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Conversazioni dall’esilio. Ovvero un gatto di nome Brodskij

brodskij

Adelphi ha da poco pubblicato Conversazioni, una raccolta di interviste rilasciate da Josif Brodskij in un arco di tempo che va dal 1970 (due anni prima di essere esiliato dall’Unione Sovietica) all’anno in cui è morto a New York, il 1996.

E’ il libro di un pensatore libero, di un uomo assolutamente presente a se stesso e alla sua epoca, un uomo dotato di uno humour non comune e di una grande dignità; e, sebbene possa sembrare paradossale, baciato da una grande fortuna: lo sradicamento. Di questa condizione Brodskij ha fatto un punto di osservazione sul mondo ma soprattutto su se stesso. Quando un intervistatore cerca di incasellarlo come un intellettuale, risponde: «Scusami se ti interrompo: ti dico subito con chi hai a che fare. Io sono formato da tre parti: antichità, letteratura dell’assurdo e ragazzo della foresta. Cerca di capirmi, non sono un intelligent».

Nella raccolta di conversazioni largo spazio ha la poesia, le opinioni sui poeti amati, da Achmatova a Auden, da Pasternak a Milosz, che Brodskij ha conosciuto e frequentato. Spesso si tratta di ritratti formidabili. Però quello che più intriga di questi testi è la passione con cui il poeta ragiona, distingue, puntualizza su ciò che gli è capitato nella vita, dall’essere un reietto del regime sovietico –  costretto a trascorrere una grande fetta della vita lontano dalla sua San Pietroburgo (non amava il nome Leningrado) – fino al premio Nobel. «Quando arrivai negli Stati Uniti dissi a me stesso: comportati come se nulla fosse successo, in caso contrario diventerai una vittima. L’importante è non lasciarsi andare e non diventare una vittima, anche quando lo sei veramente».

Brodskij non parla solo di poesia, di scrittura, di letteratura. Parla anche di musica, ci sono pagine profondissime sull’Italia, sugli Stati Uniti, sull’Unione Sovietica prima e dopo il 1989. Ragiona sulle ideologie, sul razzismo, l’antisemitismo, ma mai per categorie predefinite. Brodskij non è mai così soddisfatto da concludere un ragionamento tirandolo via. Conosce troppo bene la potenza della parola. D’altra parte anche la poesia ha un potere: «E’ il più efficace acceleratore mentale. Leggerla e scriverla offrono lo strumento di conoscenza più rapido, il più economico che io conosca».

L’esercizio della parola ha fornito a Iosif Brodskij, al pari dello sradicamento, una chiave personale per agire nel vasto campo della libertà: persino quella di morire di nostalgia.
Le pagine su Pietroburgo sono tra le più belle del libro, e illuminanti, quando accosta la sua città a Venezia, la patria immaginata che ha rappresentato, per contro, una decisione, quasi una fissazione: «Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa. Persino un ratto andrebbe bene».

Brodskij amava Venezia di quell’amore che è capace di farti fare le cose, quell’amore-motore che è una delle più belle sensazioni che si possano provare nella vita.
Conversazioni è un libro capitale, un libro imperdibile e, cosa importante, non è un libro rivolto esclusivamente a chi conosce la poesia di Brodskij. E’ un libro per tutti, universale.

Il libro.
Iosif Brodskij, Conversazioni, (a cura di Cynthia L.Haven), Adelphi, pag 314, Euro 20
©Alberto Riva 2016
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Venezia, Vivaldi e un angelo: storia di un oboe da leggenda

Sul Venerdì di Repubblica di questa settimana parlo di Antonio Vivaldi in occasione dell’uscita del libro di Mario Marcarini che, fra storia e fiction,  racconta di un leggendario oboe di avorio intorno al quale si agitavano intrighi e personaggi celebri. La musica che Vivaldi scrisse per quell’oboe è oggi riportata alla luce da tre magnifici Cd di Simone Toni e l’ensemble Silete Venti! Da non perdere.

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I gabbiani di Venezia, ovvero la trama dell’acqua

Se mai si dovesse catalogare il mondo tra i generi, il suo principale ingrediente stilistico sarebbe senza dubbio l’acqua. Se le cose stanno diversamente, sarà perché nemmeno l’Onnipotente deve avere molte alternative, o perché il pensiero stesso ha la trama dell’acqua. Come del resto la scrittura; come le emozioni, come il sangue. I liquidi hanno la proprietà di riflettere, e anche in un giorno di pioggia possiamo sempre dimostrare, andando a metterci dietro un vetro, che la nostra fedeltà è superiore a quella del vetro. Questa città ci lascia senza fiato in ogni momento, anche col variare delle condizioni metereologiche, che poi possono variare solo entro un campo piuttosto limitato. E se noi siamo parzialmente sinonimi dell’acqua, che è totalmente sinonimo del tempo, il sentimento che proviamo verso questo posto migliora il futuro, contribuisce a quell’Adriatico o a quell’Atlantico del tempo che immagazzina i nostri riflessi per quando noi saremo scomparsi da un pezzo.
Iosif  Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi.
(foto Alberto Riva)