Nel libro di Barbara Casini l’affresco appassionato della migliore musica brasiliana

copertina_CasiniQuattordici testimoni, tre fantasmi e due atti mancati. Si potrebbe riassumere così Se tutto è musica (Angelica Editore, pag 352, 22 Euro), il lungo, appassionato racconto sulla musica brasiliana di Barbara Casini, cantante e compositrice italiana e da trent’anni interprete di quel repertorio musicale. I quattordici testimoni sono alcuni dei principali compositori brasiliani attuali, tra cui Chico Buarque, Edu Lobo, Egberto Gismonti, Hermeto Pascoal, Guinga, Fatima Guedes, Ivan Lins, che Barbara è andata a scovare a Rio snidandoli porta a porta.
Ma cominciamo dai fantasmi, Tom Jobim, Vinicius de Moraes e João Gilberto: c’è da dire che Gilberto è l’unico dei tre ancora vivo, ma è come se non lo fosse. Non ha mai concesso una intervista, vive segregato nel suo appartamento, esattamente come vuole la leggenda. Barbara non si è data per vinta, pur sapendo che non avrebbe risposto, ha consegnato un bigliettino al suo portinaio… Ma niente: è stata Miucha, cioè Heloisa Buarque, sorella di Chico ed ex-moglie di João, a suggerirle di provare a contattarlo così. Però attraverso la conversazione con Miucha scopriamo parecchie cose su Gilberto, il genio della bossa-nova, che come il pittore Giorgio Morandi ha sempre e solo disegnato bottiglie, che sono gli accordi della sua chitarra tuttora inimitabile, quella cadenza in ritardo, quella voce che ha influenzato tutti. Ma scopriamo qualcosa di ancora più importante, e cioè che il papà di Heloisa e Chico Buarque, lo storico Sergio Buarque de Hollanda, suonava discretamente il piano e scrisse un’operetta infantile guarda caso intitolata Tico Tico (un uccellino) e loro, i figli, hanno imparato a suonare grazie a un amico di famiglia, diplomatico e chitarrista, che altri non era che Vinicius de Moraes. Dunque, il racconto della Casini mostra subito un dato fondamentale per capire la musica brasiliana: tutto è collegato, le storie sono in fondo una sola storia, quella di una grande, epica famiglia.

I due veri fantasmi (sarebbe meglio dire, numi tutelari) Jobim e Vinicius, Barbara li scopre attraversoSenza titolo Paulo Jobim e Georgiana de Moraes, figli degli autori della Ragazza di Ipanema Chega de Saudade. Pagine in cui Georgiana racconta del padre e delle sue parcerias, unioni musicali esclusive, ma anche non musicali: «Spariva e poi tornava con una nuova moglie», rievoca, rivelando che il padre lasciò la poesia scritta quando scoprì il bello di scrivere musica popolare e, con quella, arrivare dove nessun brasiliano era giunto, cioè nel resto del mondo. Come in un romanzo di intrecci paralleli tornano le stesse storie ma viste da angolazioni differenti e così l’incontro con Chico Buarque completa narrazioni cominciate altrove, specialmente su Jobim e di come fosse generoso con gli altri musicisti: «C’è questa vecchia storia che Edu Lobo racconta: Tom prende una tua canzone, cambia qualcosa negli accordi, e poi dice: Edu Lobo è pazzesco! Ci mette un accordo suo, ma dice: Edu Lobo è pazzesco!». O come quando Jobim gli chiese di mettere le parole a Wave, che sarebbe diventato uno degli standard più suonati al mondo, e Chico, dubbioso, rispose: «Vou te contar» un’espressione che significa più o meno, «ummm non so mica…», e che Jobim poi ha conservato come incipit del pezzo, che proprio così comincia: Vou te contar...

