Il segreto della voce di Elis Regina resta intatto a trent´anni dalla scomparsa

19 gen

Come Jorge Amado ci ha portato su una spiaggia baiana molto prima di toccarne una con le nostre mani, e quella spiaggia baiana era calda come la piu´ calda delle nostre estati d´infanzia,  la voce di Elis Regina ci ha detto di una corda che non sapevamo esistesse, ed era la corda del nostro desiderio. Il desiderio di una musica che aspettavamo risuonarci dentro. A me era successo molto tempo prima con il pianoforte di Erroll Garner, con quel tipo di swing sorridente, quella combinazione cristallina di cose giuste. La voce di Elis ha poi completato quel sogno, riassumendo in anticipo tutto quello che ho scoperto dopo. Forse anche perche´ Elis e´ stata la cantante che ha interpretato tutta la migliore musica venuta dopo la bossa-nova, come il pezzo di Joao Bosco del post precedente: e poi Milton Nascimento, Ivan Lins, Gilberto Gil, Gonzaguinha, Edu Lobo, ma pure gli antichi, come Adoniran Barbosa, Lupicinio Rodrigues e tanti altri. La cosa straordinaria di Elis, pero´, e non e´ per il fatto che sia scomparsa a trentasei anni, tre decadi fa, la cosa straordinaria e´che ancora oggi la sua voce resta quel mistero che riassume tutto cio´ che di piu´ inspiegabile amiamo del Brasile. Non passa, non tramonta. Viva Elis! Qui sotto l´ascoltiamo nel famoso incontro con Tom Jobim…

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Trent´anni senza Elis Regina. La grande voce brasiliana moriva il 19 gennaio 1982. Aveva trentasei anni

18 gen

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“Seguire i pappagalli fino alla fine” torna il libreria dal 17 novembre in edizione tascabile!

15 nov

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Brasile, viaggio al termine di se stessi. Una lunga intervista su Radio 24

31 ott

Per chi l’avesse persa su Radio 24 lo scorso fine settimana, ecco il link per riascoltare la lunga intervista che mi ha fatto Morena Rossi per la sua bella trasmissione Compagni di Viaggio. Si è parlato di Brasile, di Rio, di Jorge Amado, di Sete, di Seguire i pappagalli fino alla fine (che tornerà in libreria in edizione tascabile il 17 novembre!) e di tante altre cose.
Clicca qui e buon ascolto! player.php?filename=111029-compagni-viaggio.mp3

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Qual è il segreto dell’opossum? “L’uomo della cucina”, un racconto su E-Il Mensile

28 ott

Una sera di qualche settimana fa sono andato a bermi una birra, a volte lo faccio, in un bar vicino a casa chiamato Toca do Juca. Nei giorni della settimana è passabile: i tavolini sono di marmo bianco, le sedie di legno, si sta bene. Dopo un po’ è passato di lì un tizio che conosco, si chiama Alain, è svizzero, un tipo tranquillo che fa il liutaio. L’ho invitato a bere con me e si è seduto sorridendo, dopo aver sistemato tre buste della spesa sotto il tavolo. Ci siamo messi a chiacchierare. Qualche mese fa Alain si è separato dalla moglie, ma non sembra aver sofferto tremendamente. Lei è mezza india, quasi grassa, con una sua bellezza. Non l’ho vista molte volte, ma ricordo un volto tormentato, occhi a mandorla e capelli nerissimi. Alain ne parla poco e io non domando nulla. In breve il bar si è riempito di gente e abbiamo dovuto alzare la voce, allora ci siamo spostati verso il fondo del locale, che è più tranquillo. Passando, Alain ha fatto cenno a un signore in là con gli anni, seduto da solo con un bicchiere di cachaça davanti, il quale gli ha risposto con un lieve sorriso.
«È l’uomo della cucina», mi ha detto Alain mentre ci sedevamo.
«Non ho capito».
«Si chiama Michelangelo. È un mio vicino, ex-professore di matematica».
«E che c’entra la cucina?»…

Continua su E-Il Mensile di Emergency di novembre, in edicola da oggi, con le illistrazioni di Franco Brambilla.

Se il romanzo è un fiume. Quante volte possiamo rileggere?

