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Hélène Grimaud suona la magia dell’acqua:«La natura è il nostro contrappunto».

Nel nuovo disco della pianista, Water, una riflessione sulla risorsa più preziosa del nostro pianeta attraverso la scelta di otto grandi compositori e la musica originale di Nitin Sawhney. «Acqua significa rigenerazione, rinascita, l’inizio e la fine. In definitiva, il tempo». Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana l’intervista alla grande interprete francese.

grimaud venerdì

Comincia con la struggente Wasserklavier di Luciano Berio e finisce nell’enigmatica Cathédrale engloutie di Claude Debussy. Tra questi due punti cardinali, Hélène Grimaud ci fa ascoltare la musica di compositori che, apparentemente, hanno pochi punti di contatto, come il giapponese Toru Takemitzu e Maurice Ravel, lo spagnolo Isaac Albéniz e Franz Liszt. Ma a parte che la storia della musica (e anche la musica) è fatta, soprattutto, di correnti sotterranee, di legami invisbili, esiste proprio un elemento esterno, si può ben dire “fisico” che lega queste composizioni, ed è l’acqua.

Water (Deutsche Grammophon) è il titolo dell’ultimo disco della pianista nata nel 1969 a Aix-en-Provence, oggi tra le maggiori interpreti sulla scena mondiale, che ha debutatto a diciasette anni con Daniel Barenboim e l’Orchestre de Paris, ha suonato con Claudio Abbado e i Berliner Philharmoniker, e recentemente ha duettato con la violencellista Sol Gabetta.
La sua discografia è poderosa e racconta di uno spirito eclettico: una predilezione per i romantici (bellissimi i concerti di Brahms usciti nel 2013) ma anche incursioni nella contemporaneità (il 
Credo di Arvo Pärt), fino alle prove solistiche di Resonances, dove riunisce Mozart, Bartók e Alban Berg.

Water è un disco “a programma”, come un tempo si usavano scrivere i poemi sinfonici o sinfonie per raccontare gesta storiche attraverso la musica. L’esperimento della Grimaud è però più sottile e ovviamente contemporaneo: l’acqua è evidentemente scelta come si sceglie un simbolo; ed è realizzato andando a cercare la maniera di restituire un senso di fluidità. Non a caso apre il disco un pezzo di Luciano Berio del 1965 che è ricchissimo di rimandi al mondo romantico; e il programma è pensato per farci ragionare sulla purezza della musica, al di là delle correnti storiche ed estetiche. Come quando, davanti a un Picasso, o a un Goya, avvertiamo la stessa forza: che è quella dei colori, dell’idea, dell’intenzione. Non ci interessa che il tratto sia completamente diverso, come era completamente diverso il mondo loro attorno.

La pianista, che è anche un’apprezzata scrittrice, è come se tentasse di mostrarci che lì esiste un legame, una corrente continuata, un nastro che si sta svolgendo. Ecco, forse, perché Grimaud ha scelto di impaginare il programma cucendo i brani con sette Transition, scritti ed eseguiti dal compositore, dj e performer anglo-indiano Nitin Sawhney, un personaggio che viene da un contesto musicale completamente diverso da quello della pianista: a lui è stato affidato il compito di creare un ponte tra gli autori.

«Ha immediatamente capito l’idea del mio progetto» racconta la pianista a proposito del lavoro di Sawahney, «proprio perché Nitin fa una magnifica sintesi di culture e tradizioni. Ero sicura che la sue composizioni avrebbero saputo sottolineare la nostra dipendenza dalla risorsa più preziosa del pianeta».

Ma come nasce l’idea di ispirarsi all’acqua per il disco?

«L’acqua ha molto a che vedere con la musica: acqua significa rigenerazione, rinascita, rappresenta l’infinito, l’immortalità, l’inizio e la fine. In definitiva, il tempo. E penso che uno degli aspetti che distingue maggiormente le persone sia proprio questo, la loro relazione col tempo. Il modo in cui lo si vive tocca un’inifinità di ambiti della nostra vita. Non so come tutto questo ispiri i compositori – io sono solo un’interprete – però la poesia che mi trasmettono le loro composizioni mi permette di entrare in contatto con il pubblico».

La sua attenzione alla natura è nota. Nel 1999 ha fondato a South Salem, New York, il Wolf Conservation Center, dove protegge molte specie di lupi americani e ne racconta la vera storia. È un modo di contrastare i pregiudizi che circolano su questa specie?

