Categoria: Ecologia

II concerto di Hélène per i lupi. In nome di Brahms e del paradiso perduto

Helene Grimaud, foto di Mat Hennek

Hélène Grimaud, foto di Mat Hennek

Un pomeriggio, ad Amburgo, Hélène Grimaud entra in una bottega antiquaria nella zona del porto. Si aggira tra le cianfrusaglie. Di fronte a un vecchio specchio ha una visione: neve, nord, grandi laghi e alberi neri. La pianista, esausta dai giorni di prove dedicate al Concerto No.2 di Brahms decide di andare a cercare un taxi per tornare in albergo, ma proprio in quel momento inciampa in un grosso faldone di fogli manoscritti, da cui fuoriescono degli spartiti. Le pare un segno da cogliere al volo per andarsene dal negozio senza sfigurare con la bambina, sola, che lo governa senza badare ai clienti. Lo compra per una cifra irrisoria e due giorni dopo lo apre e, oltre agli spartiti e ai fogli, ci trova delle acqueforti di un certo Max Klinger. E delle fotografie, tra cui quella di un giovane uomo che pare un lupo, tanto i suoi occhi brillano: Johannes Brahms. Le coincidenze non sono finite. I fogli sono le pagine di un diario, il diario di un viaggio allucinante e solitario nel grande nord dove la natura annichilisce qualsiasi altro elemento. La firma in calce al diario è Karl Wurth, uno degli pseudonimi dello stesso Brahms.

Così inizia il terzo libro di Hélène Grimaud, Ritorno a Salem, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con la traduzione di Monica Capuani. Viene presentato come un romanzo. Non so se sia la definizione giusta, ma non è questo il punto. Star qui a decidere se sia autofiction, un saggio o una fiaba, mi pare abbastanza superfluo. È, questo sì, un libro toccante e una riflessione che la grande pianista di Aix en Provence, classe 1969, affida alle parole invece che alla musica, ma che alla musica riporta, come a un fatale viaggio nel tempo, il tempo perpetuo che solo la musica, appunto, sa scandire per noi.
Davvero vi sarebbero molti spunti, molti modi di ragionare intorno all’affascinante maniera che Grimaud ha scelto per raccontare la sua decisione di fondare, tanti anni fa, quindi ancora molto giovane, un santuario per la salvaguardia del lupi a South Salem nello stato di New York, il Wolf Conservation Center. I lupi sono nient’altro che il simulacro frainteso, vilipeso, del nostro perduto rapporto con quello che, rifacendosi all’Ottava elegia di Rilke, la pianista definisce «l’essenziale». E cioè, «la perdita del contatto originale con la natura, la perdita di un’empatia propriamente sconvolgente con la vita stessa».

HelenePer Grimaud la disponibilità a capire questo punto cruciale è una «apertura sul mondo» che abbiamo dimenticato. E quando è successo? Piuttosto – e la pianista ci porta a capirlo, proprio come nel meraviglioso tema del secondo movimento del concerto di Brahms (Allegro appassionato) in una sublime danza di trasparenze, nota dopo nota – quel contatto con il «paradiso» non l’abbiamo perso in un tempo, bensì in un luogo: e quel luogo è dentro di noi. La crisi ecologica, dice la pianista, è una crisi spirituale. Attraverso il diario (immaginato?) di un Brahms deciso a perdersi nel contatto più feroce con l’elemento naturale di un mitico nord, Grimaud compie una indagine all’origine della nostra fragilità. Ed è convinta che non sia una coincidenza averlo trovato mentre si immergeva nella musica del genio romantico. Scrive: «Come per aiutarmi a capire meglio che, al pari della musica, il nostro destino è un esercizio di libertà. Al pari della musica, deve operare una coincidenza tra la fine e l’inizio. La fine: l’ultima nota, sublimata da tutte quelle che l’hanno portata; l’inizio: il giardino dell’Eden».

Scrive ancora Grimaud: «Svuotati dall’essenza creatrice, da ogni visione, da ogni desiderio di riconquistare l’Eden originario, noi siamo soltanto semplici individui dalle vite giustapposte, che si accaniscono a divorare e a distruggere, sordi al futuro, ciechi al Paradiso. Come la musica, le nostre vite dovrebbero imitare Faust quando, invece di cercare freneticamente i nuovi godimenti che gli ha promesso Mefistofele, domanda all’istante che passa: “Fermati dunque, sei così bello!”».