24 ott

Ci sono scrittori, nel mio caso Paul Bowles, Isaac B. Singer, Alvaro Mutis, Jean-Claude Izzo, Ignazio Silone, Jorge Amado, per i quali il concetto di letti e riletti perde di significato. Non so se capite cosa intendo? Vale a dire che il fatto di aver letto una, due o tre volte uno dei loro libri non solo non fa alcuna differenza, ma è praticamente impossibile ricordarsene, poiché ogni volta – penso ai racconti de La delicata preda di Bowles, penso alla Trilogia di Maqroll di Mutis, a Shosha di Singer – è chiaramente la prima volta, l’unica volta, tranne che è una unica volta sempre più unica, sempre più indimenticabile.
In quella lista non ho citato Graham Greene che pure meriterebbe di stare in testa al corteo. In questi giorni stavo leggendo i Racconti dell’Età del Jazz di F.S.Fitzgerald ma sul mio cammino ho incontrato una edizione 1973 rilegata de Il console onorario. Pur avendolo da qualche parte in versione Oscar e pur avendolo già letto e avendo già visto il film un paio di volte, l’ho ovviamente ricomprato e, giunto a casa, l’ho aperto alla prima pagina… Ed ecco che è bastata la prima riga dell’incipit a non lasciarmi scampo…
Il dottor Eduardo Plarr se ne stava nel porticciolo sul Paranà fra le rotaie e le gru tinte di giallo, fissando lo sguardo là dove una piuma orizzontale di fumo si adagiava sul Chaco, posata fra le barre rosse del tramonto come una striscia su una bandiera nazionale…
Cosa è cambiato tra la prima e l’unica volta? Non lo si sa mai con certezza, si può intuire, sentire… In questo caso, forse, la presenza, subito, di un nome, che la prima volta era sconosciuto e nell’unica volta, poiché la vita trascorre, è diventato familiare: il fiume Paranà.
(In alto a destra Graham Greene, 1904-1991, in una immagine tratta da The Guardian)

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Il cuore nero del giornalismo nel capolavoro di Pete Dexter

10 ott

Un affare di famiglia di Pete Dexter (Einaudi) è senza dubbio uno tra i romanzi più belli che abbia letto negli ultimi anni.
Il romanzo è bello per una quantità persino enorme di motivi, e non starò a dirne neppure uno. O forse uno.
Basterebbe il ritratto che Dexter dà dell’ambiente giornalistico per farne un libro eccezionale – e che si tratti di un quotidiano di una piccola città della Florida degli anni Sessanta non ha alcuna rilevanza: il bestiario, i tic, le vanità, il cinismo travestito da missione, le regole non dette della consorteria, le invidie, e la verità quasi irrintracciabile del mestiere nascosta come un animale ferito in una foresta – ebbene, tutte queste cose sono là fuori ancora oggi, e  ancora più di allora. Dexter però è un sopraffino romanziere, e dunque il calco dal vivo di un ambiente che ha conosciuto molto bene lo avvolge in una vicenda piena di viscere, piena di note risuonanti, piena di luci, e piena di ombre. E ha una caratteristica che lo rende straordionariamente teso. Ogni parola, ogni frase si legge con una qualche preoccupazione. Ha quel pregio raro: non si salta mai una riga, e se accade, si torna indietro. Si palpita dall’inizio alla fine, e questo è semplicemente il più grande regalo che un romanzo ci possa fare.

“Era da tutta la vita che frequentavo i reporter – mio padre era stato uno di loro, e spesso invitava da noi a bere qualcosa i suoi favoriti -, e ben presto avevo capito che avevano una brama che io non avevo. I suoi favoriti erano i più aggressivi (…). Ciò che li spingeva non era il desiderio di sapere le cose, ma di raccontarle. Per un breve tempo, questo li rendeva tanto importanti quanto la notizia stessa. E nel suo modo remoto, Ward era uno di loro. Intendo solo dire che nelle notizie c’era qualcosa che lui desiderava per sé. Non che analeva alla celebrità”

Pete Dexter è l’autore, tra gli altri, di Il cuore nero di Paris Trout, Train e Così si muore a God’s Pocket

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Se i satelliti son desideri. Un raccontino

