Etichettato: Graham Greene

Addio a Henning Mankell, scrittore inquieto che ha raccontato il mondo

Henning Mankell in Africa, fonte www.henningmankell.com

Henning Mankell in Africa,
fonte http://www.henningmankell.com

Uno dei miei tanti sogni non realizzati era quello di andare a Maputo a intervistare Henning Mankell, lo scrittore svedese morto ieri a sessantasette anni, l’autore de La leonessa bianca e de Il ritorno del maestro di danza, del Cervello di Kennedy e di Scarpe italiane. All’inizio del 2014 aveva rivelato di essere malato di tumore.

Mankell trascorreva una parte della sua vita nel sud della Svezia, un’altra parte in Costa Azzurra e una parte in Mozambico, dove aveva fondato tanti anni fa un teatro, il Teatro Avenida. Avrei voluto intervistarlo in Africa e in portoghese. Nella terra che aveva eletto, che aveva scelto e di cui si era innamorato. Perché di Mankell, a parte le sue storie, mi affascinava lo stare in un posto pensando a un altro, la voglia di raccontare facce lontane, diverse, storie nate da radici non sue: la curiosità, la fascinazione per l’atterraggio, lo scrivere in un posto caldo, sotto le pale di un ventilatore, davanti a una finestra affacciata su uno spazio di cui ignori i confini, di cui ignori quasi tutto.
Sul suo sito mi ha sempre toccato una fotografia che lo ritrae in taxi, probabilmente in Africa, e dalla faccia, esausta ed elettrizzata, ho sempre voluto immaginare che fosse appena atterrato e stesse correndo verso la sua seconda casa, la sua seconda o terza vita. La scrittura di Mankell era ricca, era tutto fuorché funzionale, poiché si nutriva di questo sradicamento, di una seconda nascita che, di solito, è fatta di amore, di forti innamoramenti e anche di dolore, di piccoli dolori che sono quelli che la gente si porta negli aeroporti e nelle stazioni.

Mankell era uno scrittore pressoché inesauribile. Aveva creato il commissario Kurt Wallander e gli aveva messo sulle spalle il desiderio di fare un ritratto dell’attualità svedese, la radiografia sotto la pelle fredda e cupa, nascosta sotto il concetto di “nord” che forse Mankell aveva ben chiaro, forse perché aveva capito cosa voleva dire “sud”.
Così, quello che oggi è defnito giallo nordico, ha avuto uno dei suoi maggiori interpreti, che però è diverso da tutti gli altri. Wallander è uno dei personaggi più riusciti della letteratura contemporanea: vive nella stessa casa di Maigret e Montalbano, ma anche sullo stesso pianerottolo del Fowler dell’Americano tranquillo di Graham Greene, il cui dirimpettaio è Fabio Montale di Jean-Claude Izzo, che convive – in una coabitazione curiosa – con il Maqroll di Alvaro Mutis. Sono quasi tutti personaggi che, prestati a quello che spesso viene definito “genere” danno vita invece al romanzo di attualità, che significa economia, politica, criminalità, cronaca. Ben sapendo che tutte queste cose insieme fanno la Storia, e proprio con il piacere di raccontare la Storia Mankell esercitava il suo mestiere di romanziere.

Mankell è riuscito in qualcosa di molto difficile, e per questo lascia un grande vuoto. È stato uno scrittore impegnato senza volerlo essere. Con i suoi libri ha militato contro chi è responsabile del dilagare dell’Hiv in Africa, contro gli apartheid di qualsiasi latitudine, soprattutto contro una piaga che non smette di aprirsi: il razzismo. Amava ripetere una frase del mozambicano Mia Couto: “ogni essere umano è una razza”. E, ragionava Mankell, con ironia, “non si può essere razzisti, perchè non si può essere razzisti contro sei miliardi di razze diverse!”.

Ho cercato di nuovo quella fotografia, quella in cui Mankell è in taxi in Africa. Non la trovo più. Spero di non essermela immaginata. Potrebbe anche essere così. Farebbe parte del sogno. Eppure è l’immagine che, insieme ai suoi libri, mi è più cara. La vita sorpresa in un momento di personalissima, incomunicabile pienezza.