Tanti, centinaia sono gli episodi nascosti che emergono dalle pagine illustrate da belle fotografie di Lilli Bacci. Una storia densa che, a cominciare da Gilberto Gil, svela un elemento che poi tornerà costantemente e permette di allargare la nostra conoscenza di questo universo: l’importanza della musica del nordest del paese, di un personaggio come il fisarmonicista Luis Gonzaga, del folclore di quelle terre e di come, pur essendo provincia profonda, era miracolosamente connessa al resto del mondo. «La fisarmonica veniva dalla tradizione europea, Italia, Mediterraneo, Spagna, Portogallo, Grecia, e la parte più interna, Germania, il Tirolo – racconta Gil – e Gonzaga ha trasformato la fisarmonica in uno strumento al servizio della ritmica brasiliana. C’è un suo brano che si intitola “Xamego” dove lui introduce per la prima volta un insieme di elementi ritmici differenziati, tutti al servizio dello choro, del samba, del baião, del rojão, del samba de roda, del côco, dei ritmi brasiliani…». E da quelle terre aride, aspre e bellissime del nordest, e dalle spiagge del Pernambuco, non arrivano solo ritmi e folclori, ma molti dei protagonisti incontrati da Barbara: Edu Lobo, che trascorreva l’infanzia dai nonni a Recife, il contrabbassista Novelli, il quale viene dallo stesso paese dell’ex-presidente Lula, Garanhuns, quindi Geraldo Azevedo, pernambucano di Petrolina, e quindi Hermeto Pascoal, che nato nella cittadina di Olho d’agua das flores, in Alagoas, si trasferì pure lui a Recife da ragazzo. La geografia è molto importante, perché si ha la tendenza a incastonare tutta la musica brasiliana in una, massimo due cornici fisse, Rio e Bahia. Il merito del libro è quello di mostrarci invece che alcune opere fondamentali, come la musica di Hermeto, emergono da angoli sconosciuti, da questi luoghi dimenticati, dalla natura incontaminata e dal rapporto tra il brasiliano e la natura: «Facevo un piccolo flauto – racconta il magistrale sassofonista – prendevo un bambù, cose del bosco, facevo un piccolo flauto dal gambo della zucca… Se prendi la zucca, togli quel gambo grande, togli le foglie, poi tagli nel mezzo, ci fai dei buchini, come se fosse un flauto, vai sulla riva dello stagno e suoni, i rospi vengono tutti sulla riva, e stanno a cantare insieme, e quando smetti di suonare loro smettono di cantare, quando cominci, loro cominciano, e dopo un po’ anche se smetti loro non smettono più di cantare, ti sfidano…». D’altra parte, anche Edu Lobo ha intitolato uno dei suoi dischi più belli all’uccello chiamato Corrupião, e Jobim i suoi due ultimi, meno conosciuti capolavori all’Urubù (l’avvoltoio) e al Matità Peré, il martin-pescatore. La natura e lo spazio sono due chiavi di lettura che il libro sottolinea continuamente, e il fatto che il Brasile è frutto di intensi meticciati. Straordinario a questo proposito il racconto che Egberto Gismonti fa della sua famiglia: «Il fatto di parlare francese ugualmente non è dipeso da me, ma da un padre che viene da Beirut e si sposa con un’italiana, cosa che mi ha insegnato che cos’è la libertà per l’amore… Immagina, un maschilista libanese, con la famiglia che non accettava… È tutto vero! Loro due si incontrano nella città di Carmo, che è uno sputo di città, duemila abitanti, e decidono di scendere dalla collina e andare a Porto Novo do Cunha, nel Minas Gerais, fermarsi in un ufficio e dire che vogliono diventare brasiliani! Il tipo non capisce bene, prende un foglio, mette un timbro, ecco siete brasiliani… ».

Barbara Casini voleva scrivere un libro sulla composizione, su come nasce la musica dei suoi idoli, ma ha scritto l’affresco polifonico su cosa significhi essere brasiliani e di come questo strano mistero passi attraverso la musica. Persino attraverso i due atti mancati, le due grandi assenze del libro, Milton Nascimento e Caetano Veloso: Barbara ammette la delusione di non essere riuscita a incontrarli, sebbene lasci intendere che potrebbe esserci un seguito al viaggio. Per ora, questo tratto è una fonte inesauribile di storie, come quella del chitarrista e compositore Dori Caymmi, quando racconta di suo padre Dorival, uno dei padri della musica popolare brasiliana, i cui versi entrarono nei romanzi di Jorge Amado: «Anche Caymmi è italiano. Ne ho conosciuti a Milano due o tre, ma non è scritto così, questa ipsilon è cosa baiana. E c’è qualcosa di arabo nella famiglia. Il primo Caymmi è arrivato a Bahia con la moglie italiana, si chiamava Enrico Caymmi, ebbe un figlio, Henrique Caymmi, che è padre di mio nonno Durval Caymmi, che è il padre di mio padre Dorival». Al racconto manca però il dettaglio più importante, la pennellata che risolve il quadro: «A un certo punto sono entrati i neri nella famiglia, pare che già con Henrique ci sia stata una baiana… grazie a Dio!».

 
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