24 set

Non leggeva i giornali (ormai da anni) e non guardava la tv – la tv proprio l’aveva bandita da tempo. Un venerdì sera uscì a portare a spasso il cane e notò poca gente in giro. Anche il suo vicino, che di solito portava il cane a fare una passeggiata più o meno alle stessa ora, non c’era. Strano, pensò. Si mise la mani comodamente in tasca, lasciò libero Geremia (il cane) e si aggirò senza pensare a nulla, come sempre, in attesa che Geremia espletasse le sue necessità. Tornando verso casa notò che la luce del vicino era accesa – non erano esattamente amici, ma c’era simpatia. Così, tenendo Geremia al guinzaglio, chiamò il suo vicino. Passò qualche secondo e il vicino si affacciò alla finestra.
- Stasera non ti ho visto… Tutto bene?
- Ciao! Si, insomma. Non hai sentito del satellite?
- Satellite? No, quale satellite?
- Ah, già, tu non hai la televisione! Il satellite che deve cadere! Non hai saputo niente!
- Io no! – Guardò il cane – Geremia non ne poteva più di uscire. E Poldo (il cane del vicino), non lo porti a fare un giro?
- Meglio di no, sai, il satellite! Non si sa mai!
Lui annuì, ma non aveva tanto capito. – Ok allora! Io proseguo il mio giro! A domani!
Il vicino lo salutò in fretta, scrutò il cielo e poi sparì dalla visuale.
Lui riprese la camminata con Geremia. Sorrideva. Aveva visto una stella cadente e aveva espresso un desiderio. Normalmente i suoi desideri si avveravano, per questo sorrideva. Erano desideri facili. Anche Geremia sembrava più allegro di prima: aveva visto il portone di casa e sapeva che c’era un biscotto che l’aspettava al varco.

La signora delle contumelie. Ovvero: recitare in una tragedia e non saperlo neppure

16 set

Troppe telenovelas possono fare un certo effetto. Lei, anziana per bene del quartiere bene di San Paolo, a passaggio nel caos multicolore della metropoli più delirante del cono sud, oilà, chi ti incontra sul suo cammino? Un mendicante paralitico mezzo nudo. E cosa fa? Chiaro, chiama la polizia: ordina agli agenti di levarle “questa spazzatura, questo macaco” dal cammino. Gli agenti non ci possono credere: la dichiarano in arresto. Ovvio: è colta in flagranza di reato. Fattispecie? Razzismo, preconcetto, e altre specificazioni minori. Reato grave: in Brasile si viene spediti in guardina senza cauzione. Non sembra vero neanche a lei: son cose, dal suo punto di vista, che si vedono in televisione, magari nelle novelas delle 18, quelle in cui tragedia e commedia si miscelano in un sulfureo susseguirsi di gag incipriate, dove si gioca sottilmente con la società iperclassista: dove non c’è bacio gay (rimandato dopo le 22), dove la governante è nera e veste in uniforme carta da zucchero, dove c’è l’autista che parla male, e dove il figlio della famiglia povera fa innamorare la figlia dei ricchi (o arricchiti) dell’Avenida Paulista. Ed ecco che realtà e finzione si sono mischiate come caffé e latte. Ed ecco lei, in tutto il suo splendore, che, all’annuncio dell’arresto, reagisce: analfabeti! Un telefonino, come sempre, ha ripreso tutto.

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Nella biblioteca ritrovata, pescando (non) a caso: la beccaccia di Chechov

26 ago

A John Berger arrivai tramite Ryszard Kapuscinski: in un prezioso libro intitolato Il cinico non e’ adatto a questo mestiere (riferito al giornalismo) i due scrittori si interrogano a vicenda. Pagine bellissime.
Di Kapuscinski, uno dei libri indispensabili e’ intitolato Lapidarium. Si tratta di un elenco di osservazioni sui piu’ diversi argomenti e di citazioni da letture fatte dal giornalista polacco nel corso degli anni. Ne ricordavo una da Anton Checov, che ritrovo, e trascrivo:

«L’8 aprile 1892 Anton Chechov scrive dal villaggio di Melichovo al suo amico di Pietroburgo, Aleksej Suvorin:
“In questi giorni e’ ospite da noi il pittore Levitan. Ieri sera siamo andati a caccia insieme. Ha sparato a una beccaccia, che e’ caduta in una pozza, con l’ala spezzata. L’ho sollevata: becco lungo, grandi occhi neri e un bellissimo piumaggio. Mi guarda stupita. Che farne? Levitan fa una smorfia, chiude gli occhi e supplica con voce tremante: ’Ti prego, caro, spaccale la testa con il calcio…’ . Rispondo: ‘ Non posso ‘. Levitan continua ad agitare nervosamente le spalle, scuote la testa, scongiura. Intanto la beccaccia ci guarda con stupore. Sono costretto ad accontentare Levitan e a uccidere l’uccello. Adesso il mondo ha una deliziosa creatura in meno, e due imbecilli che rientrano a casa per mettersi a cena”.»

Anton Chechov, commediografo e romanziere russo (1860-1904) in
Ryszard Kapuscinski, Lapidarium. In viaggio tra i frammenti della storia, Feltrinelli

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