«Il pregiudizio riguarda i lupi, certo, ma anche molte altre specie animali, compreso l’uomo, le sue convizioni, le sue idee. Il pregiudizio porta alla paura, e quindi alla volontà di distruzione. La maggior parte dei problemi hanno la stessa radice: la mancanza di rispetto nel prossimo, che sia uomo o animale fa poca differenza».

C’è una caratteristica del lupo che in qualche modo le assomiglia?

«No. Ma tra noi e loro i punti di contatto sono tanti: sono animali eminentemente sociali, vivono in gruppo e fanno il possibile per proteggere le loro famiglie. E poi il lupo è interessante per ciò che rappresenta ecologicamente. Conoscerlo significa preservare l’intera catena alimentare e il suo habitat».

Nel suo ultimo libro, Ritorno a Salem (Bollati Boringhieri) scriveva che la crisi ecologica è una crisi spirituale. In che senso?

«Il rispetto della natura non è semplicemente una questione etica e morale, o di salute fisica, bensì di salute psichica ed emozionale. La natura è la prova dell’esistenza di qualcosa di più grande, è troppo miracolosa per essere un caso. Se l’ambiente è ferito, anche noi ci impoveriamo. C’è una corrispondenza tra lo spirito dell’uomo e ciò che vede: se quello che ci circonda è sporco, rovinato, perdiamo gioia, speranza. La natura è uno specchio, il nostro contrappunto».

I libri, e forse anche la natura, sono un modo per alleggerire l’intensità, la concentrazione che la musica le chiede?

«No, ma mi aiutano a sfuggire dalla supeficialità di una vita trascorsa viaggiando. La natura è un complemento necessario alla musica, le due cose camminano insieme. Io sono quasi sempre in tournée, ma appena posso torno a New York dove ci sono gli animali: i lupi, ma anche i cani e i cavalli, e lì mi rigenero».

Lei si è definita una bambina «intransigente», per cui «nulla era mai abbastanza». Oggi è diversa?

«La mia dipendenza dell’emozione musicale è sempre la stessa, non sono cambiata. Però mi pare di vivere la mia attività in modo più sereno, armonioso. Ecco allora che rispondo alla domanda sul perché l’acqua è stata una fonte di ispirazione per tanti artisti; per l’idea di movimento, l’idea romantica della riconciliazione degli opposti. L’idea di infinito mi mostra la vita come qualcosa di effimero, che abbiamo il dovere di vivere come se non ci fosse un domani».

©Alberto Riva 2016

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Intervista/1:Sete. Un romanzo sull’acqua che nasce dalle facce degli anonimi

Intervista a Alberto Riva di Angelo Miotto da PeaceReporter.net

Come è nato Sete?
Il romanzo è nato circa due anni e mezzo fa, da facce e luoghi. Dalla mia esperienza di giornalista in Brasile, dove al piacere di lavorare si è unito quello del viaggio in vari parti di un Paese così immenso. Soprattutto nel Nord Est, uno dei luoghi protagonisti, nella regione del Semiarido brasiliano. Nella zona Sud scorre il Sao Francisco, uno dei principali fiumi del Brasile. Lì, a parte la problematica legata al fiume, c’era un grande progetto del governo Lula che prosegue con Dilma Rousseff: prendere acqua e portarla in regioni più aride negli stati del Pernambuco e altri. Il problema del Sao Francisco è che è uno dei grandi specchi d’acqua del mondo e vive una forte depredazione che ha portato alla fame una parte rilevante della popolazione.

La nascita del romanzo quindi è nelle facce dei personaggi che ti hanno raccontato un Brasile molto diverso da quello che viene presentato.
Anche per chi vive in Brasile, come me. Da una parte la politica, che in Italia è raccontata in maniera superficiale e poi i grandi simboli, come Rio, le spiagge e la musica. In realtà le problematiche sono più vaste. Spesso si scopre una parte molto fragile che hanno tutti i grandi Paesi emergenti, che sono inevitabilmente legati ad altre parti del mondo in cui si prendono le decisioni. Abbiamo indios, preti, sindacalisti che vengono uccisi in luoghi sconosciuti ai più. Muoiono perché sono state prese decisioni in luoghi molto lontani da lì. Chi arma i sicari, che spesso non sanno nemmeno perché lo fanno, sono altri, spesso stranieri che usano il Brasile in una dimensione predatoria. Questa dimensione esiste ancora, in un Paese in cui si concentrano tensioni molto forti legate alla terra, le commodities agricole, per regole a cui il Brasile partecipa, ma che non fa lui, cartelli di prezzi che portano alla fame questi anonimi, questi invisibili. A me interessava il legame che c’è fra le facce di questi anonimi e i luoghi in cui inizia questo percorso.