Abbiamo provato tutti, una volta nella vita, a fermare quell’istante. Davanti al mare, in montagna. Passeggiando con il nostro cane. Seguendo gli esercizi di acciambellamento dei nostri gatti. Osservando la cupa e misteriosa geometria di un nido nascosto tra i rami di un albero. C’è qualcosa, lì, che parla profondamente di noi. Dimenticarcelo è l’errore.
Con tutto ciò, Ritorno a Salem non è un pamphlet ecologista (e non ci sarebbe nulla di male se lo fosse, anzi). E’ piuttosto un bellissimo saggio sull’arte della vita, la vita di tutti, noi e loro, e di cui la musica, e la natura, sono insieme le radici.
©Alberto Riva

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La «Rete» di Marina Silva: in Brasile il grillismo è donna

Marina terá atuação nas redes sociaisSi chiama «Rede Sustentabilidade» (Rete sostenibilità) il nuovo partito che Marina Silva, ex-ministro dell’Ambiente dei governi Lula, ha lanciato ufficialmente la scorsa settimana. Il nome del neonato movimento è stato scelto attraverso una consultazione sul web e sarà la sigla con cui la nuova formazione politica entrerà nella competizione elettorale del 2014, quando si rinnoverà il parlamento e si sceglierà il nuovo presidente della Repubblica. Marina Silva non ha ancora ufficializzato la sua candidatura alla Presidenza contro Dilma Rousseff (del PT), l’attuale capo di Stato che tenterà la rielezione, ma è quasi certo che lo farà.
L’ambientalista ha già corso per le presidenziali nel 2010 (per il Partito Verde) ottenendo quasi 20 milioni di voti, un capitale politico prezioso sul quale oggi si poggia la nuova avventura, soprattutto se si pensa alla proposta che la Silva aveva formulato in quella occasione: e cioè una radicale e diversa visione del concetto di crescita economica. Una crescita che per l’ex-estrattrice di caucciù divenuta la più giovane senatrice della Repubblica e la prima Ministro dell’ambiente donna deve essere ripensata completamente nel rispetto delle risorse naturali e del patrimonio ambientale, brasiliano e mondiale.
Da questo punto di vista non sono poche le somiglianze della «Rede» di Marina Silva con il «Movimento Cinque Stelle» di Beppe Grillo: comitati locali a partecipazione volontaristica che crescono attraverso il web,  attivismo sui temi dell’ecologia, della trasparenza politica e amministrativa e, in qualche modo, il superamento delle attuali regole del gioco politico dei partiti.
Il 16 febbraio scorso, a Brasilia, Silva ha affermato: «Non saremo né opposizione né sostengo a Dilma, ma abbiamo opinioni formate e abbiamo bisogno di persone con posizioni ferme: se la presidente Dilma farà qualcosa di buono per il Brasile avrà il nostro voto, se farà qualcosa contro il Codice Forestale (legge cruciale in Brasile per il rispetto dell’ambiente, ndr), allora la nostra posizione sarà contraria». Silva ha poi affermato che la Rede è e continuerà ad essere un “movimento” perché, ha spiegato, “credo che la politica sia un processo vivo” e si è mostrata cauta rispetto al grande exploit del 2010.
“Non so come si possa ripetere il risultato del 2010, è stato un momento unico nella mia vita, potrà andare meglio o peggio». La ex-senatrice ha infine esposto le regole che governeranno il nuovo partito: non saranno accettate donazioni provenienti da industrie belliche, di alcolici e di fertilizzanti e biotecnologia. La scelta di tutti i candidati, ha assicurato, sarà affidata al meccanismo delle primarie dunque, presumibilmente, anche la propria: grazie alla crescita del movimento sul web. In questi giorni, in varie città brasiliane, si stano svolgendo manifestazioni di raccolta firme. Sulla sua candidatura, comunque, Silva ha già incassato il sostegno di molti politici della sua area, come Heloisa Helena, a sua volta ex-candidata alla presidenza per la forza di sinistra Psol.
Durante il suo mandato di ministro e senatrice, Marina Silva ebbe forti divergenze prima con Lula e poi con Rousseff a proposito di grandi opere in corso come la mastodontica diga di Belo Monte in Amazzonia. Contrasti forti che la portarono a dimettersi dal governo nel 2008, quando il lulismo da sogno collettivo si colorava sempre più di tinte pragmatiche.

