Etichettato: Antonio Vivaldi

Venezia, Vivaldi e un angelo: storia di un oboe da leggenda

Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana parlo di Antonio Vivaldi in occasione dell’uscita del libro di Mario Marcarini che, fra storia e fiction,  racconta di un leggendario oboe di avorio intorno al quale si agitavano intrighi e personaggi celebri. La musica che Vivaldi scrisse per quell’oboe è oggi riportata alla luce da tre magnifici Cd di Simone Toni e l’ensemble Silete Venti! Da non perdere.

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«Il mandolino? Un camaleonte che ama viaggiare». Intervista con Avi Avital

Avi Avital, foto di Guy Hecht

Avi Avital, foto di Guy Hecht

Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana intervisto il mandolinista Avi Avital. Trentacinque anni, israeliano, Avital ha appena pubblicato il suo nuovo disco, «Beetween Worlds» per la Deutsche Grammophon. Un disco bellissimo, in cui il mandolinista (che ha vissuto a Pavia e Padova dove è stato allievo di Ugo Orlandi) spazia in un repertorio affascinante, da Bartok a Villa-Lobos, fino ai meno conosciuti Sulkhan Tsintsadze e Vittorio Monti, accompagnato, tra gli altri da Richard Galliano e Giora Feidman. Qui di seguito pubblico l’intervista completa che sul giornale ho dovuto, per ragioni di spazio, sforbiciare assai.

Avi Avital, raccontami un pochino delle tue origini, dove sei nato, e dei tuoi studi musicali?
Sono nato A Beer-Sheva, una città nel sud d’Israele. I miei genitori sono ebrei marocchini e sono venuti in Israele da ragazzi, negli anni 60. La musica che ascoltavo in casa da bambino era una miscela fantastica di Chanson francese, musica tradizionale marocchina e cantautori israeliani.

So che vivi a Berlino…
Berlino mi ha sempre attratto per il suo dinamismo nella musica e nell’arte in generale. Questa città sta godendo secondo me un’esplosione di creatività e originalità grazie ai molti artisti che ci sono andati a vivere. Un’atmosfera veramente ispiratrice. Berlino oggi è come immagino Monmarte a Parigi nel inizio del’ 900, quando Renoir, Degas, Satie, Picasso e molti altri sedevano negli stessi caffè a scambiare idee e a guidare la fase più creativa dell’arte moderna.

Come nasce la passione per il mandolino, e come inizi a suonarlo?
Quando ero un bambino avevamo un vicino di casa che suonava il mandolino. Poi quando avevo otto anni ho chiesto ai miei di iscrivermi al conservatorio dove c’era una piccola orchestra giovanile di strumenti a pizzico.

avi_venerdìIl tuo che tipo di mandolino è? Quali sono le sue caratteristiche tecniche?
Il mandolino che uso normalmente è costruito dal liutaio israeliano Arik Kerman. È un modello abbastanza innovativo che non segue in modo rigoroso la forma tradizionale del mandolino napoletano che conosciamo. L’idea era di costruire un mandolino adatto alle grandi sale di concerto d’oggi, e di metterlo nella stessa linea degli strumenti ad arco, sotto il profilo del volume di suono, il “range” dinamico ecc.

Il mandolino è uno strumento della musica popolare, giusto? Però lo troviamo anche presente in classici come Vivaldi etc. A questo proposito ti chiedo due cose: la musica in quei casi nasce per il mandolino o è trascritta?
Il mandolino nasce in Italia come uno strumento legato piuttosto all’ambiente colto e infatti si diffonde tra i nobili del 700. In molti ritratti dell’epoca si vede il mandolino come soggetto, o in mano a una giovane donna nobile. Nonostante la sua popolarità i grandi compositori tendevano a ignorare questo strumento, forse perché era comunque associato ad un ambiente piuttosto amatoriale. Salvo, tra gli altri, Vivaldi con i due dolcissimi concerti, Hummel, Scarlatti e anche piccoli gioielli da Beethoven e Mozart. Il mio precedente album era dedicato tutto alla musica di Bach, scritta originalmente per diversi strumenti (violino, flauto, clavicembalo). Con le trascrizioni per il mandolino ho voluto sottolineare l’aspetto universale e assoluto di questa divina musica. Musica che va molto oltre allo strumento per cui originalmente è stata scritta. Anche se Bach non ha scritto mai per il mandolino, semplicemente non posso immaginare la mia vita da musicista senza suonare la sua musica.