Tutti questi elementi sono presenti nelle 367 pagine del libro con una trama che parte da un’acqua inquinata che fa morire e una ricercatrice che indaga, un bio chimico che la aiuta, omicidi e interessi finanziari. Un climax che ci porta alle multinazionali che controllano l’acqua sempre dentro a una fiction che però svela meccanismi veri. È una vicenda in cui si incrociano decine di personaggi. Come li hai creati?
Il meccanismo è che tu vedi delle cose, ti restano delle voci o delle storie. Frequentare e conoscere luoghi così diversi come Rio o San Paolo, città con forti contraddizioni, che mettono a contatto i più ricchi con i più poveri, in maniera diversa dall’Italia. Là, anche senza conflitti forti, abbiamo dei profughi che scappano dai campi per conflitti agrari che vivono a 150 metri da attici e da imprese e sedi di imprese e grandi uffici delle grandi industrie che sono protagoniste dell’economia. Poi ci sono i ricchi industriali, come la famiglia Joahansen. Personaggi che nascono quasi per caso perché ti ricordi di una storia, e altri che devi costruire, perché devono far funzionare la storia. Le cose nascono in maniera strana: alcune cose nascono prima dello stesso snodo di fiction che poi immagini e scrivi.

Quest’acqua che fa male e che fa partire il romanzo è la poliacqua o acqua due. C’è stato bisogno di studiare?
Chimica. L’acqua viene studiata dai chimici inorganici e questo è un elemento di interesse. Per noi l’acqua è l’elemento fondamentale della nostra vita. L’acqua partecipa alla nostra vita e alla continua rigenerazione delle nostre cellule, le fa vivere le fa germogliare. Ma è una sostanza inorganica. Studiando e leggendo tanti libri di chimica sull’acqua e le sue declinazioni scopri che l’acqua lascia ancora molti punti interrogativi ai chimici. La formula H2O sembra semplice, ma in realtà il suo comportamento è ancora oggi pieno di lati oscuri e interrogativi. Studiando mi sono imbattuto in una vicenda dai lati giallistici, quella della poliacqua o acqua 2, come dicevano in Inghilterra, sebbene la scoperta fosse l’Unione sovietica degli anni 60, ma poi studiata Londra quando la guerra fredda poneva problemi fra studiosi. La poliacqua è stato un grande abbaglio della chimica che però secondo me poggia su una grande suggestione, un mito, quello della possibilità che esista un’altra acqua, proprio per il fatto che l’acqua sia poliforme. Che abbia un’altra formula, insomma. È questo che i chimici iniziarono a studiare. In realtà poi la scienza ha confutato questa teoria, ma io mi sono divertito a lasciarla aperta, non chiudere la questione della poliacqua come se quello che ci è stato raccontato sia solo una delle versioni.
(continua…)

Intervista/2: Sete. Un romanzo sull’acqua che nasce dalle facce degli anonimi

Intervista a Alberto Riva di Angelo Miotto, da PeaceReporter.net

Restiamo sull’acqua. Se ne è parlato molto per i referendum, ma in tutte le lotte a livello internazionale. Uno dei pregi di questo romanzo è che riesce a portare temi politici attraverso la fascinazione del romanzo. Un libro che ci fa tirare notte per sapere come va a finire e intanto passa un messaggio importante.
L’idea era di parlare di questo problema dell’acqua molto sentito in Brasile e però anche del Brasile contemporaneo in una formula divulgativa, quale quella del romanzo di intrattenimento. L’acqua è certamente un tema che tocca molto le coscienze, abbiamo visto in Italia i referendum, perché tutti lo sentono come un tema fondamentale. L’acqua è una cosa che sta alla base della nostra vita. Pensate a quando troviamo il cartello fuori casa che ci avvisa della sospensione dell’acqua, anche solo per poche ore. Subito ti immagini che non puoi fare la lavatrice, che non ti puoi lavare o addirittura che non puoi bere. Quindi immaginiamoci cosa significhi proporzionalmente in quelle parti del mondo in cui l’acqua è cosa rara, perché sfruttata, depredata.