Suicidi per legge: gli indios brasiliani nel loro labirinto

170 indios Guaranì-Kaiowà hanno scritto e consegnato una lettera in cui annunciano il loro suicidio collettivo. Un suicidio inesorabile e provocato, in parte, da (mala) giustizia. La notizia, da qualche giorno, tenta di farsi largo su alcuni giornali brasiliani ma soprattutto sui social network. Gli indigeni occupano una zona di foresta lungo un fiume del Mato Grosso do Sul, confine con il Paraguay. Il che significa confine del mondo. Il che significa la forza bruta dell’agro-business che in nome di un ettaro di soia transgenica in più è capace di sacrificare anche la propria madre, se la povera crista fosse di impedimento. Nel 2005, la suora americana (la povera cristiana) Dorothy Stang fu uccisa in Amazzonia per la stessa ragione, e così migliaia di contadini, indios, sindacalisti, attivisti, preti, suore, estrattori di caucciù (come Chico Mendes): uccisi per la terra. La terra che non è la terra, è il suo sfruttamento; e sopra, lo sfruttamento di alberi da segare o da bruciare, acqua per irrigare, animali da spremere come limoni, insomma quello che è pubblico, che è bene collettivo, trasformato in moneta privata, in soldo particolare. In sangue.
Fa notare Eliane Brum su Epoca che la Costituzione post-dittatatura del 1988 protegge i nativi ma lo Stato non è in grado di applicare la legge. Potremmo aggiungere: o forse non vuole? In questo caso specifico, è un tribunale che ordina ai 170 indigeni di lasciare quella terra, una terra in cui si erano istallati nel 2011, ai margini di una fazenda (perché tutto là è sempre fazenda). Ora: non bisogna immaginare la “fazenda” come una fattoria con i suoi confini, le staccionate, la casetta con il fumo che sale verso il cielo, il recinto con gli animali, i maiali col nasone e il contadino con la pipa di frassino. La fazenda qui è un mondo sterminato di foreste, fiumi, laghi, ettari ed ettari di terra lasciati ora volutamente allo stato brado ora alla cura intensiva dei fertilizzanti o dei semi geneticamente modificati. Eppure la legge riconosce che parte di questa terrà è tekohà, terra nativa, terra tradizionale. Nel film che Marco Bechis qualche anno fa dedicò a una storia come questa il capotribù, a un certo punto, si inginocchia e mangia un pugno di terra. Un gesto melodrammatico e commovente. Qualcuno potrà dire: ma ci sono le riserve, perché vanno via dalle riserve?
Risposta: perché le riserve sono delle fabbriche di disperazione, dove c’è un tasso di alcolismo e suicidi che non risparmia nessuno, bambini, donne, uomini. L’indigeno, per legge, è una Nazione. Vale a dire che ha un diritto di esistenza indipendente dallo Stato che lo ospita. Sappiamo bene come è andata la vicenda: faceva già caldo il giorno in cui navi ben equipaggiate da avanzi di galera e mercenari di ogni schiatta sbarcarono da questo lato del mondo e cominciarono a lavorare di machete, storie di santi e finte carte bollate.
La terra… Gli indios erano li da prima: il loro Dio era un albero ed era il fiume, con certe foglie sapevano sanare le ferite, con certe zolle friabili diluire colori fantasmagorici e dipingere, e raccontare. Li hanno cacciati come si fa con le zanzare. La caccia non è mai finita. Dura anche oggi, al tempo di internet. Non è cambiato nulla, l’uomo mangia l’uomo, più dei lupi. Dal 200o a oggi, informa il Ministero della Salute, si contano circa 555 suicidi, la maggior parte impiccati agli alberi, tra i 15 e i 29 anni, come gli “strani frutti” che cantava Billie Holiday. (Dal 1980 sono circa 1500 suicidi). Del gruppo che ora ha consegnato la lettera al Cimi (Consiglio Missionario per gli Indigeni, una costola della Conferenza dei vescovi brasiliani, CNBB ), fanno parte 50 uomini, 50 donne e 70 bambini. Scrivono di aver ormai “perso la speranza nella giustizia”, che invece di proteggere loro aiuta gli aguzzini: aguzzini che sparano e incendiano e, già diverse volte, hanno distrutto un ponte grazie al quale attraversare il fiume. Scrivono di essere certi che andare via da lì “equivale a morte e disperazione”, e che quindi, consapevoli che sotto quella terra sono sepolti molti dei loro avi, la decisione finale è quella di morire lì, non solo: chiedono che lo stato mandi “una squadra di trattori” per scavare una immensa fossa comune…
La lettera è stata consegnata l’8 ottobre. Gli indios sono attualmente asserragliati nella loro terra, circondati da gruppi di pistoleiros (sicari) armati: ne hanno già uccisi due e torturati altri due negli ultimi mesi. Oltre ad aver incendiato e disseminato il terrore. A parte la Brum, poche voci importanti si sono levate in loro difesa; tra queste quella di Marina Silva, ex-candidata alla presidenza della Repubblica ed ex-estrattrice di caucciù, che ha scritto: «Ho già detto tutto sui Guaranì-Kaiowà, e niente sembra persuadere la “civiltà brasiliana” che lo sterminio di questo popolo è un crimine imperdonabile e il sangue dei suoi figli ricadrà sulle nostre teste». Purtroppo, il sangue di questi figli dimenticati ricadrà nelle loro prime colazioni, sotto forma di merendine e cereali.

