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Gestione ambientale in Brasile: il governo fa (volutamente) marcia indietro

12 mag

Quando era solo a un passo dall’approvazione della riforma del Codice forestale, data per certa a inizio settimana, ieri la maggioranza di governo in Brasile ha fatto un clamoroso passo indietro e ha rimandato la votazione a data da destinarsi. Vittoria secca dello schieramento politico che si opponeva alla polemica riforma (leggi post), capitanato dai Verdi di Marina Silva (nella foto). Lo scontro sulle nuove regole di gestione ambientale in Brasile aveva raggiunto un livello molto alto e rischiava di essere approvato con pesanti modifiche o addirittura non passare. Proprio la paura di fallire la votazione ha spinto la maggioranza di Dilma Rouseff (che in questo voto contava anche sull’appoggio di parte dell’opposizione) a fare dietrofront per non incorrere nella prima vera sconfitta della sua presidenza cominciata lo scorso gennaio. Su un tema, quello della gestione ambientale e soprattutto della produzione agricola in aree protette (leggi Amazzonia e dintorni) , che è di primissimo piano. Delusi, a questo punto, i settori ruralisti, potenti e presenti in gran forze al parlamento e che spingevano per la “flessibilizzazione” del Codice, inclusa la controversa amnistia per chi ha sfruttato eree protette di foresta, cerrado, mata altlantica fino al 2008. Secondo un articolo del quotidiano Valor, però è stata la stessa presidente Dilma a imporre, in una lungimirante mossa politica, il passo indietro ai settori più duri dell’agrobusiness, favorendo così la sua base elettorale e il suo partito, il PT. La questione e il peso delle forze in gioco sono spiegati bene anche da questo articolo di Carta Capital. Nonostante siano volate anche accuse e mezzi insulti tra personaggi per altro non distanti idelogicamente (almeno un tempo…), come il relatore del progetto Aldo Rebello del Partido Comunista do Brasil e Alfredo Sirkis dei Verdi, quello di ieri è sembrato un buon giorno di dialettica parlamentare, dove i voti e le posizioni non giungono al congresso così blindati e precostituiti da non lasciare spazio a sorprese. Farà scuola? Speriamo.

Nuovo “Codice Forestale”, il Brasile di fronte a un bivio

10 mag

Qualche giorno fa uno tra i più noti  politici brasiliani, il deputato comunista Aldo Rebelo, in un passaggio nella città baiana di Salvador, si è beccato una “vaia” di fischi da parte degli studenti di agronomia. Rebelo ha sempre rappresentato il volto onesto della politica brasiliana, e allora perché gli studenti agronomi l’han fischiato? Semplice: perché a Rebelo è toccato l’ingrato compito di essere il relatore del progetto di legge che modificherà il Codice Forestale brasiliano. Tema che in Italia potrebbe interessare quattro scalzacani, ma che in Brasile invece è di fondamentale importanza. Il Brasile è uno dei principali produttori di materie prime agricole al mondo (soia, carne, canna da zucchero, mais, cotone, legno etc) e dunque tutto ciò che attiene a quel settore è cruciale, e le forze, le pressioni, le lobby che vi si muovono attorno sono micidiali. Ebbene è proprio in questi giorni che il progetto di riforma del codice giunge sui banchi del congresso per essere approvato. Ed è una riforma polemica che, tra i suoi punti, prevede una amnistia generale per chi ha violato per esempio i termini dello sfruttamento legale di aree di foresta fino al 2008, oppure contempla la diminuzione dello spazio tra foresta convertibile in area sfruttabile e i corsi d’acqua, che oggi deve essere almeno di trenta metri. Perché se tu tagli gli alberi, poi coltivi della quella terra, e poi usi dei fertilizzanti o erbicidi chimici, è ovvio che l’acqua di quel fiume, o ruscello, o anche la falda sotterranea saranno contaminati, lo capisce anche mia nonna di 94 anni. La legge tuttavia è voluta da un ampio schieramento, che include forze di governo in blocco e parti dell’opposizione, ed è contrastata soprattutto dal partito Verde ormai rappresentato dall’ex-senatrice e ex-candidata alla presidenza Marina Silva (che ha preso 22 milioni di voti alle scorse elezioni) e da altre svariate sigle dei movimenti sociali, indigeni e via dicendo. I promotori della riforma la indicano come una “necessaria flessibilizzazione” del codice, in modo da favorire lo sviluppo economico di quelle aree, gli oppositori invece avvertono di rischi già in atto, come la ripresa del disboscamento per esempio in Mato Grosso (il regno della soia) confortato dalla prospettiva dell’amnistia. Secondo i promotori si è a un passo dall’approvazione, secondo i critici a un passo dal ”suicidio ecologico”.

