Etichettato: Tg1

Pay big attention: non è una cosa normale!

Capito per caso su questa pagina dell’Espresso e la mia espressione da annoiata si blocca in una maschera di orrore fino alle scene tagliate di Non aprite quella porta e La Mummia 3 (che tra l’altro non hanno ancora girato). Provateci anche voi, empiricamente. Il giornalista Rai Giulio Borrelli ha lanciato un suo libro sul TG1, audacia per altro legittima. Borrelli ripercorre le sorti del telegiornale e i nomi dei vari direttori, capiredattori, giornalisti e mezzibusti, associandoli a partiti politici, correnti di partito, tendenze parlamentari, maggioranze, minoranze, protuberanze, etc, come se fosse una cosa normale. Cambia il governo, salta quel corrispondente. Vince il tal partito, cambia il direttore. Passa una maggioranza, si dimette un mezzobusto. Nella naturalezza, direi nella passione del racconto di Borelli sembra emergere come una cosa perfettamente normale la promiscuità tra il giornalismo Rai e il mondo politico. Ma, pay big attention! Non è assolutamente normale. Ce la beviamo continuamente come una pratica assolutamente naturale, evidentemente connaturata all’idea che il giornalismo, in Italia, è qualcosa che ha a che vedere con il potere. Ma, attenzione, è una devianza. Perché invece dovrebbe essere completamente il contrario. Lo sanno anche i bambini di cinque anni. Se io ora esco, qui a Rio, blocco un bambino che sta scendendo da una favela e gli chiedo, a bruciapelo: «senti, ma secondo te, il giornalismo va a braccetto o contro il potere?». Inebetito, anche un po’ incazzato, il bambino mi risponde: «contro, che diamine!». Eppure, da noi, non è così: anzi, se la pensi come quel bambino ti prendono per un rimbecillito. Perchè sarà? Da dove nasce questa micidiale anomalia che, a conti fatti, sembra aver avuto come unico risultato la fuga in massa del pubblico dai giornali?

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