I miei consigli di lettura:
Il cinese
Il ritorno del maestro di danza
La leonessa bianca
La quinta donna
Assassino senza volto

L’uomo inquieto
Comedia infantil
Scarpe italiane
Prima del gelo
Il cervello di Kennedy
Mankell su Mankell (intervista) di Kirsten Jacobsen

Tutti editi da Marsilio, tranne Prima del gelo e Il cervello di Kennedy pubblicati da Mondadori.

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Se nella notte dell’Europa quello che ci salva è il “fattore umano”

Sul «Venerdì di Repubblica» di questa settimana parlo de La notte di Lisbona, capolavoro di Enrich Maria Remarque che l’editore Neri Pozza riporta in libreria nella sempre bella traduzione di Ervino Pocar. Uscì nel 1962 e racconta di una Europa in guerra che per certi versi assomiglia a quella di oggi. Un bellissimo romanzo che lo scrittore tedesco scrisse negli Stati Uniti e che a tratti fa pensare alle pagine magnifiche di Graham Greene. Se state cominciando la lista dei libri da portare in vacanza, metteteci pure questo.

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Con Niente di nuovo sul fronte occidentale il tedesco Erich Maria Remarque aveva reso universale la sua esperienza di soldato nelle trincee della Grande Guerra. Il libro, uscito nel 1929, fu un grande successo. Hitler e suoi accoliti, quando giunsero al potere, lo misero al bando: era anti-patriottico e disfattista. Fu bruciato nelle piazze. Alla fine degli anni Trenta, quello che era senza dubbio uno dei maggiori scrittori europei decise di levare il disturbo, e se se andò negli Stati Uniti.

Ne La notte di Lisbona, che vide la luce nel 1962 e ora torna in libreria per Neri Pozza (traduzione di Ervino Pocar, pag. 269, Euro 15) Remarque trasforma ancora una volta la sua esperienza personale in un romanzo palpitante. «La nave si preparava al viaggio come se fosse un’arca ai tempi del diluvio. Era infatti un’arca. Tutte le navi che in quei mesi del 1942 lasciavano l’Europa, erano arche». Su un molo della capitale portoghese, un uomo braccato vuol prendere quella nave, ma non possiede né i biglietti né un visto per l’America. Come in una parabola biblica, incontra un altro profugo, che gli promette in dono i suoi biglietti e anche il visto, ma a una condizione: dovrà passare la notte con lui e ascoltare la sua storia. È così che apprendiamo la vicenda di Schwarz e di Helen, rocambolesca storia d’amore di due tedeschi inorriditi dal Terzo Reich e decisi a voltare le spalle a tutto.

Eroi nei cui tratti, come in certi personaggi di Graham Greene, il “fattore umano” si intreccia ai bizzarri regolamenti della Storia. E mentre si legge, e ci si innamora della bellezza di Helen, personaggio magnifico su cui Remarque ha scolpito un monumento al coraggio, si viene colti da un pensiero inquietante, e cioè che la notte di Lisbona, che poi è la notte dell’Europa, non sia ancora finita. «Non avevamo il permesso di soggiorno… ma neanche il permesso di emigrare. E quando infine si riusciva a ottenerlo, ecco che era scaduto il visto di transito spagnolo, che a sua volta si otteneva solo avendo il visto di entrata in Portogallo, e questo molte volte dipendeva da un altro, la qual cosa significava che bisognava ricominciare da capo…».

©Alberto Riva

Tutto quello che gli uomini non dicono

steffeUna sera di dicembre, nel cuore di Milano. Manca poco a Natale. Il corpo di un celebre e anziano regista è steso nella neve. Morto. È piombato giù dalla finestra di una clinica. L’uomo che era andato a visitarlo, lo scrittore Antonio Lopez, amico da tre decadi, viene fermato e interrogato dalla polizia. Cosa è successo negli ultimi istanti di vita di Santiago Conte? Cosa si sono detti i due amici? Perché Lopez è tanto reticente? Chi è Clara, la donna che continua a inviargli sms e a chiedergli: «Come è andata, tutto ok?»

Sembra fin troppo chiaro che l’ultimo romanzo di Antonio Steffenoni, Il silenzio sulle donne, che esce nella nuova collana dell’editore Barion, è ispirato al suicidio di Mario Monicelli, avvenuto a Roma il 29 novembre 2010.