Non solo acqua, ma soprattutto Sete ,come dice il titolo del libro. Sete di potere e di soldi: un thriller internazionale. A un certo punto racconti la figura del capo supremo di una multinazionale, il Drago. Un libro nel libro che si svolge in Thailandia e ad altre latitudini. Un signore che di mestiere impara a scoprire fonti sorgenti, con concessioni che si accaparra con pochissimi soldi perché le concessioni sono quasi nulle.
C’è una scena nel libro legata a questo signore dell’acqua in tutte le sue forme, che fa profitto: guarda un mappamondo in un hotel a Hong Kong e l’unica cosa che vede non è una mappa con i confini politiche e geografici, ma divisa in due zone, quella rossa e quella blu. Quella delle secche e quella dell’acqua, e lui viene attirato irresistibilmente dalla zona blu del mondo. Mi interessava un personaggio radicale, che passa la sua vita a scoprire le fonti nel mondo. Ho studiato i testi di Vandana Shiva, le guerre dell’acqua, e poi tanti altri studiosi per scoprire che il business dell’acqua e le concessioni delle fonti per imbottigliamento sono e sono state elargita a prezzi simbolici.

Come scrivi?
In Brasile è bello alzarsi presto e fa caldo; mi piace alzarmi verso le cinque e mezza per essere pronto a scrivere alle otto e fino alla fine della mattina, verso l’una. Questo quando il romanzo è già nel pieno. A me piace avere ritmo preciso. Se poi la cose funziona bene, anche dopo mangiato riprendi a scrivere fino al tardo pomeriggio. Io sono un animale diurno, di notte dormo, perché poi ho sonno perché mi sono alzato presto. Non ho bisogno di un posto in pace per scrivere. Scrivevo anche quando c’erano persone in casa. La scrittura non deve essere solitaria, ma coi possono essere altre persone e devo giro per vedere altre persone. E poi caffè

Quanto?
Molto

All’italiana?
Con la moka

Chicco brasiliano?
È un caffé leggero, il miglior caffè brasiliano viene tostato all’estero e quindi alla fine anche quello brasiliano è buono.

E dove scrivi?
In sala, dove non c’è la televisione, che per me è uno disturbo per la vita dello scrittore. Tutto il tempo che hai per documentarti, quel tempo è quello che la televisione ti ruba quando ce l’hai e soprattutto nella stanza principale della casa.

Sei un grande conoscitore di musica, un musicologo. Quanto ti ha aiutato questa conoscenza musicale: ritmo forma, il jazz?
Io sono un grande appassionato di jazz e di musica brasiliana, che è la cugina bella del jazz, ma anche un grande ascoltatore di musica classica. La musica mi ha aiutato moltissimo, perché ho scritto molte pagine con la musica in cuffia. Herbie Hancock e le sue musiche su Gershwin, un disco di Jobim che si chiama Urubu, un disco di musica contemporanea ispirata a Stravinskji. I movimenti precisi della scrittura formale della musica del Novecento, che attinge a musica romantica a Bach e altri autori, l’andamento formale, le dinamiche stesse dell’orchestrazione e della scrittura, mi hanno aiutato a costruire la drammaturgia del romanzo. Velocità, lentezza, silenzi, l’essere sciolto da una dimensione precisa del capitolo. Un formalismo che trova libertà, come nella musica del Novecento. Il romanzo non ha quasi musica, tranne la ricercatrice attivista che ascolta tori Amos, ma la musica era nelle mie orecchie mentre scrivevo e per esempi le suite per violoncello di Bach è una musica che può stare sullo sfondo mentre scrivi e ha un ritmo incredibile. In certi momenti le mie mani suonavano come su una tastiera di pianoforte. Un ritmo della musica.

C’è un blog . Si chiama l’Osservatore carioca. Tu pubblichi le facce di Sete.
Sono delle foto che avevo scattato in un viaggio di 4 anni fa sul fiume Sao Francisco, realizzato per un settimanale che non aveva voluto le mie foto che ritraevano facce. Ma come, pensavo, proprio le facce! Per me erano le cose più interessanti, mi sembravano la cosa più vera che il giornalista si stava portando a casa dal viaggio. Ho messo sul blog queste foto raccontando la vicenda di quei giorni, slegata dal romanzo.

Cosa ti ha lasciato Sete?
Quando finisci hai un senso di vuoto. Il giorno in cui ho finito il romanzo, improvvisamente un mondo in cui ti sei rifugiato non c’è più. Cerchi di tornarci, ma ti rendi conto che è chiuso che è finito e devi lavorare alla pubblicazione. Rimane una voglia di tornare, è come uno che se ne è andato in una bellissima vacanza, o che aspetta di tornare, da bambino, a casa per giocare al meccano o al lego. Sete lascia spazi aperti e personaggi che non si sono ancora rivelati completamente .