La vita di Marina Silva diventerà un film

31 mar

Sarà la regista carioca Sandra Werneck a girare il film sulla vita dell’ex-canditata alla presidenza del Brasile Marina Silva, l’ecologista brasiliana, ex-senatrice, che alle ultime elezioni, nell’ottobre del 2010, ha raccolto più di venti milioni di voti. La regista, già autrice della biografia cinematografica del cantautore Cazuza, scomparso molti anni fa prematuramente e amatissimo in Brasile, ha comprato i diritti del libro Marina Silva, a vida por uma causa, uscito l’anno scorso. La data di inizio riprese non è ancora stata divulgata. Resta aperta anche un’altra domanda interessante: chi sarà l’attrice chiamata ad intepretare una delle figure più straordinarie e amate del Brasile? Nel frattempo, il blog della Silva informa che il twitter della ex-senatrice ha vinto il Shorty Awards nella categoria “politici”, vale a dire l’oscar dei twitter assegnato dal giornale The New York Times.
(Nella foto, Marina Silva, 53 anni)

Elezioni/2: Il fattore Marina

4 ott

Lunedì amaro per Lula e la sua candidata Dilma Rousseff: si sono fermati al 47%. José Serra, terza o quarta volta candidato, sorride: 33%. Marina Silva, con il 19,33%, trionfa: è fuori dalla competizione, ma è lei la vera vincitrice delle elezioni e, ovvio, da qui al 31 ottobre, data del ballottaggio, sarà al centro della scena. La domanda che tutti si fanno è: a chi andranno i suoi 20 milioni di voti? Probabilmente lei si asterrà da una indicazione, per coerenza (la marca di fabbrica di questa grande donna brasiliana), ha anzi detto che indirrà una discussione interna al suo partito, i Verdi, da cui uscirà nel caso l’eventuale indicazione di voto. C’è una tendenza interna ai Verdi per appoggiare Serra, tuttavia una parte dell’elettorato di Marina è lo stesso che un tempo, prima della nascita del Leviatano, votava Lula. Anche se qui ci sembra emerga una nuova creatura: chi è questo insorgente elettorato di Marina? Chi sono questi 20 milioni di brasiliani che, a sorpresa, contraddicendo tutti i sondaggi, hanno voltato le spalle a Dilma e votato il nuovo sogno (una versione aggiornata, nuovamente vibrante di quello che nel 2002 portò Lula a Brasilia) che la Silva rappresenta oggi? Difficile prevedere da che parte penderà la bilancia, ma è naturale che sarà più facile da adesso per Serra richiamarsi ai marinisti, soprattutto nel suo grande bacino elettorale, quello di San Paolo, uno dei maggiori del Paese. Dilma avrà più difficoltà a infilarsi nell’ombra protettiva di Marina, perché l’opposizione tra le due donne è stata fin qui più accesa. Marina se ne andò dal governo Lula proprio in polemica con le scelte pragmatiche di Dilma, alla quale, in veste di ministra della Casa Civil (il portafoglio del governo), toccava mettere la faccia nelle scelte poco sostenibili dal punto di vista ambientale relative alla foresta amazzonica e non solo. Alcuni oggi affermano che alcuni temi molto scottanti in Brasile e non risolti, come per esempio l’aborto, abbiamo giocato un ruolo fondamentale: Marina, evangelica, è nettamente contraria a una nuova legge che depenalizzi l’interruzione di gravidanza, mentre Dilma, più laica, ha cambiato diverse volte idea sulla questione. Può essere, ma non è certo una ragione sufficiente a spiegare la nuova situazione di incertezza che si profila da oggi al 31 ottobre. Lula ha già fatto sapere che dedicherà un mese di appassionata campagna per la sua candidata Dilma e probabilmente alla fine ce la faranno. Serra si giocherà il tutto per tutto vendendo temi ambientalisti e tingendosi di verde a più non posso. Lo stesso tenterà Dilma. Da questo punto di vista, da adesso in avanti, sarà una campagna elettorale più divertente, accesa, nervosa, rispetto a quanto successo fin qui, con quell’aria da giochi già fatti, una campagna elettorale tra le più noiose mai viste. Un risultato c’è già, comunque: Lula non è il lulismo. I venti milioni che hanno votato Marina mandano questo messaggio alla cupola di governo. Il tiro va corretto, la fame di quel sogno brasiliano resiste insoddisfatta nel grande Paese che si è concentrato soprattutto a entrare tra i Grandi, ma che è fatto ancora di gente che comincia a lavorare a 9 anni, che non mette le scarpe per andare a prendere l’acqua al pozzo, che non può accedere a buoni studi e buona salute perché è nero o indio, e in quanto nero o indio è povero e discriminato. Nello stesso tempo, chi vota in Marina è quella classe media intellettuale delusa dal lulismo, rappresentata bene dal vice scelto da Marina, Guilherme Leal, magnate dei cosmetici sostenibili, padrone di Natura, uno dei brand brasiliani più diffusi al mondo. Marina, in qualche modo, interpreta questa segreta formula brasiliana, popolare e raffinato che si incontrano: il Brasile è anche questo, non è solo il “popolino” mirato dal lulismo e accontentato con il benefit di 90 Reais a fine mese e crediti facili per comprare la televisione al plasma in 70 rate. Sembra cioé che stia emergendo qualcosa di nuovo. Dilma sarà senza dubbio presidente il primo novembre, ma deve governare guardando a questo nuovo, perché altrimenti nel 2014 potrebbe essere la volta di Marina Silva.

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