favolose cronache. Leggendo, si avverte la palpitazione degli scrittori che tornano, felici, alla lingua della loro infanzia: Camilleri tra Agrigento e Porto Empedocle, e Amado tra Itabuna e Ilheus (e sia Porto Empedocle che Ilheus erano, e sono, due scali marittimi, due finestre sul mare dove si affacciano i paesi e gli scenari agricoli dell’interno).

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Jorge Amado (1912-2001)

Si tratta, inoltre, di due storie di colonialismo e post-colonialismo. Amado inquadra la sua narrazione nei primi decenni della Repubblica (fine Otto primi Novecento) dove però i lasciti della corona portoghese, tra cui la fine della schiavitù, sono ancora ben visibili; Camilleri ha invece sullo sfondo la dominazione spagnola in Sicilia e poi la breve parentesi savoiarda seguita alla pace di Utrecht (1714). Ma non sono, a mio parere, solo romanzi storici: si tratta piuttosto di due romanzi picareschi sulla scia di Alexandre Dumas.

Amado narra la nascita di una città, la Tocaia Grande del titolo, espressione che significa “imboscata”, la Grande Imboscata: la prima capanna sorgerà infatti nel luogo dove i jagunços del coronel hanno ammazzato quelli di un fazendeiro rivale: luogo straordinariamente bello, immerso tra piantagioni di cacao, fiumi e colline fertili. A voler far nascere la città è l’uomo che ha guidato l’imboscata, il pistolero Natário da Fonseca, infallibile braccio armato del padrone: un servo, in definitiva, che prefigura il proprio futuro da uomo libero, da piccolo proprietario.

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Porto Empedocle antica

Anche Camilleri racconta la storia di un figlio di contadini, il viddrano Zosimo, ex-senza terra diventato a sua volta piccolo proprietario, che per un brevissimo periodo, dopo aver guidato una rivolta di popolo contro i Savoia a Montelusa (Agrigento/Girgenti), si farà incoronare Re della città.

Nonostante l’uso che entrambi fanno del “fantastico popolare” e del serbatoio di leggende tratte dal folclore, si tratta di due romanzi realistici. Realistici ma certamente non veristi: poiché l’uso che Camilleri fa del “siciliano” ha una funzione tutta diversa da quella, mettiamo, di un Verga, il quale “registra” mentre il papà di Montalbano “inventa” e “improvvisa” variazioni sul dialetto inseguendo un “suono” (come farebbe un jazzista sul tema di una canzone).

Jorge Amado, da par suo, assorbe tutta la dimensione del “magico” di cui è innervata la cultura afro-brasiliana (e lo fa attraverso un uso della prosa che segue un ritmo di ballata, fatta di piccoli ritornelli, di reiterazioni, di forza, come per Camilleri, in definitiva “sonora”). Se non fosse una categoria altamente abusata e per certi versi arbitraria, potremmo dire che entrambi i romanzi rientrano nell’ampia corrente del “realismo magico” sudamericano.

Di fatto, Tocaia Grande, città immaginaria, assomiglia alla Macondo di Gabriel Garcia

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Ilheus antica

Marquez: e cioè luogo non di invenzione, bensì luogo allegorico. Non diversamente, Montelusa e Vigata, sebbene siano null’altro che Agrigento e Porto Empedocle, posseggono una qualità in più, che è proprio quella dimensione “fantastica” capace di ospitare il nostro immaginario, il fertile, euforico esercizio dell’immaginazione che le rende topograficamente più vaste.

È vero che, oltre i figli e i seguaci di Zosimo e Natário, queste città sono abitate da bestie parlanti, fantasmi, sogni, allucinazioni, dèi pagani, predicatori minacciosi e folli, oltre – ed è un ulteriore tratto comune ai due autori – una massiccia dose di eros, ma a ben osservare si tratta dello stesso effetto che Pablo Picasso ottiene con Guernica: la città basca, flagellata dalle bombe, è certamente assente dal quadro del pittore, eppure è molto più presente di quanto lo sarebbe se fosse stata fotografata.

Per questo, dicevo, Camilleri e Amado hanno scritto due romanzi che nel realismo hanno, più che il loro presupposto, un fatale esito; volevano, forse, scrivere una parabola, diciamo così, “politica”, attraverso una storia del passato; ed è noto che Amado vedeva in “Tocaia Grande” la metafora della fondazione del Brasile. Ma quello che probabilmente non si erano immaginati è la forza profetica dei loro romanzi. Ed è qui che intravedo la maggiore somiglianza: Jorge Amado e Andrea Camilleri hanno intrapreso uno scavo nella memoria, personale e storica, restituendo, paradossalmemte, un quadro (un dipinto) contemporaneo.

L’impressione è più evidente in Jorge Amado: il baiano scrive all’inizio degli anni Ottanta (cioè mentre la dittatura militare del 64 sta finendo) una storia ambientata un secolo prima, e che pare la fotografia di quanto avverrà trent’anni dopo, e cioè oggi; la resa dei conti fratricida e tutta interna al gruppo di potere cha ha governato negli ultimi quindici anni il Brasile. Ci si potrebbe spingere a una lettura ancora più nitida dell’impressionante vaticinio di Amado: gli antichi fazendeiros hanno lasciato che il giornatante (Lula) emergesse, ma quando il suo potere diventa più grande del loro (e soprattutto smette di essergli utile), allora le vecchie alleanze tra baroni tornano a rinsaldarsi e scatta la tocaia grande, “la grande imboscata”.