Sogni loro, la notte?
Adesso non più, ma durante la scrittura sì. Scene delle loro vicende e molte volte succede che spesso sogni cose prima di scriverle. Come la protagonista, Sarah. È arrivata di notte, quello che Alejandro Jodorowsky chiamava il sogno lucido.

Facce di Sete/9: dove a una cert’ora è meglio star fermi

Dopo qualche giorno, è chiaro che meno movimenti si fanno meglio è. In certi momenti il caldo è paralizzante. Ma è un caldo secco. Leggero. Al culmine del sole, nel primo pomeriggio, tutto tace. Si sceglie un mango e ci si siede sotto. Quelli che si avventurano sulla strada sono pochi. Non c’è neppure il tizio che vende le angurie. Non ha orari fissi, quando c’è c’è. Ogni tanto passa una moto. Passa una bicicletta. La città fantasma è un palcoscenico aperto. Può succedere qualsiasi cosa. Potrebbero atterrare finalmente gli Ufo. Il luogo è adatto. A Sobradinho non verrebbero certamente respinti. Né indagati. Né messi sotto accusa. Verrebbero accolti forse con una punta di scetticismo, ma in fondo con simpatia. In realtà non accade nulla. C’è la solita pecora che cerca da bere e qualche buccia di frutto da mangiare. A volte c’è una capra, che si dedica a fogli di cartone. La pecora è più selettiva: si deve essere allontanata da un gregge, ma dove? Quando? Passa, poi svanisce. Se atterrassero gli Ufo forse le loro attenzioni finirebbero con il concentrarsi su di lei. Chiederebbero di poterla portare con loro. Per studiarla. Gli verrebbe concesso? Probabilmente no. La pecora sta bene qui.
(foto di Alberto Riva – nona puntata di Appunti di un viaggio nel Brasile profondo, ovvero cosa c’è dietro il mio romanzo “Sete” – continua…)

Facce di Sete/8: la frontiera, il cielo piatto e i cani

O la terra è di tutti, o è di nessuno. La terra. Quando sta per arrivare la sera, e la gente fatica a tornarsene nelle tende, nelle case di calce, sui bordi del fiume secco, nell’aria calda restano le parole. Che poi si dissolvono durante la notte. E il giorno dopo riprendono vita. Qui, in questa parte di mondo arido, terra è una delle parole più frequenti a udirsi. La nostra terra. Ma non è la terra delle identità culturali, la terra dei marcati finanziari, la terra misurata a chilometri quadrati. E’ qualcosa di molto più semplice. La si calpesta, la si annusa, la si scruta con preoccupazione. La si percorre, la si accompagna per tutta la vita. La si rimpiange. La si conosce bene. Come il cane solitario, la si ama per quello che è.

(foto di Alberto Riva – ottava puntata di Appunti di un viaggio nel Brasile profondo, ovvero cosa c’è dietro il mio romanzo “Sete” – continua…)

Facce di Sete/7: gli invisibili, un sorso d’acqua e un cappello

Succede ogni mattina verso mezzogiorno. Si radunano, si siedono. Poi arriva Otacilio, poi arriva anche Don Cappio. Si discute del suo sciopero. Dei cantieri. Di cosa significa quella lotta. Tu fai una foto e non sai cosa c’è dentro. Infatti è quando la riguardi che scopri quello che senza saperlo ti ha chiamato. Un tempo, quando aveva visto i suoi primi esperimenti, c’era chi diceva che la fotografia inquadrava i fantasmi. Ancora oggi, ogni tanto, da qualche angolo sperduto del Texas o della Manchuria, spunta qualcuno che dice di aver fotografato l’al di là. Ti porge le sue foto e ti indica strani aloni bianchi, macchie, striature. Saranno davvero fantasmi? Riguardando questa foto ho pensato a quelle rivelazioni… Non quelle in primo piano, seppur di profilo, ma le facce sullo sfondo: sono le facce di quelle terre, il deserto semiarido brasiliano, il grande sertao dei romanzi di Guimaraes Rosa e Messe di Sangue di Jorge Amado. Sono anche loro, per certi versi, dei fantasmi, invisibili a occhio nudo, che scopri sulla fotografia. Non gli avevi visti prima. Nemmeno tu. Si rivelano solo dopo. E nello stesso modo, poi, svaniscono.
(foto di Alberto Riva – settima puntata di Appunti di un viaggio nel Brasile profondo, ovvero cosa c’è dietro il mio romanzo “Sete” – continua…)