Cartoline dal Quinto Mondo

Ripubblico a partire da oggi alcuni dei post del blog QUINTO MONDO, che per alcuni mesi ho tenuto sul sito della rivista «E-IL Mensile» di Emergency. Purtroppo sia il giornale che il sito chiudono con la fine di luglio. E voglio conservare qui alcune cartoline da una bella avventura giornalistica che mi auguro riprenderà presto.

2 gennaio 2012
Il pescatore Severino, una papaia, i cinesi e il ferro.

Il signor Severino non sa, forse soltanto lo immagina, come diventerà il tratto di spiaggia dove pesca da trent’anni. Gli hanno detto che sorgerà un porto (in realtà saranno due, uno pubblico e uno privato) e dietro al porto un mega terminal ferroviario dove ora, quando lui si volta per proteggersi dal sole, vede solo mata atlantica e coltivazioni di cacao. Si, perché Severino, il pescatore, è nato e vive sulla Costa del Cacao, provincia di Ilheus, la città dove il padre di Jorge Amado aveva la sua fazenda e dove il figlio scrittore ambientò i suoi romanzi di sudore, terra e lotta sociale.

Questo è un tratto di Brasile di una bellezza straziante: quando si lascia Ilheus, che è un vecchio e bel porto coloniale, si prende una strada che costeggia il mare per sessanta chilometri: la strada è piana, la spiaggia le corre affianco; sono palme, case blu e ocra, colline, foresta bassa. Là in mezzo, non si vedono, ci sono alberghi, fazendas che vendono cacao e cocco, qualche cascata. Il progetto, autorizzato da Lula nel suo secondo mandato e riconfermato da Dilma Rousseff, fa parte del pacchetto di “accelerazione economica”. Si traduce: crescita, la religione dei nostri tempi. Severino la crescita la sa leggere sui rami ricurvi del cacao, che suo padre coltivava: la vede sulla lenza, quando un Pargo d’argento non ha abboccato e ha lasciato l’esca smangiata. La vede nella marea, la crescita, e nei suoi figli. Gli spiegano che la crescita sarà anche nella banchina che si spingerà, dove oggi ci sono le onde, per 4,3 chilometri nell’Oceano.

Secondo la stampa, tra i promotori del progetto sulla costa brasiliana del sud Bahia c’è un colosso asiatico, che partecipa in maggioranza in una impresa di estrazione mineraria brasiliana. Scavano ferro nella miniera di Caetité, a oltre settecento chilometri dalla capitale Salvador. Il porto servirà a esportare il ferro in Cina. Vi avevo annunciato che avrei spiegato il titolo del blog: dove Severino coglie una papaia, un cinese vedrà ferro. Anche questo è il Quinto Mondo.

Effetto domino/3: se la mucca preferisce prendere l’autobus

Forse i non assidui dell‘Osservatore non conoscono ancora la nostra rubrica “L’effetto domino dell’idiozia” dove, spesso, protagonisti sono gli animali, come quel leopardo sudamericano costretto a lasciare le sue terre e cibarsi di polli per volere di un gruppo di umani in giacca e cravatta riuniti in un ufficio di Londra (leggi qui). Ma talvolta si occupa anche degli uomini di una particolare categoria, tipo quelli usati per costruire una grande diga su un fiume amazzonico, vedi qua. Orbene: nella nostra rubrica non poteva non entrare oggi la vacca brasiliana che ieri è scappata da una esposizione di agrobusiness dove, ancora degli umani (questa volta con stivali texani e cappello da cowboys, che però guidano Suv giapponesi), l’avevano portata per essere messa all’asta. Fatto che a lei, con quei suoi occhioni e la sua mentalità da animale libero e autosufficiente, è sembrato abbastanza inaccettabile. Infatti, appena scesa dal camion la vacca ha imboccato la prima uscita disponibile e ha attraversato alcuni  isolati della città di Maringà finché, probabilmente stanca, ha puntato una fermata dell’autobus ma è rimasta incastrata tra due sbarre della pensilina (non è chiaramente abituata a farne uso). Cosa faccio? Si sarà chiesta. Mi siedo. E difatti si è seduta, in quel suo modo che è praticamente sdraiarsi. Ovviamente gli umani l’hanno raggiunta e hanno dovuto segare le sbarre per estrarla e riportarla, su un trattore, al mercato degli schiavi (ops, all’esposizione agricola).
(In alto, la vacca alla fermata, foto da Tv Globo)