Jorge Amado, un po’ come Leonardo Sciascia con “Todo Modo” (1974), pareva aver rivolto lo sguardo al fantasioso, al metaforico (un albergo gestito da un prete dove i democristiani si ammazzano tra di loro), ma in realtà vedeva ben chiaro nel futuro prossimo dell’Italia.

Camilleri, in fondo, non si è mosso dal presente e gira intorno a un nodo sempre di attualità, il gattopardismo del potere nazionale: da questo punto di vista “Il Re di Girgenti” rappresenta una sorta di antefatto del romanzo di Tomasi di Lampedusa, e ne possiede pagine altrettanto luminose, come quella del dialogo tra Zosimo e il Capitano di giustizia Montaperto il quale, riferendosi ai nobili che non si sono ancora pronunciati sulla sua incoronazione, avverte: «Aspettanu, mio caru Re, pronti a tirarsi la loro convinienza. Ora comu ora, i nobili sono d’accordo con voi pirchì siete tanticchia megliu dei piamontisi. Aspettano a vidiri da indovi viene il ventu per isare le loro vele. Mi spiegai?».

Quale sia il vento, quale sia la sua direzione, e certamente i due protagonisti, uomini valenti, sono capaci di percepirne il profumo e la forza, il destino del loro popolo non cambia: la sorte del capanga Natário che volle farsi uomo libero e del viddrano Zosimo che volle farsi Re, e Re, vien da dire, solo per farsi libero anch’egli, è in fondo la stessa; per loro un certo momento arriva il confronto, terribile, con il privilegio, il privilegio che volle farsi regola, carta scritta, in una parola, potere costituito.

Il dialogo a distanza tra Jorge Amado e Andrea Cammilleri converge anche su questo punto, ma lascio al lettore il piacere di scoprire come vanno a finire le due storie.
Tuttavia per entrambe vale la medesima morale (che è destino) la cui sintesi spetta al brasiliano, anzi, a uno dei suoi personaggi, il falegname Lupiscinio: «Siamo sopravvissuti alla piena e alla peste: alla legge, no».

©Alberto Riva

Andrea Camilleri, Il Re di Girgenti, Sellerio editore Palermo, 2001
Jorge Amado, Tocaia Grande. A face obscura, Companhia das Letras, São Paulo, 2008
Edizione italiana: Tocaia Grande. La faccia nascosta, traduzione di Elena Grechi, Garzanti editore Milano, 1985.

L’altra Storia del Novecento

Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana parlo di «Anima Italiana», il disco in cui Alessio Bidoli e Bruno Canino rileggono pagine del Novecento italiano, raccontando un inedito “paesaggio” musicale. Disco molto bello, che consiglio.

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Le mille voci di una saga argentina

Sul «Venerdì di Repubblica» recensisco Sant’Uffizio della Memoria di Mempo Giardinelli, un bel romanzo argentino per la prima volta pubblicato in Italia da Elliot.

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Grande aula di tribunale, la memoria. Mempo Giardinelli lo dichiara fin dal titolo del suo romanzo che esce per la prima volta in Italia, Sant’uffizio della memoria. Ma di quale tribunale si tratta? Penale, civile, religioso, amoroso, o della Storia? L’autore argentino, classe 1947, stimato da Luis Sepulveda e Carlos Fuentes, lascia che a deciderlo sia il lettore, dopo averlo convocato ad ascoltare le testimonianze, le confessioni, i segreti e le bugie di una intera famiglia di immigrati italiani, i Domeniconelle.

Abruzzesi, erano poveri da far paura. Il capostipite, Antonio, emigrò in Argentina a metà Ottocento, portandosi dietro uno solo dei suoi tre figli e la moglie Angela. Anzi, la rapì che era ancora una ragazzina. Ed lei, Angelina, la vera protagonsita di questa saga sullo sdradicamento di un famiglia che, generazione dopo generazione, diventa argentina. Angelina, vedova precoce, è il rapsodo attraverso cui la narrazione scorre: entra ed esce dai sogni della sua vasta genia, nipoti, bisnipoti, tra cui Pedro (nato lo stesso anno dell’autore), ingegnere esiliato dalla Dittatura Militare e che alla fine degli anni Ottanta sta per tornare, in nave.

Su quel molo di Buenos Aires si sono riuniti tutti, i vivi e i morti, ad attenderlo: e l’attesa è rievocazione, è bilancio, è chiudere i conti. Ma i conti, ci dice Giardinelli, non si possono chiudere, si può solo “raccontare”. Di fatto, la forza del romanzo non dimora nella sua ambiziosa e forse eccessiva coralità, bensì nei frutti che cadono da questo colossale albero: le storie. Quella con la S maiscola di secoli di Argentina e Sud America (“Povero Colombo, morì ignorando il casino che aveva combinato”). E poi le vicende minute di queste tante femmine Domeniconelle (gli uomini son sempre morti giovani e male), come Franca, la zia libertaria; le amanti da perderci la testa, come Silvina e in fine Magda, la sposa straniera: “Noi donne cambiamo sempre la vita degli uomini, anche se loro credono sia il contrario”.

Così scopriamo che sotto il dispositivo romanzesco l’autore affronta alcuni nodi che parevano risolti e invece la cronaca ci mostra essere vene ancora aperte, non solo in America Latina, anzi: l’emigrazione, la condizione femminile e soprattutto un’idea che fatica a farsi destino, qualsiasi sia la sponda dell’oceano dove approda: la libertà.

Il libro:
Sant’Uffizio della Memoria di Mempo Giardinelli, 578 pag, 19.50 Euro

©Alberto Riva 2016