Carlo Cassola, non solo “Bube”. Le molte vite di un grande scrittore

Cento anni fa nasceva Carlo Cassola (1917-1987), uno dei più grandi scrittori italiani, autore di La ragazza di Bube (Premio Strega 1960), di cui Mondadori sta per rieditare negli Oscar due romanzi tra i meno noti e da riscoprire, Una relazione e Paura e Tristezza. Lo ricordo su “Il Venerdì di Repubblica” di questa  settimana.

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«Quella volta che nascosi l’insalata a Simenon». Ovvero, le memorie (letterarie) di Ferruccio Parazzoli

Su “Il Venerdì di Repubblica” incontro Ferruccio Parazzoli, scrittore ed editore, da poco in libreria con il romanzo Il rito del saluto (Bompiani). Che ci racconta cinquant’anni di editoria:  una lunga sfilata di autori, la loro grandezza e i loro tic, e una riflessione, che è un auspicio: «Bisogna uscire dall’ipnosi del bestseller».

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Libri: Storia di David Lazzaretti, che visse da santo e morì da sovversivo

Simone Cristicchi ripercorre in un libro e in uno spettacolo teatrale la vita (e la morte) di David Lazzaretti, “il Cristo dell’Amiata”. Si intitola Il secondo figlio di Dio e ci racconta una pagina poco nota della Storia italiana, lontana nel tempo ma ancora molto attuale. Su “Il Venerdì di Repubblica” intervisto il cantautore, attore e autore romano.

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«Il prezzo dei fagioli non entra nella poesia». Addio a Ferreira Gullar, poeta della vita inventata

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Ferreira Gullar (1930-2016)

E’ morto a Rio de Janeiro Ferreira Gullar, il maggior poeta brasiliano, aveva 86 anni.
Nato nello stato tropicale del Maranhão, ha vissuto gran parte della sua vita a Rio, tranne un periodo, negli anni Settanta, quando preferì esiliarsi per non essere catturato dal regime militare (1964-1985), sette anni in cui girovagò tra Argentina, Cile e Russia.

Gullar era un grande poeta, un raffinato critico d’arte, un prolifico saggista e un pittore che si dilettava a rifare, copiare quadri celebri. Nel suo appartamento di Copacabana, nella Rua Duvivier, ce n’erano parecchi, di quadri suoi. Raccontavano, secondo me, il suo lato ludico, uno spirito tutto rivolto all’invenzione, all’epifania della scintilla poetica.

Gullar è stato un poeta civile, che prese posizione contro i militari, e per questo finì sulla lista nera (insieme a tanti altri, da Jorge Amado a Oscar Niemeyer a Chico Buarque: scrittori, poeti, architetti, musicisti, i militari non facevano distinzione).
Fu un altro poeta, molto in vista, a spendersi per facilitare il suo ritorno in patria: Vinicius de Moraes. Quando uscì la raccolta forse più celebre di Gullar, Poema sujo (Poema sporco), scritto in esilio, Vinicius nel recensirla chiederà formalmente l’amnistia per il collega, che di fatto in breve rientrerà.

Di Gullar è una delle più belle poesie brasiliane sulla libertà minacciata:

Agosto 1964
(…)
Dico addio all’illusione

ma non al mondo. Ma non alla vita,
mio rifugio e mio regno.
Del salario ingiusto
della punizione ingiusta
dell’umiliazione, della tortura
del terrore,
conserviamo qualcosa e con esso costruiamo un artefatto
un poema
una bandiera.

Ma Gullar era poeta soprattutto dell’esperienza interiore, vissuta però come riflesso inevitabile del mondo, un mondo nel quale spendersi e del quale caricarsi sulla spalle (forse imprimersi sulla pelle) il peso; ma non solo, del quale registrare, in forma poetica, la forza vitale (la vita, mio rifugio e mio regno).
Uomo nato in una delle regioni più povere e insieme più belle del Brasile, figlio di un quitandeiro, un fruttivendolo e droghiere, Gullar amava la realtà urbana, da cui era affascinato e in qualche modo sedotto: scappò ancora giovane verso Rio, che vedeva al cinema e immaginava attraverso le canzoni della radio. Come poeta, è stato molto vicino all’universo della musica e ai musicisti: suoi poemi sono stati musicati, tra altri, da Caetano Veloso (Onde andaras) e alcuni singoli versi da Adriana Calcanhotto, mentre è stato grazie a una melodia (e alla voce) di Raimundo Fagner che tutto il Brasile ha conosciuto forse una delle sue poesie più belle:

Traduzir-se (Tradursi)

Una parte di me
È tutto il mondo
L’altra parte è nessuno
Fondo senza fondo.

