Ennio Flaiano scrisse che lo stile, in uno scrittore, “è una secrezione naturale”. Gli ho sempre creduto ciecamente. Si tratta di qualcosa di simile allo stile di una persona, come l’eleganza. Ricordo una frase del critico musicale brasiliano Sergio Cabral a proposito del grande sambista Cartola, una specie di George Gerswhin di Rio de Janeiro cresciuto in una favela, dove faceva l’imbianchino. Cabral iniziava un profilo del compositore così: “(Cartola)E’ stata una delle persone più eleganti che ho conosciuto”. Questa frase mi ha sempre colpito: quando poi ho ascoltato la sua musica, ho capito quello che Cabral voleva dire. Perché questo ricordo? Perché oggi El Pais pubblica un lungo diario dello scrittore Henning Mankell (nella foto da lagruyere.ch) che qui sull’Osservatore abbiamo già nominato poiché è uno dei nostri preferiti. Mankell era a bordo di una delle navi intercettate dall’esercito di Israele una settimana fa. Qui racconta la sua avventura. E sembra di leggere le pagine di uno dei suoi bellissimi romanzi gialli, e anche di quelli non gialli… Direi che Mankell è uno scrittore e basta: un grande scrittore. E anche in queste pagine di taccuino, per certi versi scioccanti, si riconosce il suo stile. Inconfondibile. Fatto di dettagli, apparentemente insignificanti, como quello delle calze che un soldato gli regala prima dell’espulsione da Israele.
Ah, perché non aprofittarne per ascoltare anche Cartola?
Le calze di Mankell: diario di un viaggio
6 giuCinesi d’Angola, avanti c’è posto
24 mag
Il Cinese è il titolo del più recente romanzo dello svedese Henning Mankell pubblicato in Italia. Mankell è un meraviglioso scrittore di gialli, che trascorre la sua vita tra la Svezia e il Mozambico. Il Cinese è la storia di una strage, di una vendetta consumata in Svezia ma che nasce lontano. La sua origine è legata all’epopea dei cinesi che costruirono le forrovie americane in condizioni di schiavitù. Mankell riallaccia la sua storia all’attualità, raccontando un esodo simile dalla Cina all’Africa dei giorni nostri. E sta accadendo. Come informa lunedì 24 la Folha de S.Paulo l’esodo africano è già in atto. L’Angola è uno dei Paesi subsaaariani con gli indici di crescita maggiori, circa 8% all’anno. Il Brasile investe moltissimo, ma non come la Cina, che versa miliardi di dollari per costruire infrastrutture in cambio del petrolio: l’oro nero angolano è infatti responsabile del 50% del Pil del Paese. Il giornale informa che già 100 mila cinesi lavorano in cantieri angolani e che esisterebbe il progetto di mandarne in Africa fino a 2 milioni, manodopera a bassa specializzazione che potrebbe sostituire quella locale: in un Paese uscito da neanche dieci anni dalla guerra civile, dove già la tassa di disoccupazione oscilla tra il 20 e il 30%, non sarebbe uno scenario francamente paradossale?
(foto dal blog juborges.wordpress.com)