Definisci il mandolino un “camaleonte musicale”, perché?
Il mandolino, per il suo caratteristico timbro e per la sua storia spesso legata a contesti non musicali, sollecita diverse associazioni. Si ricorda non solo il mandolino, ma una seria di strumenti a pizzico della stessa famiglia, legati a varie culture – per esempio la Balalaica russa, il Bouzouki Greco, il Koto Giapponese, Il Tar persiano, il Charango sudamericano eccetera eccetera… Così il suono del mandolino può richiamare echi di suoni antichi, lontani o vicini, familiari o esotici.

Arriviamo al disco. Con quale criterio hai scelto il repertorio? Con quale idea?
L’idea che guida è l’integrazione della musica tradizionale (o popolare) con la musica d’arte, che chiamiamo musica classica. Come artista, mi ha sempre attratto esplorare i confini tra questi due generi. Il mandolino gode di questa identità ambigua tra il colto e il popolare. Per “indagare” questo tema, mi sono riferito ai compositori della prima metà del 900’ che sono ormai dei simboli di questa integrazione. Bartok, Manuel De Falla, Villa-Lobos, tra gli altri – hanno tutti rielaborato i loro propri patrimoni musicali, portandoli alle sale da concerto.

E come hai scelto i musicisti che ti accompagnano?
Per ogni composizione ho voluto immaginare un mondo sonoro che ci portasse verso le origini della musica da cui è ispirata. La materia prima. Così nelle “Canzoni Popolari Spagnole” che De Falla ha composto per mezzo-soprano e pianoforte, il nostro arrangiamento presenta, insieme al mandolino ovviamente, la chitarra spagnola, l’arpa, il Cajon, che è la tipica percussione del flamenco, insieme ad altri strumenti più “classici”. La fisarmonica, sempre uno strumento che gioca tra il colto e il popolare, ha una forte presenza in questo album grazie al grande Richard Galliano. Ha portato in questo album non solo la sua musicalità incantevole, ma anche un atteggiamento più spontaneo che appartiene al mondo del Jazz e della musica popolare. Così nelle trace che abbiamo registrato insieme, gli arrangiamenti si sono creati spesso al momento.

cover AviCi sono pezzi nati per il tuo strumento o sono generalmente trascrizioni?
Quasi tutti i brani sono scritti per diversi strumenti o voce, tranne uno. L’eccezione è il compositore napoletano Vittorio Monti, che ha scritto la Czardas – quindi, imitando una forma popolare ungara, per “mandolino o violino e pianoforte”. Monti stesso fu un mandolinista e scrisse vari pezzi, meno conosciuti, per il mandolino, compreso un piccolo metodo per il mandolino.

Parlami un poco di Sulkhan Tsintsadze, che non conoscevo, così come non conoscevo Ora Bat Chaim. Cosa mi dici di loro?
Sulkhan Tsintsadze era un violoncellista e compositore Georgiano. La maggior parte della sua vita è stato il compositore della celebre “Georgian State String Quartet”. La maggior parte delle sue composizioni infatti e numerose brevi “Miniature” per quartetto d’archi sono basate su temi popolari Georgiani. Ho scoperto queste meravigliose composizioni nel mio primo viaggio a Tbilisi e mi sono innamorato in questa musica immediatamente.

Qual è la caratteristica che ami di più del tuo strumento?
Il mandolino è uno strumento ricco di sorprese. Mi piace scoprilo di nuovo con ogni progetto.

Hai trovato difficoltà a far accettare il tuo strumento nei templi della musica classica?
Lo scorso gennaio ho fatto il mio primo recital alla Carnegie Hall di New York. E’ stata un’esperienza fantastica. Ma oltre ad essere una personale pietra miliare, un sogno realizzato, solo il fatto che la Carnegie ha presentato un recital intero di musica classica per mandolino, vuol dire che il mondo è pronto a scoprire l’arte del mandolino.

Suonerai in Italia in futuro?
Certamente. Da quando ho vissuto in Italia la considero una seconda casa. Quest’estate tornerò a fare dei recital in Toscana e in Piemonte.
©Alberto Riva