Una parte di me
È moltitudine:
L’altra parte estraneità
E solitudine.

(…)

Una parte di me
È solo vertigine:
L’altra parte,
Linguaggio.

Tradurre una parte
Nell’altra parte
– che è una questione
di vita o morte –
sarà arte?

Andai a casa di Ferreira Gullar un pomeriggio, dopo avergli semplicemente telefonato perché, scrivendo su Rio, stavo cercando di capire Copacabana e lui, di Copacabana, era una tipica creatura. Pressoché indifferente al caos orrendo di quella città nella città, ne assaporava insieme il fascino segreto e il mondo di occasioni, di brutture, di odori dispersi. A Copacabana in fondo si perdona tutto, in virtù dell’oceano sullo sfondo, con la sua possibilità di vento e di illusoria fuga. Gullar parlò molto, della saggezza dei brasiliani e della loro permissività: di entrambi gli aggettivi non capii se si trattava di un giudizio positivo o negativo. Probabilmente era entrambe le cose (una parte di me è solo vertigine, l’altra parte è linguaggio).

Citava spesso Vinicius de Moraes, «inventore di una vita felice» come qualcosa che pur essendogli prossima gli sfuggiva, misteriosa. Se de Moraes infatti era poeta arcade, elegiaco, dei sentimenti ideali, Gullar dei sentimenti indagava l’elemento umano, l’elemento mortale, “sporco”, come il suo poema magistrale. Nella sua poesia Gullar registrava la carnalità e la vertigine della vita, in una dimensione però metafisica che fa pensare, talvolta, alla pittura di Giorgio De Chirico.

Non c’è posto

Il prezzo dei fagioli
non entra nella poesia. Il prezzo
del riso
non entra nella poesia.

Non entrano nella poesia il gas
la luce il telefono
il furto
del latte
della carne
dello zucchero
del pane.

(…)

Perché la poesia, signori
è al completo: «non c’è posto»
Soltanto vi entra
l’uomo senza stomaco
la donna di nuvole
la frutta senza prezzo.

La poesia, signori,
non puzza
né profuma.

Era convinto di questo, Ferreira Gullar, un po’ come Seneca (e Vinicius): che la vita è esattamente come la poesia, ossia un’invenzione. A noi decidere quale.

©Alberto Riva

Richard Galliano, poeta della fisarmonica: «Il jazz è dolcezza».

Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana intervisto Richard Galliano, in uscita con un nuovo doppio (bellissimo) cd, “New Jazz Musette” (Ponderosa Music&Art) inciso con Syvain Luc, Philippe Aerts e André Ceccarelli. Per ragioni di spazio sul giornale non ha trovato posto l’intera conversazione, che riporto invece qui. Buona lettura!

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Cosa sta facendo in questo periodo?
«Sono a Parigi un po’ in vacanza e un po’ per preparare la registrazione di un disco con Ron Carter, a fine mese. Sto lavorando su un brano di Ron intitolato First Trip, che registrò con Herbie Hancock nel disco “Speak like a child”. Provando tutto il giorno mi viene in mente una frase di Bill Evans che dice: “Meglio suonare lo stesso brano per ventiquattro ore che ventiquattro canzoni in un’ora”. È una frase molto importante: bisogna andare a fondo nelle cose».

Nel nuovo doppio lei torna infatti su alcuni suoi classici, come Ten years ago, Spleen, Giselle, Ballade pour Marion. Ma pare di sentirle per la prima volta
«Ogni mia composizione è legata a momenti della mia vita. Il disco è un ritratto in bianco e nero, abbiamo inciso 18 brani in tre giorni. Non li suono sempre alla stesso modo: nel disco è un gruppo adatto allo studio, poi normalmente dal vivo ho un gruppo dove suona anche mio figlio, la batteria, Jean-Cristophe Galliano, ma a Milano vengo con un’altra versione del gruppo, dove c’è Philip Catherine alla chitarra, che porta una nota di lirismo. Ho tre formazioni per dare colori differenti, sangue nuovo. Il disco è l’essenza della mia musica».

Cos’è la musette, e perché non si stanca mai di suonarla?
«La musette è come il tango o il blues. È una musica nata all’inizio del Novecento: il tango è stato fatto dagli immigrati in Argentina, il blues dai neri americani, e per la musette sono stati gli italiani che arrivavano a Parigi e si sono mischiati con i gitani e i musicisti del centro della Francia, e hanno inventato la “valse musette”: i fisarmonicisti erano tutti di origine italiana: Tony Murena, Marcel Azzola, Joss Baselli, etc. Negli anni Ottanta la musette era ormai dimenticata, non si suonava più. Un giorno Astor Piazzolla mi disse: io ho fatto il tango nuevo, tu devi fare il new musette. Infatti il disco New Musette che feci nel 91 è stato un tributo a Piazzolla. La mia preoccupazione è usare le radici della musette swing, che anche Django Reinhardt suonava, e mischiarle con la mia visione del jazz. Tutto il jazz che io suono, come oggi che sto suonando con Ron Carter, è un nutrimento per la mia versione della musette».