Milanese di origine ispano/cubana, autore di numerosi romanzi (il primo, Una sola paura, uscì da Rizzoli nel 76), Steffenoni torna oggi con un breve, fulminante noir intriso di struggimento, e che tiene incollati fino all’ultima pagina.
Se, come è stato detto più volte, ogni scrittore passa la sua vita, in fondo, a riscrivere lo stesso libro, questo è ancora più vero per Steffenoni, un narratore fedele ai suoi temi fino allo spasimo: l’anima divisa tra due mondi (nel suo caso l’Italia e la Spagna), l’amicizia, il passato come “terra straniera” dove ritornare e perdersi, le donne spesso inseguite come ombre fuggevoli, e spesso perse. A un certo punto, il protagonista Lopez dice, riferendosi a suo padre e ai suoi innumerevoli ritorni in Spagna: “Andava in cerca di qualcosa che là non avrebbe mai trovato: il se stesso che era stato. E ogni volta rientrava da quei grotteschi pellegrinaggi più avvilito e più silenzioso”.  (Molte volte, mi vien di pensare, noi tutti intraprendiamo uno di questi grotteschi pellegrinaggi, con una aggravante: non ci muoviamo di un passo).

Il romanzo sarà presentato a Milano martedì 5 marzo alle 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte.

Pubblico qui di seguito il testo intero dell’intervista con Steffenoni uscita oggi su Il Venerdì di Repubblica e che ragioni di spazio hanno parzialmente sacrificato.

Cosa l’ha colpita così tanto in quel fatto da ispirarle addirittura un romanzo?

«Apprezzavo Monicelli per la sua ironia e lo stile. E la sua fine mi è rimasta dentro a lungo. Un uomo che a 95 anni ha voluto decidere della sua vita, mettere la sua firma anche sull’ultimo atto. Ci vuole un bel coraggio, secondo me. Un coraggio che merita rispetto».

Come già in L’ultima lettera e Meglio andare lontano al centro dei suoi libri c’è l’amicizia tra uomini, amicizia che a volte travalica tutto. Dove nasce questo pallino?

«Forse perché sono metà italiano e metà spagnolo, e nel machismo ispanico l’amicizia tra uomini è un valore assoluto: il patto di fedeltà, l’impegno affettivo, i non detti…».

Anche tra il regista e lo scrittore il silenzio sembra più importante di qualsiasi parola. Conta davvero così tanto, ciò che non si dice?

«Certo, è quasi una condizione necessaria: se uno dei due amici avesse parlato chiaramente il triangolo amoroso non sarebbe mai scattato. D’altra parte, gli uomini sono incapaci di parlare d’amore tra loro, di usare la fantasia nei racconti amorosi e invece l’amicizia, anche maschile, dovrebbe essere il tentativo di conciliare le diversità».

Lei, come il suo protagonista Lopez, non ha mai lasciato la professione del pubblicitario. Una maniera di tenersi aperta una via di fuga?

«Da giovane avevo un’idea alta della letteratura e mi sono presto accorto che non potevo vivere solo con la scrittura. A trent’anni, dopo i primi due libri, il mio editore di allora mi disse: caro Steffenoni, hai scritto due libri bellissimi, ma ora facciamo qualcosa che venda, voglio un colpo di scena ogni venti pagine! Io mi sono arrabbiato e non ho più scritto per dieci anni. Finché ho capito che un po’ di sano realismo non guasta e facendo un altro lavoro potevo scrivere liberamente».

E ha funzionato?

«Direi di si. Siamo tutti fatti di tasselli diversi e la sfida è cercare di tenerli insieme con un minimo di armonia».

Il vecchio regista, ormai cieco, lascia all’amico più giovane Il Grande Gasby di Fitzgerald e un libro John Irving. Perché ha scelto questi?

«Considero Fitzgerald, Hemingway e Graham Greene i maggiori autori del Novecento. E John Irving lo sento vicino perché è uno scrittore diviso tra una vitalità straordinaria e il terrore della vita. La vita può essere pericolosissima»

I fattori umani

Continuo la pubblicazione dei post usciti sul blog QUINTO MONDO, che ho tenuto sul E-Il Mensile.

5 luglio 2012
Fernando Lugo, Graham Greene e la Milonga dell’Angel

In un momento cruciale del suo romanzo Il fattore umano, Graham Greene fa dire al protagonista Maurice: «Sai, non sono mai stato religioso, mi sono lasciato indietro Dio nella cappella della scuola, eppure a volte mi capitava di conoscere preti, in Africa, che mi facevano credere di nuovo – per un momento – davanti a un bicchiere…».

