Intervista a Alberto Riva di Angelo Miotto da PeaceReporter.net
Come è nato Sete?
Il romanzo è nato circa due anni e mezzo fa, da facce e luoghi. Dalla mia esperienza di giornalista in Brasile, dove al piacere di lavorare si è unito quello del viaggio in vari parti di un Paese così immenso. Soprattutto nel Nord Est, uno dei luoghi protagonisti, nella regione del Semiarido brasiliano. Nella zona Sud scorre il Sao Francisco, uno dei principali fiumi del Brasile. Lì, a parte la problematica legata al fiume, c’era un grande progetto del governo Lula che prosegue con Dilma Rousseff: prendere acqua e portarla in regioni più aride negli stati del Pernambuco e altri. Il problema del Sao Francisco è che è uno dei grandi specchi d’acqua del mondo e vive una forte depredazione che ha portato alla fame una parte rilevante della popolazione.
La nascita del romanzo quindi è nelle facce dei personaggi che ti hanno raccontato un Brasile molto diverso da quello che viene presentato.
Anche per chi vive in Brasile, come me. Da una parte la politica, che in Italia è raccontata in maniera superficiale e poi i grandi simboli, come Rio, le spiagge e la musica. In realtà le problematiche sono più vaste. Spesso si scopre una parte molto fragile che hanno tutti i grandi Paesi emergenti, che sono inevitabilmente legati ad altre parti del mondo in cui si prendono le decisioni. Abbiamo indios, preti, sindacalisti che vengono uccisi in luoghi sconosciuti ai più. Muoiono perché sono state prese decisioni in luoghi molto lontani da lì. Chi arma i sicari, che spesso non sanno nemmeno perché lo fanno, sono altri, spesso stranieri che usano il Brasile in una dimensione predatoria. Questa dimensione esiste ancora, in un Paese in cui si concentrano tensioni molto forti legate alla terra, le commodities agricole, per regole a cui il Brasile partecipa, ma che non fa lui, cartelli di prezzi che portano alla fame questi anonimi, questi invisibili. A me interessava il legame che c’è fra le facce di questi anonimi e i luoghi in cui inizia questo percorso.
Tutti questi elementi sono presenti nelle 367 pagine del libro con una trama che parte da un’acqua inquinata che fa morire e una ricercatrice che indaga, un bio chimico che la aiuta, omicidi e interessi finanziari. Un climax che ci porta alle multinazionali che controllano l’acqua sempre dentro a una fiction che però svela meccanismi veri. È una vicenda in cui si incrociano decine di personaggi. Come li hai creati?
Il meccanismo è che tu vedi delle cose, ti restano delle voci o delle storie. Frequentare e conoscere luoghi così diversi come Rio o San Paolo, città con forti contraddizioni, che mettono a contatto i più ricchi con i più poveri, in maniera diversa dall’Italia. Là, anche senza conflitti forti, abbiamo dei profughi che scappano dai campi per conflitti agrari che vivono a 150 metri da attici e da imprese e sedi di imprese e grandi uffici delle grandi industrie che sono protagoniste dell’economia. Poi ci sono i ricchi industriali, come la famiglia Joahansen. Personaggi che nascono quasi per caso perché ti ricordi di una storia, e altri che devi costruire, perché devono far funzionare la storia. Le cose nascono in maniera strana: alcune cose nascono prima dello stesso snodo di fiction che poi immagini e scrivi.
Quest’acqua che fa male e che fa partire il romanzo è la poliacqua o acqua due. C’è stato bisogno di studiare?
Chimica. L’acqua viene studiata dai chimici inorganici e questo è un elemento di interesse. Per noi l’acqua è l’elemento fondamentale della nostra vita. L’acqua partecipa alla nostra vita e alla continua rigenerazione delle nostre cellule, le fa vivere le fa germogliare. Ma è una sostanza inorganica. Studiando e leggendo tanti libri di chimica sull’acqua e le sue declinazioni scopri che l’acqua lascia ancora molti punti interrogativi ai chimici. La formula H2O sembra semplice, ma in realtà il suo comportamento è ancora oggi pieno di lati oscuri e interrogativi. Studiando mi sono imbattuto in una vicenda dai lati giallistici, quella della poliacqua o acqua 2, come dicevano in Inghilterra, sebbene la scoperta fosse l’Unione sovietica degli anni 60, ma poi studiata Londra quando la guerra fredda poneva problemi fra studiosi. La poliacqua è stato un grande abbaglio della chimica che però secondo me poggia su una grande suggestione, un mito, quello della possibilità che esista un’altra acqua, proprio per il fatto che l’acqua sia poliforme. Che abbia un’altra formula, insomma. È questo che i chimici iniziarono a studiare. In realtà poi la scienza ha confutato questa teoria, ma io mi sono divertito a lasciarla aperta, non chiudere la questione della poliacqua come se quello che ci è stato raccontato sia solo una delle versioni.
(continua…)