Come le pare lo stato di salute del jazz odierno?
«Il jazz oggi mi pare un po’ troppo aggressivo: spesso i musicisti sono arroganti, ho questa sensazione. Quando ascolto Coltrane non sento aggressività, ed è comunque moderno, inventivo. Senza dubbio si tratta di un riflesso della società di oggi, che è aggressiva. Ma sul palco io non voglio aggressività, anzi ho bisogno d’amore, di dolcezza. La natura della musica è questa, la dolcezza».

Piazzolla era malinconico come la sua musica?
«Piazzolla aveva un grande senso dell’umorismo, era un grande amante della vita e della buona tavola. Diceva sempre che prima di suonare con qualcuno doveva mangiarci assieme, perchè non c’è da fidarsi di una persona che non mangia e non beve».

Fa centotrenta concerti all’anno. Qual è il segreto della sua musica?
«Faccio parte della tribù di quei compositori che cercano prima di tutto la canzone, cioè una melodia che chiunque possa cantare facilmente».

Il suo primo maestro è stato suo padre. Come sta?
«A dicembre compirà 90 anni: è ancora appassionato di tutto, classica, jazz, musette. Per me è davvero un grande esempio. Stiamo sempre in contatto: lo chiamo per chiedergli uno spartito e lui me lo trova. Abbiamo scritto insieme un metodo didattico per la fisarmonica. Io a dicembre compio 66 anni e lui 90: la vita corre veloce!».

Da quanto tempo suona la fisarmonica?
«La mia fisarmonica ha cinquant’anni, me l’ha regalata mia nonna. E io ho iniziato a tre, quattro anni a suonare il pianoforte e piccoli organetti. Quindi sono più di sessant’anni che suono. Con la mia fisarminica è una storia d’amore: passo da Mozart a Ron Carter e Herbie Hancock, è davvero uno “stradivari”».

Che fisarmonica è?
«La costruisce la ditta Victoria di Castelfidardo, è del 1963/64. In realtà ho due fisarmoniche dello stesso anno, che alterno: hanno lo stesso suono. Ogni tanto le porto a riparare, anche se mi piace aggiustarle da solo, se i problemi son piccoli».

Usa sempre queste due?
«Sì. Io mi sento come un poeta o un cantate, che nelle sue composizioni racconta la sua vita, le sue emozioni: ho dedicato le mie composizioni a mia moglie, ai miei figli, alle persone che amo. E certamente c’è il suono: questi strumenti hanno il mio suono, e non potrei suonare altri strumenti. Non riesco a capire quei musicisti che cambiano gli strumenti. Frank Rosolino, famoso trombonista, diceva che bisognava usare lo stesso bocchino per tutto la vita. Una mattina facevo colazione con Toots Tielemans, che è scomparso da poco, e mi ha detto che il suono dello strumento è un lavoro che dura tutta la vita. Il jazzista è uno che senti due note e devi dire: è lui».

Dopo l’ultimo disco dedicato a Mozart (Deutsche Grammophon) ha in progetto nuove incisioni “classiche”?
«Uscirà un cofanetto che riunisce i tre classici: Vivaldi, Rota, Bach. Poi ho idea di fare un disco in duo con un organista di chiesa, francese, che si chiamata Thierry Escaich: si sta pensando di suonare Haendel, oltre a improvvisazioni e brani originali. Abbiamo già fatto dei concerti insieme. I progetti non sono mai un calcolo, bisogna lasciare la porta aperta».

I suoi sono italiani, anche suo padre?
«Mio padre è nato vicino a Grasse. Io sono nato a Cannes, e ho vissuto a Nizza fino ai vent’anni. La regione di Nizza è molto italiana, molto particolare: i miei nonni venivano dall’Umbria e dal Piemonte».

Dopo tanti anni non le pesa la fisarmonica sempre in spalla?
«Ci sono abituato, però pesa. Ho fatto il calcolo: un violino pesa trecento grammi, la mia fisarmonica 13 chili. In pratica suono 45 violini! Il fatto è che posso suonare soltanto in piedi: ho capito però che il peso influisce sulla dinamica, sul suono: non potrei suonare seduto, come fanno molti miei colleghi. Certo, quando posso stare a casa tiro un respiro di sollievo…».

©Alberto Riva