Nuovo “Codice Forestale”, il Brasile di fronte a un bivio

Qualche giorno fa uno tra i più noti  politici brasiliani, il deputato comunista Aldo Rebelo, in un passaggio nella città baiana di Salvador, si è beccato una “vaia” di fischi da parte degli studenti di agronomia. Rebelo ha sempre rappresentato il volto onesto della politica brasiliana, e allora perché gli studenti agronomi l’han fischiato? Semplice: perché a Rebelo è toccato l’ingrato compito di essere il relatore del progetto di legge che modificherà il Codice Forestale brasiliano. Tema che in Italia potrebbe interessare quattro scalzacani, ma che in Brasile invece è di fondamentale importanza. Il Brasile è uno dei principali produttori di materie prime agricole al mondo (soia, carne, canna da zucchero, mais, cotone, legno etc) e dunque tutto ciò che attiene a quel settore è cruciale, e le forze, le pressioni, le lobby che vi si muovono attorno sono micidiali. Ebbene è proprio in questi giorni che il progetto di riforma del codice giunge sui banchi del congresso per essere approvato. Ed è una riforma polemica che, tra i suoi punti, prevede una amnistia generale per chi ha violato per esempio i termini dello sfruttamento legale di aree di foresta fino al 2008, oppure contempla la diminuzione dello spazio tra foresta convertibile in area sfruttabile e i corsi d’acqua, che oggi deve essere almeno di trenta metri. Perché se tu tagli gli alberi, poi coltivi della quella terra, e poi usi dei fertilizzanti o erbicidi chimici, è ovvio che l’acqua di quel fiume, o ruscello, o anche la falda sotterranea saranno contaminati, lo capisce anche mia nonna di 94 anni. La legge tuttavia è voluta da un ampio schieramento, che include forze di governo in blocco e parti dell’opposizione, ed è contrastata soprattutto dal partito Verde ormai rappresentato dall’ex-senatrice e ex-candidata alla presidenza Marina Silva (che ha preso 22 milioni di voti alle scorse elezioni) e da altre svariate sigle dei movimenti sociali, indigeni e via dicendo. I promotori della riforma la indicano come una “necessaria flessibilizzazione” del codice, in modo da favorire lo sviluppo economico di quelle aree, gli oppositori invece avvertono di rischi già in atto, come la ripresa del disboscamento per esempio in Mato Grosso (il regno della soia) confortato dalla prospettiva dell’amnistia. Secondo i promotori si è a un passo dall’approvazione, secondo i critici a un passo dal “suicidio ecologico”.

Giornata mondiale dell’acqua: in Italia metà la si butta via

L’acqua nelle città è il tema del World Water Day 2011 organizzato dall’Onu e che si celebra oggi in diverse parti del mondo. L’iniziativa è  nata durante l’Eco-92 a Rio de Janeiro e si è articolata via via in diversi paesi (quest’anno è la volta di Cape Town in Sud Africa). L’Onu informa che ormai la popolazione delle città supera i 3 miliardi e mezzo di persone, ed è proprio nelle grandi città africane, asiatiche, sudamericane, che l’acqua è meno sicura. 826 milioni di persone, infatti, vivono oggi in agglomerati urbani senza le minime condizioni igieniche: e questo numero cresce di 2 unità al secondo. I problemi però non riguardano solo gli slum ma anche la rete di distribuzione della parte ricca del mondo, dove si verificano grandissime perdite d’acqua potabile. In Italia, il 47% dell’acqua potabile si perde lungo il cammino, a causa della rete idrica vecchia e spesso abbandonata: una cifra impressionante. Cresce dell’1,2% però il consumo dell’acqua del rubinetto anche se l’Italia resta il terzo consumatore al mondo di acqua imbottigliata, con 195 litri procapite, dopo Messico e Emirati Arabi. In Italia imbottigliamo 12,4 miliardi di litri all’anno (di cui 80% viene esportato). Questo tsunami di bottiglie è senza dubbio un dato singolare in un paese come l’Italia che, salvo eccezioni, fornisce acqua molto buona ai cittadini, ma che ha precise ragioni: come rivela un dossier di legambiente sono spesso i canoni irrisori delle concessioni di molte regioni a spingere il business dei produttori, che spendono pochissimo per la sfruttare la “materia prima”: da qui la convenienza nell’orchestrare massicce e costanti campagne marketing.