La figura di questo prete immaginario mi ha ricordato l’ex-presidente del Paraguay Fernando Lugo. Ex-presidente ed ex-prete. Un tipico personaggio greeniano. Il sacerdote che cammina tra i contadini e i diseredati, diviso tra l’amore di Dio e gli amori terreni, diviso tra la missione pastorale e la passione politica che a un certo punto della sua strada si trova dinnanzi a un bivio: e sceglie la politica. Ma porta con sé tutti i fantasmi di quelle terre dalle vene aperte. Porta con sé il suo passato senza immaginare che nel regno del cinismo gli faranno pagare ogni passo falso, ogni porta lasciata aperta: sa, probabilmente, che i nemici sono dentro e fuori il suo piccolo paese sudamericano. Sa che le forze oscure che hanno governato quella terra di latifondo e omicidi impuni non si rassegneranno facilmente, eppure è tanto pieno di fede da credere che le cose possano cambiare.
E’ un personaggio complesso, non c’è dubbio. Tratteggiarlo è utilizzare una tavolozza di neri e di grigi, ma anche di purpurei addensamenti improvvisi. Le forze che gli volteggiano contro sono molto più numerose di quanto poteva immaginare, là nelle terre del finimondo.
E’ il personaggio ideale a trovarsi al centro di una congiura: Leonardo Sciascia offrirebbe per lui diversi titoli perfetti, ma basterebbe “il contesto”. Ecco: il contesto, nell’accezione sciasciana, è il teatro dei burattini dove Lugo si trova a soccombere in un golpe orchestrato in silenzio e lucidamente come una macchina scenica. In questo caso, ha ancora ragione Graham Greene: è il fattore umano, quello che gli ha teso l’ultima trappola. E cioè la sua umanità e quello che gli hanno insegnato gli amici che oggi non lo sono più: la vocazione al martirio, il porgere l’altra guancia, il portare la croce anche laddove ingiusta. E’ il destino di questo personaggio che le fantasie si contendono.
Il finale è sempre la parte più difficile. Certamente è l’America Latina a fornire alla trama la colonna sonora ideale: è la Milonga dell’Angel, la musica che coglie, di quelle terre, la trascendenza e il delirio. E’ anche un atto per ricordare i vent’anni della morte del suo autore, Astor Piazzolla.

Se il romanzo è un fiume. Quante volte possiamo rileggere?

Ci sono scrittori, nel mio caso Paul Bowles, Isaac B. Singer, Alvaro Mutis, Jean-Claude Izzo, Ignazio Silone, Jorge Amado, per i quali il concetto di letti e riletti perde di significato. Non so se capite cosa intendo? Vale a dire che il fatto di aver letto una, due o tre volte uno dei loro libri non solo non fa alcuna differenza, ma è praticamente impossibile ricordarsene, poiché ogni volta – penso ai racconti de La delicata preda di Bowles, penso alla Trilogia di Maqroll di Mutis, a Shosha di Singer – è chiaramente la prima volta, l’unica volta, tranne che è una unica volta sempre più unica, sempre più indimenticabile.
In quella lista non ho citato Graham Greene che pure meriterebbe di stare in testa al corteo. In questi giorni stavo leggendo i Racconti dell’Età del Jazz di F.S.Fitzgerald ma sul mio cammino ho incontrato una edizione 1973 rilegata de Il console onorario. Pur avendolo da qualche parte in versione Oscar e pur avendolo già letto e avendo già visto il film un paio di volte, l’ho ovviamente ricomprato e, giunto a casa, l’ho aperto alla prima pagina… Ed ecco che è bastata la prima riga dell’incipit a non lasciarmi scampo…
Il dottor Eduardo Plarr se ne stava nel porticciolo sul Paranà fra le rotaie e le gru tinte di giallo, fissando lo sguardo là dove una piuma orizzontale di fumo si adagiava sul Chaco, posata fra le barre rosse del tramonto come una striscia su una bandiera nazionale…
Cosa è cambiato tra la prima e l’unica volta? Non lo si sa mai con certezza, si può intuire, sentire… In questo caso, forse, la presenza, subito, di un nome, che la prima volta era sconosciuto e nell’unica volta, poiché la vita trascorre, è diventato familiare: il fiume Paranà.
(In alto a destra Graham Greene, 1904-1991, in una immagine tratta da The Guardian)